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Rock of Ages

La nostra recensione, in anteprima dal numero in edicola da venerdì 29

27 giugno 2012


Un’immagine da Rock of Ages di Adam Shankman, Foto courtesy Warner Bros

Di Francesco Alò

Ed egli spuntò, completamente strafatto, da sotto un nugolo di groupie apertosi dalla spinta della sua eruzione come flutti mitologici squarciati dall’erezione di un dio greco. Si tratta dell’emersione in scena di Stacee Jaxx (Tom Cruise). Il film potrebbe anche finire qui. Poi, per fortuna, Tom continua a impressionare noi e la pellicola. È lui il pezzo forte della compilation Rock of Ages, irresistibile musical tratto da omonima opera teatrale portata con successo sui palcoscenici di Broadway dal 2006 a oggi. Ora è un film (di Adam Shankman, regista coreografo, tra gli altri, di Hairspray). È la storia di un ragazzo e di una ragazza che cercano la musica e trovano l’amore nella Los Angeles del 1987, circondati e posseduti dal glam metal dell’epoca: Bon Jovi, Guns N’ Roses, Def Leppard, Europe e Journey (la loro Don’t Stop Believing avrà un ruolo principe. Non a caso, ha fatto la fortuna anche di Glee…). Ogni pezzo è eseguito a squarciagola – con passaggio naturale dal parlato al cantato come un musical classico – da tutti i protagonisti di quest’adorabile favola pop americana.

Alec Baldwin (“Le tasse sono così… non rock & roll!”; lo slogan per noi italiani del 2012) e Russell Brand sono rispettivamente proprietario e manager del locale rock crocevia di tutti i destini (preparatevi a un loro duetto da lacrime agli occhi). Paul Giamatti giganteggia come perfido manager. Julianne Hough e Diego Boneta sono gli ambiziosi innamorati, mentre un immenso Cruise veste (poco) i panni della rockstar Stacee Jaxx: un quarto di Jim Morrison, un quarto cowboy alla Clint Eastwood, un quarto Grande Drago Rosso dipinto da William Blake, un quarto Frank T.J. Mackley di Magnolia. Ogni volta che la camera posa lo sguardo su di lui, l’eccitazione è così alta che potrà capitarvi di fare come le signore del film: cadere di schianto faccia a terra. Non solo perché Stacee sembra un invasato abitato dal demone del rock (“Io mi conosco meglio di qualsiasi altro. Perché… io… vivo… qui”, dice ieratico, indicandosi il corpo, a una giornalista attonita di “Rolling Stone”, interpretata da Malin Akerman) proprio come lo è Cruise nella vita rispetto alla “sua” Scientology (il parallelismo è esilarante), ma soprattutto perché è dai tempi di Magnolia che non sentivamo così prepotentemente l’odore animalesco di questa grande star. Non premiare Mister Cruise con l’Oscar, nel 2013, potrebbe essere veramente troppo, troppo, troppo non rock’n'roll.

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