
Mostra di Venezia 2012, il palazzo del Cinema
Di Raffaella Giancristofaro
Quest’anno, da Venezia, non propineremo al lettore l’ennesimo giudizio un tanto al chilo, e di corsa, dei film in selezione (seguiamo per lo più concorso e fuori concorso). Ma ci limiteremo ad alcune valutazioni di ordine più generale.
L’impatto. Già dai primi giorni la Mostra è risultata molto meno popolata degli scorsi anni. File accettabili ovunque, nessuna coda al ritiro degli accrediti, nessun bar strapieno dove implorare un panino tra una proiezione e l’altra. Frutto della crisi, va da sé (anche se i 12 euro di un’insalata al bar Lion’s, inscatolata nella plastica come al supermercato e senza neanche servizio al tavolo, continuano a sembrarci esosi). Ma conseguenza anche della concorrenza spietata del Toronto Film Festival, che a pochi giorni dalla kermesse veneziana ripropone alcuni forti titoli di punta. Perché la stampa straniera dovrebbe venire qui, costi esorbitanti della trasferta e difficoltà logistiche a parte, quando può più facilmente volare in Canada? (il predominio ce lo conferma la canadese Sarah Polley, alle Giornate degli Autori con Stories We Tell, che alla nostra e altrui richiesta di intervista ha detto no, replicando di aver già promesso esclusive ai colleghi canadesi…). Oltre a ciò, quest’anno nemmeno gli esercenti locali sembrano crederci più di tanto: molti meno sono gli esercizi aperti, i paesaggi del Lido assomigliano sempre di più a quelli della Casa del sorriso di Marco Ferreri. In spiaggia le famiglie, i bambini e gli anziani; in strada pochi bar e ristoranti aperti, sparuti gruppi di fan bivaccati fuori dal red carpet. Un senso di desolazione diffuso. Già dal primo giorno sembrava che la Mostra fosse in via di smantellamento.
I film. A più o meno metà pellicole viste del concorso, nessuno al momento si candida a Leone d’oro – anche se facendo un po’ di conti della serva, la somma dei giudizi critici sembra far emergere The Master di P.T. Anderson, sul rapporto tra un eccentrico guru e un ex marinaio alcolista nel dopoguerra americano e Après mai di Olivier Assayas, sulle esperienze politico artistiche di un gruppo di ragazzi nel post ’68 francese. Serpeggiano un bel po’ di malcontento e delusione per i “grandi” come Terrence Malick (To the Wonder a molti è sembrata una versione estenuata e inintellegibile di The Tree of Life) e Takeshi Kitano (il suo Outrage Beyond pare una riproposizione stanca dello yakuza movie) che non hanno per niente lasciato il segno. Mentre autori coccolatissimi dai festival come Ulrich Seidl (Paradise: Faith) e Kim Ki-duk (Pietà) non sembrano aver portato qui film dal linguaggio particolarmente innovativo rispetto ai loro percorsi riconosciuti. Tra gli outsider invece sta raccogliendo discreti consensi anche Fill the Void dell’israeliana Rama Burshtein (in Italia lo vedremo grazie a Lucky Red), sul rigidissimo codice familiare degli ebrei ortodossi. A un livello medio restano il pur brillante Superstar di Xavier Giannoli (praticamente uno spin off dell’episodio di Benigni in To Rome With Love) e Cherchez Hortense di Pascal Bonitzer, mentre sconsigliamo fortemente At Any Price di Ramin Bahrani, pretenzioso e involontariamente comica saga agricola familiare nell’America profonda, con uno Zac Efron spaesato e spaesante.
Le frasi fatte e i finti scoop. A proposito di Seidl, va detto che la vitatissima scena di masturbazione con il crocifisso della protagonista di Paradise: Faith va contestualizzata – come tutto, soprattutto qui – in un racconto di interpretazione aberrante della religione. Va da sé che la scena in questione quindi, sia solo uno dei punti blasfemi di questo ritratto di una donnetta austriaca che nutre una fede cieca e frustrata nella salvezza tramite inutili sacrifici e privazioni. In lei, tutto è deviato, malato, aberrante, appunto, non solo l’uso che fa degli oggetti sacri. Ma, si sa, anche i titolisti devono portare a casa la pagnotta.
Altro tormentone (che sentiremo e forse abbiamo già sentito per Bella addormentata di Bellocchio, che passa domani e su cui moltissimi, a questo punto, sperano) è la frase “il mio non è un film politico”. La abbiamo già sentita almeno talmente tante volte che ha già perso di senso. Proponiamo al direttore Alberto Barbera di non invitare in futuro i registi che l’abbiano pronunciata.
Le cose migliori viste finora. Enzo Avitabile Music Life di Jonathan Demme; Bad25 di Michael Jackson, il doc sul making di Bad (fuori concorso); Izmena di Kirill Serebrennikov, manieristica per quanto ipnotica narrazione sul tradimento coniugale; The Master di P.T. Anderson (che non è un film su Scientology, ma sulla perdita di senso e sulla necessità della dipendenza). E, a sorpresa, Love Is All You Need di Susanne Bier (a sorpresa perché le premesse – matrimonio a Sorrento tra svedesi, protagonista sotto chemioterapia – ci metteva già sulla difensiva pregiudiziale). Una commedia che parte dai luoghi comuni ma che se ne emancipa egregiamente, con ritmo ottimo e profondità. Sarebbe un bell’atto di coraggio attribuirle un premio, peccato che non sia in concorso. Ma per il toto-Leone è ancora presto: devono sfilare nei prossimi giorni i film di Marco Bellocchio, Harmony Korine, Brillante Mendoza, Brian De Palma, Francesca Comencini…
