07 novembre 2011

Foto Marco Di Cosmo per Rolling Stone Italia
Di Luca Pakarov
Il soggetto in questione è un maschio di taglia grande, non troppo alto, calvo e con il cranio completamente tatuato, metà dei suoi denti sono color oro, da trent’anni vive a Londra ma lo si può incrociare mentre fa performance al Tate Modern e all’ICA di Londra, a Bruxelles, Mexico City o esporre in posti come il RuArts di Mosca o il Modern Art Museum di Tel Aviv. Non è violento ma adora il sangue (il suo). In circolazione girano varie monografie. Se lo incontrate non esitate a contattare le forze dell’ordine.«Franko, ti hanno mai gonfiato per il tuo aspetto?». «Come no… quando avevo diciassette anni ero un punk, andavo spesso da Milano a Como, nella prima a piazza San Babila erano quelli di destra, poi arrivavo a Como ed alla stazione erano quelli di sinistra. Scappavo sia da quelli con i capelli corti sia da quelli con i capelli lunghi. Finché non sono partito per Londra, lì mi fanno meno caso ma non sempre…».
Franko B è una leggenda della body art che si fece conoscere a fine degli anni ’80 per delle performance che, nell’intervista, io azzardo a chiamare estreme ma lui mi rifila subito un cazziatone: «estremo è come vive la gente, la vita è estrema, non l’arte». Franko per capirci è quel signore che, a suo tempo, in quello che lui definisce un atto liberatorio, sul palco si presentava nudo, coperto da un cerone bianco e con delle cannule aperte infilate nelle vene pisciava sangue fino a stramazzare. Poi entravano gli assistenti che lo prendevano a calci e magari lo legavano per i piedi, a testa in giù. Dissanguato e pestato rimaneva appeso come un bue in un mattatoio. Provo a fare il simpatico: «è il sogno di chiunque fare l’assistente ad uno come te», ma mi guarda impassibile come fossi un portacenere.
Mi dice: «Quando ho cominciato nel ‘79 era la Londra della Thatcher, del postpunk e della delusione politica, c’era tanta disparità, facevo cose per contrastare il reazionario, ma ora questo concetto non mi appartiene più, la reazione non serve, ci vuole la poesia, tuttavia ieri come oggi continuo a farmi domande». «Io Franko non ho mai trovato risposte», dico. «Certo, non è l’arte che deve produrre risposte ma ricorda che le domande sono il luogo dove l’artista può intuire le possibilità e quindi trovare le forme, guidato però sempre dall’estetica, dal bello».
«Con performance così forti – stavo per dire di nuovo estreme – non c’era il rischio di dover giocare a rialzo? Di essere costretto ad architettare qualcosa di ancora più potente?».«Sì, è stata la mia paura, ad un certo punto ho pensato, e adesso che faccio, mi ammazzo? Per fortuna o sfortuna il mondo ha cominciato a girare in un altro modo».
Dico: «Sì, ad un certo punto le immagini sono cambiate, quello che solo ci figuravamo è entrato nella televisione lasciando fuori la musica dell’immaginazione, allora si è avuta la mercificazione del corpo e montagne di cadaveri…». «Questo è il punto, tutti ricordano i miei lavori passati perché sorprendevano e destabilizzavano la gente, era un modo d'esprimersi che per un momento sentivo mio e senza dubbio funzionava, ma dopo c’è stata la guerra in Jugoslavia e quella del Golfo con le loro foto e i video saturi di sangue: che senso avrebbe avuto una delle mie performance? Mi sono sentito inutile ad usare il mio corpo in quella maniera. Inoltre un giorno mi telefonò un impresario del circo, voleva che facessi un numero per loro, anche io mi ero mutato in spettacolo… così ho deciso di cambiare strada… oggi in giro è pieno di Franko B».

Foto Marco Di Cosmo per Rolling Stone Italia
La vulnerabilità dell’uomo che prima compariva nelle sevizie che Franko si infliggeva nella carne s’è trasferita nelle tele. La sua pelle adesso è un cotone egiziano in cui, con ago e filo rosso, ricama i gracili contorni di ragazzini in posizione di lotta, stesi dietro un filo spinato, che si baciano, ragazzini guerrieri e lascivi con i peni che si sfiorano, croci e ancora ragazzini che stanno per essere impiccati. E’ il ritratto di un’innocenza dimenticata in un’infermeria deserta con la luce del crepuscolo, come in un possibile film di Harmony Korine. «L’orrore oggi lo trovi nel piccolo, nella perdita o nella solitudine. Le grandi catastrofi sono per i giornali. Io voglio comunicare, parlare, con quante persone più diverse possibili, trovare questi luoghi in cui ognuno si sente solo». Così la sua poesia, per dirla con una prosa di merda, evoca un mondo in cui le lacrime non sono un accessorio degli occhi ma gocce che piovono dentro, facendo germogliare l’ampio giardino delle forme. Nelle sculture i protagonisti sono animali, seducenti ed eleganti animali imbalsamati neri che si confondono durante le esposizioni con lo stesso Franko B, il quale, anch’egli completamente nudo e di nero, gira nel suo zoo ricordandoci che spesso la differenza fra l’essere vivo o imbalsamato è solo apparenza. Al tavolo arrivano le patatine che, nella chiacchierata, ci sputacchiamo reciprocamente, io sul suo telefono lui sulla mia agenda. Franko B mi diventa sempre più simpatico.
«Funziona più la provocazione nell’arte?». «Serve, non è detto che funzioni, guarda Cattelan… a me per esempio piace sorprendere il pubblico. Ad ogni modo abbiamo a che fare con un linguaggio che è come un virus, che esiste già, l’artista può solo appropriarsene per un momento… ma a quel punto diventa già collettivo… e la sorpresa svanisce». Faccio con la testa di sì, fingendo di aver capito. Col bicchiere vuoto e i nervi contratti, mi sento Marzullo e la sparo: «perché è necessario rendere sopportabile l’insopportabile?» ma Franko non ci casca, fa spallucce e non mi manda affanculo perché è un galantuomo: «questa è storia vecchia». Torno allora nei ranghi: «hai una casa in Italia?». «No, ne comprai una a Ostuni con un amico ma poi, quando andavo, da dietro la siepe del giardino comparivano sempre il maresciallo in pensione o la vecchietta a curiosare… l’ho venduta». Cerco di consolarlo: «tranquillo, nemmeno io ho una casa».
Quello che era considerato il profeta del sangue all’improvviso vede che sull’albero poco più in là del nostro tavolino una bambina sta facendo pericolose acrobazie, comincia a chiamare una che dovrebbe essere la madre, poi i vicini, infine la cameriera «lo so che non sono cazzi miei ma si fa male!!» strilla, avvisandola della minaccia che cada mentre io, con la cameriera a portata di mano, penso solo a chiederle un altro bicchiere di bianco. «Capisci» mi fa «io sono responsabile di ciò che vedo, io sono anarchico non nel modo distruttivo dei Sex Pistols, sia chiaro, sono anarchico responsabile alla Kropotkin, ogni cosa è politica, ogni presa di posizione, anche stare seduto sul muretto. Non esiste l’oggettivo, figuriamoci nell’arte… solo che molte volte chi fa arte dichiaratamente politica vende di più». E ride come un cannibale e io rabbrividisco (ah, ogni riferimento al padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia non è puramente casuale, N.d.R.). Poi ha tempo di preoccuparsi anche per me e mi ammonisce: «tu bevi troppo, devi controllarti, non risolvere». «Ci provo ma il giusto mezzo aristotelico è una chimera, almeno in quest’ambito», gli rispondo. In effetti la prima volta che ci conoscemmo, tempo fa nel locale di amici comuni, nel disperato tentativo di reggermi in piedi stavo abbracciato ad una sua opera, credo fosse un tronco o un uccello ricoperto di acrilico nero immerso nella resina. A fine serata, dopo aver conversato un’ora e più con la bestia impagliata o quello che è, conosciuto il suo valore in sterline, tentai non troppo disinvoltamente di portarmela a casa, guadagnandomi solo la pubblica vergogna.
«Cos’è successo a Londra, perché le rivolte?». «Che dirti, è talmente chiaro, prima si lottava per il pane, ci si organizzava politicamente, oggi i forni sono stati sostituiti dai negozi di scarpe e ci si messaggia con il Blackberry, segno che le necessità sono altre… e che la politica è sempre la stessa… è la politica che rende la gente povera e distratta… Londra è piena di telecamere e questa gente è tutta in galera ed io non credo nel sistema penale». Stop drink.
Rec: «A parte Londra, dove vivresti?». «Mi piace Mexico City e Los Angeles… è strana Los Angeles, quando cammini o la gente ha paura di te o tu paura di loro». «Beh, è divertente?» chiedo. «E’ interessante». E New York?: «bah, è troppo europea, prima dell’11 settembre era più provinciale, ora le persone sembrano più modeste». Prossimamente Franko B sarà per una mostra a Lancaster e a fine novembre farà una performance a Ginevra.

Foto Marco Di Cosmo per Rolling Stone Italia
Franko riaccende il telefono che comincia a squillare senza fine. Io spengo il registratore e mentre ordino da bere mi viene voglia di prenderlo a calci, ma solo perché gli voglio bene. Mi accontenterò semplicemente di pagare il conto.



attinia
8 novembre 2011
Grazie Franko anche da parte mia, ti voglio bene anch'io.