Essere Fabrizio Gatti

Le sue inchieste sotto copertura hanno messo in crisi il sistema sanitario, la legge Bossi-Fini sull'immigrazione clandestina e qualche milione di benpensanti. "RS" ha tolto la maschera all'uomo più ficcanaso d'Italia

25 aprile 2007

Essere Fabrizio Gatti

Chi è Fabrizio Gatti? L’addetto caucasico alle maxi affissioni o l'operaio algerino della manutenzione fontane? L'elegante finanziere in trench nero o il pony express fluointabarrato? Uno, nessuno, centomila Keyser Söze, questo è pressappoco il reporter Gatti. Un’epifania in salsa Watergate del basso profilo. Per lui, così come per tutti i giornalisti che hanno fatto i conti con le minacce della Mafia, passare inosservato e mimetizzarsi fra la gente comune è una questione di vita o di morte. Concedere troppe interviste anche. L'appuntamento è alle 10 del mattino in Piazza San Babila, uno degli snodi più umanamente trafficati di Milano. Arrivo in anticipo, e l'attesa diventa subito paranoia. Gatti potrebbe essere chiunque. Gatti è stato chiunque. Ad esempio Agron Ndreci, un profugo kosovaro entrato clandestinamente in Svizzera (e malamente respinto) nel 1999. Oppure Roman Ladu, giovane rumeno rinchiuso e maltrattato per giorni nel centro di permanenza temporanea di via Corelli, a Milano. Nel 2005 era Bilal Ibrahim el Habib, curdo-iracheno spiaggiato a Lampedusa e deportato come un criminale dalle nostre forze dell’ordine. Un anno dopo si chiamava Donald Woods ed era stato prelevato dal Sudafrica per diventare schiavo dei coltivatori pugliesi di pomodori. Lo scorso gennaio, invece, quando ha messo in croce la sanità italiana con l'inchiesta “Policlinico degli orrori”, si è finto per un mese addetto delle manutenzioni all'Umberto I di Roma senza che nessuno gli abbia mai chiesto chi fosse. Quindi niente pseudonimo. Dal vivo Fabrizio Gatti mantiene inalterata l'iconografia che L'espresso, il suo giornale, ha divulgato in questi anni di inchieste: la barba leggermente incolta, i capelli neri rasati a zero, i profondi occhi scuri smussati dall'ovale perfetto del viso. È una persona solare e per nulla misteriosa. Mi stringe la mano come se fossimo vecchi amici e mi porta a bere un caffè nel primo bar a portata di mano. L'idea di raccontarsi a “RS” lo ha lasciato un po' spiazzato, non solo perché siamo un giornale di rock&roll, ma anche perché in genere preferisce non concedere interviste che riguardino la sua vita privata. A convincerlo è stato il suo passato di tastierista new wave: «Dal 1983 al 1986», dice, «ho fatto parte degli Hobos, i “vagabondi”, una band milanese all’epoca abbastanza nota. Facevamo cover di U2, Dire Straits, Duran Duran, Spandau Ballet. Incidemmo anche un 45 giri con un repertorio tutto nostro, autoprodotto, in 3000 copie, che ci valse un memorabile passaggio tv». Fabrizio Gatti parla come scrive. Semplice, diretto, analitico. Redige verbalmente la sua autobiografia con una dovizia di particolari che a fine intervista scremerà di tutti quei dettagli troppo personali, quindi compromettenti.

La storia del Gatti-uomo-come-noi inizia a Milano nel 1966. Fino al giorno della maturità scientifica Fabrizio ha in testa solo due pallini: l'aeronautica e il giornalismo. Il suo primo reportage lo scrive alle elementari: «Avevamo il giornale di classe», racconta, «un cartellone appeso alla parete su cui si appiccicavano fogli di quaderno con i nostri lavori. Un giorno di novembre il fiume Lambro straripò. Così presi la mia bicicletta da cross e andai a controllare di persona. Entrai in una macelleria, la stessa che avevo visto sui giornali sommersa dall'acqua. Mi rivolsi al proprietario dicendo che volevo fargli qualche domanda. In modo burbero mi chiese perché. Per il giornale della scuola, risposi. Mi disse che se era così non c'era problema, e mi resi conto di quanto il ruolo del giornalista sia riconosciuto universalmente dalla gente. Sperimentai nel mio piccolo anche il famoso detto “fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”: bighellonando con la bici e facendo domande qua e là mi ero risparmiato la ricerca di scienze, beccandomi pure i complimenti». La fissa dell'aeronautica, invece, viene alimentata dai genitori: «Mi portavano a Linate, per vedere decollare gli aerei, andavo matto per quelle gite». Terminato il liceo, Gatti esce dall'incertezza: «Mi sono iscritto a Geologia», ride. «Avevo le idee ancora poco chiare, anche se devo dire che alle pagine di cronaca questa scienza dà una base molto utile, che è quella dell'osservazione e delle descrizioni. Solo che non mi occupo di olivine e pirosseni, ma di persone». Nel 1986 molla l'università e viene selezionato nel centounesimo corso piloti dell'Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Subito dopo il tirocinio, la parte più dura del corso, decide di dare le dimissioni. «Una mattina, durante una pausa allo spaccio dell'accademia, lessi in terza pagina un reportage di Luca Goldoni, che stava attraversando l'Africa in mongolfiera e raccontava ogni singolo villaggio in cui atterrava. Mi resi conto che forse la vita valeva qualcosa di più di un abitacolo e che avrei potuto comunque volare e allo stesso tempo girare il mondo. Andai dal comandante e diedi le dimissioni. Sull'ascensore, il maresciallo che mi accompagnava al magazzino per restituire la divisa, lesse i risultati del mio fascicolo e mi fece notare quanto il mio gesto fosse pura follia. “Guaglio', che facciamo allora?”, mi disse. Stava con il dito sull'ascensore e io, dandogli una manata: “Schiaccia, schiaccia”». Il contratto da quotidianista arriva dal Giornale di Indro Montanelli, grazie a un bluff: «Collaboravo per un giornale locale e pensai che non c'era tempo da perdere. Raccolsi tutti i miei articoli, li allegai a una lettera di presentazione e mi presentai alle portinerie di: Il Giornale, Il Giorno, La Notte e il Corriere. Temendo che la busta finisse in un cassetto, dicevo al portinaio di turno che la busta mi era stata chiesta urgentemente dal capocronista. Dieci giorni dopo, la domenica pomeriggio, a casa arriva una telefonata: “Sono Ugo Savoia”, che adesso è direttore del Corriere Veneto, “ho letto con interesse questa proposta e mi chiedo se è ancora valida”. E lì comincia la grande avventura, prima come collaboratore, poi con un contratto da corrispondente di provincia, eccetera. Mi occupavo di cronaca: bianca, rosa e nera». Soprattutto nera. E infatti è nel crimine, nel dolore e nella disperazione delle periferie milanesi che Fabrizio Gatti trova l'inchiostro per le storie migliori. Come il suo primo omicidio, «un signore che spara alla moglie e alla figlia di 15 anni, poi si ammazza. Mi ritrovo con altri colleghi davanti alla casa. Arriva un signore e ci chiede di lasciar perdere i vicini, che ci spiega tutto lui. Era il fratello della persona che aveva compiuto la strage e collaborando con noi aveva umilmente riconosciuto il diritto dei cittadini di sapere, l'importanza dell'informazione. Voleva raccontare il fatto che il fratello abusasse di alcol e che nessuno avesse pensato di togliergli il porto d'armi».

Con il caso “Lola” Gatti comincia a farsi un nome: «Siamo nel 1987, un ragazzo nigeriano torna a casa dal lavoro, la moglie è chiusa dentro e non risponde, lui va dal vicino di casa, che è anche padrone dell'appartamento in cui vivono, chiede il permesso di buttare giù la porta. Viene respinto e picchiato, chiede aiuto ad altri vicini, ma inutilmente. Va a chiamare i vigili del fuoco, in macchina, perché nessuno gli fa fare la chiamata con il proprio telefono. I pompieri arrivano, sfondano la porta fra le proteste del proprietario. La moglie Lola è morta, asfissiata dal monossido di carbonio. L'indomani usciamo con quella notizia in prima pagina, e diventa un caso nazionale: c’è un'Italia che sta diventando sempre più cinica». Nel 1990 Gatti ha in mano una delle prime prove concrete dell’esistenza di Gladio, la milizia segreta della Prima Repubblica. «Mi mandano a Novegro, per seguire una fiera del collezionismo militare. In quel periodo si sta parlando molto dell’esistenza o meno di Gladio, così chiedo al mio accompagnatore, uno degli organizzatori, se esistono memorabilia a riguardo. Dice di no, ridendo. Poi, mentre mi riaccompagna in macchina, mi chiede di mantenere il segreto professionale su quello che sta per rivelarmi. È un collezionista di medagliette e dal 1972 ne possiede una molto strana, dono di un amico stampatore: dei tizi erano andati da lui per farne produrre appena 100 esemplari e si erano portati via il cliché. Sulla facciata c'è solo un pugnale, il gladio. E sul retro la scritta “Silendo libertatem servo” (servo la libertà con il silenzio), il motto di Gladio. Mentre lo ascolto strabuzzo gli occhi. Mi faccio portare a casa sua e la faccio fotografare. Il titolo del pezzo sarà: “Gladio esiste, ecco la medaglietta commemorativa”».

Galeotto questo scoop, Gatti viene chiamato al Corriere della Sera, dove rimarrà fino al 2004. La stagione delle inchieste sotto copertura comincia ora, con un reportage dal quartiere di Quarto Oggiaro, sotto il controllo della mafia. Il reporter si finge addetto comunale al controllo tubature. Con il tempo, oltre ai travestimenti, arriveranno anche gli pseudonimi, la vera “firma” di Gatti. Il più surreale? «Donald Woods, che ho usato in Puglia, per il servizio sugli schiavi. Fu un grandissimo giornalista sudafricano contro l'apartheid». È anche lo spunto per una riflessione sull’importanza del mestiere: «Il mio lavoro è semplicemente quello di raccontare. Non sono né un moralizzatore, né un fustigatore. Credo che un paese in cui si fanno inchieste sia un paese più libero. Certamente, se ci fosse stato uno scandalo Watergate in Italia, Richard Nixon sarebbe ancora presidente». Il ricordo più divertente che mi lascia Fabrizio Gatti prima di tornarsene al lavoro è quasi una confidenza. Trash e malinconica allo stesso tempo. Siamo nel settembre 2005, la scena si svolge a Lampedusa. Come Steve McQueen in Papillon, il reporter si sta per buttare in mare con un salvagente. Deve farsi ripescare dalla polizia, spacciarsi per clandestino e farsi rinchiudere nel centro di permanenza temporanea. La corrente lo trascina alla deriva, per quattro lunghe ore, sotto un tappeto di stelle vangoghiano. La ciliegina è il sottofondo musicale: Claudio Baglioni dal vivo. Nell’unica tappa del suo tour sull’isola.

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