11 agosto 2011

Maurizio Cattelan, Il dito medio. Foto Alberto Motta
Di ALBERTO MOTTA
Il diavolo è nei dettagli, lo cantava anche Bright Eyes. Mi viene commissionato un articolo, dal titolo provvisorio ‘Acrobati senza rete’, in cui raccontare come in Italia la Generazione Lastrico (quella post eroina e pre nativi digitali) viva in bilico, sospesa sul precipizio del fallimento personale tout court come una funambola, e come una funambola possa contare esclusivamente sulla rete come device di salvezza.Per dirla più esplicita: ai giovani precari tocca fare i salti mortali per pagarsi l’affitto in condivisione e se non fosse per la rete (intesa come web) non potrebbero nemmeno allineare i neuroni a quelli del resto del mondo. Ipotesi che secondo svariati opinionisti – Wired ci ha sfracellato per mesi con la storia del Premio Nobel a internet - dovrebbe rappresentare il male. (E qui mi concedo un paio di domande: voi ci credete? Ci credete come dieci anni fa? Che internet ci renda migliori? Al passo con il resto del mondo? È riprovevole cucirsi addosso futuri sartoriali? Non multinazionali? Se sì, quali? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto).
L’articolo sarebbe stato così confezionato: si sarebbero compiuti esperimenti sul campo, avrei chiesto a diversi precari del lavoro di rinunciare ad iPhone, Blackberry, tablet, pc, persino al digitale terrestre, a Sky, alla mail, alle telefonate, al navigatore, alle chat con l’amante, alle conference call di lavoro, per 10 giorni. Avrei raccolto numerose informazioni, lo studio avrebbe portato a scioccanti scoperte. Così non è stato.
Innanzitutto perché – e forse proprio questo è l’esito dell’esperimento – nessuno si è potuto permettere la disconnessione garantitami.
Gli acrobati alla rete non vogliono, non possono, gli si chiede di non rinunciare, di non staccare le dita dal qwerty.
Un 33enne art director piemontese - e disinnesco ogni obiezione informando che un art director oggi è un precario alla stregua di un operatore di call center - doveva “stare sotto all’avvocato per la causa sulle fatture che ancora mi devono pagare, quegli stronzi (non meglio identificati – nda). Devo sentire il commercialista per farmi rateizzare le tasse da qui a dicembre. E ho tutti i lavori in consegna prima che i clienti scappino in ferie”.
Un 28enne artigiano del mobile di Seveso si è tirato fuori dall’esperimento perché: “sono in giro tutto il giorno in furgone per le consegne. Non uso il telefonino e non so mandare neanche un fax. Segue tutto mia mamma. Io mi occupo solo dei clienti e del capannoncino. Se interessa, però, sono un acrobata a pieno titolo. A settembre mi sa che chiudo tutto”.
La terza cavia, disoccupata full-time, 27 anni, Jesi, vive con i genitori, pendolare sporadica tra Milano e Roma. Accetta di prendere parte all’esperimento. Poi si tira indietro: “la prima cosa che faccio la mattina è guardare il profilo Facebook dei miei due ex. Sto teorizzando l’era digitale come fine della fine delle relazioni. Ti interessa?” No, grazie.
Porto un ultimo esempio: quello di un architetto (ma in stage a zero euro) di Roma. Lavora (sic) a Bologna. Non mi può aiutare perché: “io non ho soldi. Non – ho – soldi! La sera non posso neanche uscire a bermi una lattina di Moretti in strada. Resto in camera, guardo i 72 minuti di Megavideo, chatto, cazzeggio su Facebook, guardo Pornhub. Posso farlo solo se mi paghi. Anche poco”. Purtroppo no, e scusa.
Avete capito l’antifona, e lo percepivate anche prima del succitato, blando esperimento: la rete è sì uno strumento di lavoro, sta sì concorrendo al podio di primo svago degli italiani, è sì la nuova televisione. Ancor più importante, però, è che la rete sia sempre più il placebo. Uno svago emolliente (si legga l’analisi sulla funzione sociale della musica in “1984” di George Orwell) cui abbandonarsi con nulle riserve.
Il diavolo si cela nei dettagli, cantava però Bright Eyes. Ed ecco che nel panel individuato per la stesura di questo articolo rientra anche un agente di cambio, Piazza Affari di Milano, dito medio di Cattelan torreggiante, unica certezza granitica qui attorno. La mia unità statistica ha 37 anni, milanese di Milano, due Blackberry, e accetta di discutere l’opzione di rinunciare alla rete per 10 giorni. Nonostante la disponibilità telefonica, il tempo di un caffè gli è sufficiente per liquidare me e l’articolo con un ghigno beffardo. Beffardo come la sorte, che alza il dito medio al suo indirizzo e fa segnare il giorno seguente – e per la settimana tutta - il crollo verticale delle borse europee, nell’esatto, sincronico momento in cui i Blackberry britannici usati come tamburo di guerra durante le rivolta di piazza inglese assurgono nell’immaginario europeo a simbolo di sfogo (quanto legittimo va capito) sottoproletario e buzzurro. Lo scarafaggio burroughsiano incrostato di micro tasti che fino a pochi giorni fa faceva pendant con il Piaggio a tre ruote, il completo sartoriale e la scarpa di quercia, oggi affratella broker e looter. Speculatori e saccheggiatori. Operatori di borsa e operai borseggiatori. Mario Draghi e mariuoli. Neanche loro, né i Patrick Bateman del Quadrilatero, né i guerrieri della notte, in questi giorni rinunceranno alla rete. Forse dovrebbero.


