Now On Air:

African Women, il Nobel è donna

Girato a sostegno della campagna Nobel Peace Prize for African Women, numerose interviste a donne senegalesi che rivendicano il loro impegno nel tenere insieme le famiglie

5 dicembre 2011

Di Ilaria Ravarino

Se il Nobel è donna, il Nobel è Africa. Tre volte in otto anni il Nobel per la pace è andato a un’africana, nel 2004 alla biologa kenyota Wangari Muta Maathai e nel 2011 (in condivisione con la yemenita Tawakkul Karman) alle attiviste liberiane Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee. Naturalmente non si tratta di una coincidenza. Le donne africane sono la parte viva di un continente problematico. La parte combattiva e organizzata, la parte, verrebbe da dire, sana. La parte gioiosa. La parte più stanca. E arrabbiata.

Presentato allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma, African Women – in viaggio per il Nobel della Pace di Stefano Scialotti è un road movie attraverso il Senegal alla scoperta del mondo femminile, a partire dal World Social Forum di Dakar del 2011 «dove le proteste – dice il regista – erano guidate all’80% da donne». Girato a sostegno della campagna Nobel Peace Prize for African Women, e ancora senza distribuzione, il film si compone di numerose interviste a donne senegalesi che rivendicano in chiave politica il loro impegno nel tenere insieme le famiglie, il tessuto sociale e la produzione agricola. Essiccatrici di pesci che si prendono gioco della pigrizia dei propri uomini cantando sotto al sole, tessitrici e microimprenditrici organizzate in cooperative, mogli che tengono in scacco mariti poligami, madri che lottano perché i figli (delle altre) non finiscano nelle mani di scafisti senza scrupoli. Alla guida del documentario c’è un uomo, Stefano Scialotti, e il suo musicista Louis Siciliano. Davanti all’obiettivo le donne d’Africa, il loro impegno civile e civico: la resistenza di chi, pur confinato fuori dalle gerarchie politiche, regge sulle proprie spalle l’ordine sociale.

Le donne d’Africa ci sono, e si vede. Ma gli uomini d’Africa? Restano a guardare?

Scialotti: Partiamo dal presupposto che in Africa, come in Europa, le donne sono molto più attive degli uomini. In una società che accetta la poligamia, poi, gli uomini si limitano ad esercitare il comando. Fanno tutto le donne. Però rispetto all’Europa sono molto più organizzate.

Magra consolazione.

S: Non è vero: le donne d’Africa hanno una marcia in più. Rispetto agli uomini hanno più cura non solo della famiglia, ma anche di se stesse. Basta guardare come vanno in giro. Gli uomini sono vestiti come californiani degli anni ’80, con il cappellino, i bermuda e la T-Shirt Texas University. Le donne hanno abiti personali, tradizionali, colorati e bellissimi.

Volevate il Nobel per tutte le donne africane, ne hanno premiate solo due: delusi?

S: No, la consideriamo comunque una vittoria. Il premio alla categoria, diciamo, era una provocazione. Non lo avrebbero potuto assegnare per regolamento. Ma la motivazione con cui è stato dato a Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee è perfettamente in linea con la nostra proposta: “per l’importanza del loro ruolo nel continente”.

Nel film dite che il Nobel alle africane in realtà è un Nobel alle donne, tutte.

S: Sì, l’idea infatti sarebbe quella di assegnare un premio che lasci sperare in un mondo migliore.

Perché dovrebbero essere le donne a rendere il mondo migliore?

S: Perché le donne hanno una visione globale dei problemi, cosa che manca del tutto agli uomini. In un mondo così, e in un momento come questo, l’occhio di una donna vede più lontano.

E cosa vedono gli occhi delle africane?

S: Molte cose. Dovremmo imparare da loro, da queste donne che lavorano mantenendo la gioia e l’ironia nonostante le avversità, che tirano avanti in un contesto così difficile, che non perdono né la speranza di cambiare le cose, né la voglia di contare politicamente.

E adesso? Dopo il Nobel cosa ci sarà? Un altro Nobel? O le cose cambieranno prima?

S: Le ONG italiane che hanno sostenuto l’iniziativa, cioè “CIPSI” e “ChiAma l’Africa”, continueranno a darsi da fare. Il mondo intanto deve cominciare a rendersi conto che le donne africane non sono affatto una forza residuale. Lottano contro la guerra, contro le violenze sessuali e per l’educazione dei figli: la loro forza dovrebbe riverberarsi anche sui nostri paesi.

A proposito: che distribuzione avrà il documentario?

S: Il film è stato mostrato al Parlamento Europeo ed è stato portato a Cannes, dove ha riscosso l’interessamento di 20 network internazionali fra cui Al Jazeera. In Italia ancora non ha distribuzione, ma RaiCinema si sta muovendo per trovargli posto su qualche canale.

Commenta la notizia

New York Film Academy