Alcatraz, l’università della creatività
A casa di Jacopo Fo, luogo anomalo e suggestivo, fonte di una stravagante energia positiva. Che tutto modella...
Alcatraz, Foto Stefano Sapora
Di Luca Pakarov
Ero parecchio scettico sul mio destino prossimo e se ne dev’essere reso conto anche Jacopo Fo quando, al telefono, gli dico: “Ho pensato di trascorrere qualche giorno in comunità da voi”. “Comunità? Quale comunità?”, mi risponde disorientato.
Mettiamoci anche che non sono stato mai né troppo zen né troppo omeopatico e che sono cresciuto a due passi dal promulgatore del pessimismo cosmico. All’arrivo, dopo aver sbagliato strada almeno tre volte, quando vedo grandi totem, faccioni dipinti, draghi arancioni, indicazioni per boschi magici e giardini incantati, mi convinco che non resisterò nemmeno mezza giornata.
Mi consola Eleonora che suggerisce: “Fatti trascinare da quello che succede, non pensarci troppo”. E io a non pensare sono un professionista però c’è un fatto, pure se la Libera Università di Alcatraz, 440 ettari fra Gubbio e Perugia (il Vaticano in tutto conta 44 ettari) esiste da 30 anni, per molto tempo è stata circondata da nomee che variavano dalle turpitudini libertine, passando alla fumeria di oppio per finire al centro di reclutamento terroristico, così che per i più è rimasto una regione oscura.
Alcatraz, come mi riferisce il padrone di casa Jacopo Fo, è un’autostrada che lui ha costruito e su cui, chi vuole, se ha dei progetti o solo voglia di “staccare”, può transitare. Dice Fo: “Abbiamo scoperto che non si poteva fare la rivoluzione perché i capitalisti avevano l’aviazione militare… allora abbiamo deciso di lavorare sulle coscienze e quindi, per il cambiamento, si è creato un centro di studio e di diffusione di nuove idee sulla vita, sull’ecologia, sul lavoro, sull’arte, sull’amore… fino ad arrivare a veri e propri corsi di formazione professionale”.
Alcatraz è cominciata nel 1981 con un ristorante biologico e corsi sul benessere, sulla coscienza di sé e le professioni (giornalismo, teatro, pittura, fumetto) svolti da veri mostri sacri. Mezzo mondo ci è passato, insegnando cose pazzesche. Un esempio: se state trincando al bar una birra artigianale, difficilmente vi sfuggiranno affisse le tavole di Andrea Pazienza su Alcatraz. E non è un caso che qui, fra alcuni straordinari ospiti abitudinari, sono nate interessanti esperienze come il tour di Fausto Mesolella (Avion Travel) e Stefano Benni (tanto per citare le più recenti).
Come mi spiega il direttore artistico Imad: “Non è come quando sono in tournee, gli artisti qui s’incontrano, parlano e si confrontano. L’anno scorso abbiamo fatto cantare le canzoni scritte da Dario Fo e Franca Rame sui Seminole, gli indiani d’America, a Raiz, Bandabardò, Nada, Modena City Rambles, Marco Zuzolo, ‘A67… sono molti quelli che arrivati s’innamorano del posto, poi tornano e nascono cose e concerti”.
Si mangia, pensa, suona, canta…, Foto Stefano Sapora
A fine luglio (dal 28 al 4 agosto) lo spettacolo verrà ripetuto mentre, ad agosto, Stefano Benni con il pianista Umberto Petrin svolgeranno un seminario di scrittura creativa. Per esempio io, che artista lo sono sì e no sulla punta dei capelli, in quei giorni parlavo spesso con una graziosa coppietta finché, una sera, vedo lui con una chitarra in mano. Ma saprà anche suonarla? Dopo tre ore di concerto godute con altri trenta fortunati ospiti (e ripeto trenta, che è come stare sdraiati sul divano di casa), ho scoperto che si trattava di Alessandro Finazzo della Bandabardò e io un povero idiota, semmai ancora avessi dubbi. Quella sera Finaz, emozionatissimo (giuro!), ci ha fatto ascoltare in anteprima il suo disco solista che uscirà a novembre. Tanto per. Poi mi spiega che ad Alcatraz c’è un contatto con il pubblico diverso, più intenso, unico.
Ecco, un punto importante è che tutti (o quasi, massimo ci sono 60 posti letto) possono andare ad Alcatraz, soggiornarci, fare corsi, creare, passeggiare o semplicemente starsene sdraiato all’ombra di una quercia aspettando la cena (Alcatraz per la qualità della cucina è nella guida di Slow Food). Quella sera, così per tirare avanti fino alle due di notte, anche Mesolella (uno dei più importanti chitarristi italiani) propone il suo ultimo disco. Faccio una figura di merda anche con lui ma preferisco non raccontarla, quello che c’è da dire, invece, è che si tratta di un delirio sensoriale che coglie impreparato pure il gatto di casa che, in estasi, assiste seduto sulle zampe di dietro e che per un secondo, nella mia testa, lo vedo battere le mani…
Con più occhio al portafogli, niente fantasia e soprattutto meno “derive” ecologiste, Jacopo Fo avrebbe potuto fare di questa eccezionale vallata un volgare complesso turistico, costruendo un rustico lì o un balordo minigolf là, invece mi ritrovo a dormire in una solitaria torre medievale ristrutturata e quando torno la notte vedo aggirarsi la luce di una pila, poi sento: “Cumpà, qui non si vede niente”. È Nando Citarella, musicista e in quel momento vagabondo, che mi vuole bene anche perché ricorda la recensione che RS fece di un suo disco. Ma siccome Citarella è napoletano e simpatico, il giorno dopo vado a destreggiarmi penosamente ai suoi esercizi poliritmici dove, come da programma, risulto ridicolo alla potenza, ma mi diverto come un bambino. Declino il corso di shiatzu ma solo per l’intima paura di venire a contatto troppo con me stesso.
Alcatraz non ha nulla del borgo pittoresco, è un luogo anomalo e suggestivo, fonte di una stravagante energia positiva che tutto modella e, non so per quali dinamiche, forse in quanto la gente sorride (maledetti pazzi!), da cui si riesce a tirar fuori il lato infantile dello stupore, quello sano che ha a che fare con la gioia e l’esplorazione.
Capita, così, che ci si metta in gioco senza saperne il motivo, perché si perde la distorsione dell’omologazione, la subdola sudditanza all’apparenza o il fosco intellettualismo snob e, per un po’ almeno, l’abitudine coincide con la libertà e il rispetto. Ma guai ad avere qualsiasi abitudine senz’arte, quotidianità senza bellezza che qui, come credo sia chiaro, non manca.
La lezione di saper accogliere l’esperienza mi riporta nel mondo in maniera completamente nuova, in cui la storia raccontata da Mister Nessuno o gli spaghetti che Sofia Loren ha cucinato a Tal dei Tali (giuro che l’ho ascoltata!) hanno la stessa lungimirante dignità. In pochi giorni ad Alcatraz ho salutato, parlato e riso con quanta più gente che negli ultimi tre mesi, e solo perché – cosa assurda nel bigotto isolamento giornaliero – ne avevo voglia! Prima di tornarmene nel mio personalissimo carcere, vaffanculo, li avrei abbracciati tutti. Insomma, arrivano le vacanze, se non temete la sveglia degli uccellini, fare colazione con un premio Nobel e soprattutto di guardarvi un po’ dentro, pensateci.
Ecco tre video amatoriali ma partecipati con Dario Fo, Stefano Benni e…

