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Cultura, la piccola morte

La roadmap senza scorciatoie per non perdersi l’orgasmo del sapere

22 dicembre 2011

di Alberto motta

Twitter @albertomotta

“Conoscere è l’atto di inspirare stupore ed espirare redenzione”. Non avrà il peso di un assioma matematico – finché redenzione e stupore saranno materie facoltative tra i banchi di scuola – ma l’enunciato resta un’incrollabile verità.

Al netto delle fatiche scolastiche, praticare il sapere è uno degli sport aerobici più appaganti, e se ce ne dimentichiamo non è perché ignoriamo l’argomento (nel qual caso: “[cul-tù-ra] s.f. 1 Arricchimento delle facoltà intellettuali individuali, perseguito attraverso l’acquisizione critica di cognizioni ricavate dallo studio e dall’esperienza”), ma perché della cultura non è sempre ben chiaro cosa fare.

Qualche gustoso aneddoto può schiarirci le idee.

Esattamente un secolo fa due esploratori, l’inglese Robert F. Scott e il norvegese Roald Amundsen, salparono dall’Europa alla conquista del Polo Sud. Mentre la nave di Scott trasportava inappropriate slitte a motore (che appena sbarcate sul ghiaccio sprofondarono nell’oceano per l’eccessivo peso) e tremanti pony (che pure sprofondavano nella neve e poi diventavano ghiaccioli di cavallo), Amundsen il saggio si affidò all’esperienza dei popoli samoiedi: imbarcò una muta di husky, inforcò gli sci di legno, si mise in marcia a 50 gradi sotto zero e piantò la fatidica bandierina. Improvvisazione britannica 0, competenza norvegese 1.

Ma la cultura aiuta a vivere una vita molto ok anche a latitudini meno spietate. Ne sa qualcosa Woody Allen, uno morfologicamente destinato a un vicolo riproduttivo cieco secondo il darwinismo, che grazie alla sua arguzia – non certo alla prestanza – conquista prima la magnifica Mia Farrow, poi la figlia adottiva – di lei. E riesce pure a farla franca, il fedifrago regista newyorkese. Come? Affidandosi a folgoranti battute. Tipo questa: “La maturità di una persona non si misura dall’età, ma dal modo in cui reagisce svegliandosi in pieno centro in mutande”.

Ora che l’abbiamo capito, che il sapere è quella petite mort che ci tiene in vita, diamo un’occhiata alla roadmap (senza scorciatoie) per non perdersi l’orgasmo del sapere.

IL SEGRETO

“Ti svelo un segreto: poi… muori!” (copyright Uochi Toki). Se fossimo più presenti a noi stessi non lo scorderemmo con tanta leggerezza. Architetteremmo domande vertiginose. Che avrebbero risposte siderali. Al primo appuntamento romperemmo il ghiaccio con brillanti conversazioni, una buona volta!

CROSSROADS

Il cammino della conoscenza non conosce shortcut da tastiera. La vicenda di Faust ed Eva, abitanti del giardino dell’Eden, ce lo ricorda. Ma Mefistofele non si ferma lì: a un crocicchio si imbatte nel chitarrista Robert Johnson e gli concede il Blues in cambio dell’anima. Da allora scendere a patti col male torna a essere una tentazione irresistibile.

L’IMPERATIVO BIOLOGICO

La maieutica, l’arte ostetrica di attingere dal sapere altrui attraverso il dialogo è innata nell’uomo. Da bambini domandavamo il perché di tutto. Fino a che i genitori spazientiti troncavano con un laconico: “perché è così, e basta”. Un bel giorno toccherà a noi sostenere il braccio di ferro dialettico con i nostri figli. Comunque lo chiamiate, ordine naturale, imperativo biologico, è così che si perpetua la cultura. Sempre che la Banca centrale europea ce lo permetta.

LA STORIELLA (CON MORALE)

Liberamente tratta da “L’ebreo che ride” di Moni Ovadia. Einaudi tascabili.

Un giovanotto ebreo, figlio di una famiglia laica e progressista, vuole darsi un’infarinatura di cose ebraiche. Si reca da un rabbino e gli dice: “Rabbino, vorrei arrotondare la mia cultura con un po’ di ebraismo”.

“Capisco – risponde il rabbino – ma hai studiato il nostro Toyre?”

“Andiamo rabbino! Sono laureato in Logica e Dialettica socratica”.

“D’accordo figliolo, ma ‘leshon ha Kodesh’ la nostra lingua santa, la conosci?”

“Rabbino, lei mi sta facendo perdere tempo. Mi metta alla prova per vedere se sono all’altezza”.

“Come tu vuoi, figliolo”.

Il rabbino alza di scatto due dita proprio davanti agli occhi del giovane e: “Attento giovanotto! Due uomini scendono dallo stesso camino: uno ha la faccia sporca e l’altro ce l’ha pulita, chi si lava la faccia?”.

“Ma è evidente, quello con la faccia sporca”.

“Sbagliato figliolo. Quando quello con la faccia sporca vede che l’altro ce l’ha pulita, pensa di avere la faccia pulita e non si lava la faccia. E quello con la faccia pulita che vede che l’altro ce l’ha sporca, pensa di avere la faccia sporca e quindi si lava la faccia”.

“Come ho potuto cadere in una trappola così banale. La prego, mi sottoponga a un altro test per favore”.

“Va bene figliolo, come tu vuoi. Attento!” di nuovo il rabbino fa scattare le due dita in alto: “Due uomini scendono dallo stesso camino: uno ha la faccia sporca e l’altro ce l’ha pulita, chi si lava la faccia?”

“Rabbino, lo abbiamo già detto. Quello con la faccia pulita”.

“Sbagliato figliolo. Quello con la faccia sporca vede che l’altro ce l’ha pulita, pensa di avere la faccia pulita e non si lava. Quello con la faccia pulita vede l’altro con la faccia sporca, pensa di avere la faccia sporca e si lava la faccia. Ma quando quello con la faccia sporca vede che quello con la faccia pulita si lava la faccia, pensa di doversi anche lui lavare la faccia. Quindi tutti e due si lavano il faccia”.

“Ah, mmh… certo… il ribaltamento dialettico. La prego, mi faccia un’altra domanda”.

Ancora una volta il rabbino alza le due dita di scatto: “Molto attento, ragazzo! Due uomini scendono dallo stesso camino: uno ha la faccia sporca e l’altro ha la faccia pulita, chi si lava la faccia?”

“Rabbino, non l’abbiamo appena detto? Tutti e due si lavano la faccia”.

“Sbagliato! Vedi, quando quello con la faccia sporca vede quello con la faccia pulita, pensa di avere la faccia pulita e non si lava la faccia. Cosi, quando quello con la faccia pulita vede che l’altro con la faccia sporca non si lava la faccia, pensa anche lui che non c’e’ nessuna ragione per lavarsi la faccia. Quindi nessuno dei due si lava la faccia”.

Lo studente, esasperato, ribatte: “Rabbino, riconosco di essere stato presuntuoso, ma non mi neghi un’ultima domanda. La scongiuro”.

“Va bene, figliolo, come vuoi. Allora vediamo…”

Il rabbino immancabilmente fa scattare in su le due dita e: “Due uomini scendono dallo stesso camino, uno ha la faccia sporca e l’altro ha la faccia pulita. Chi si lava la faccia?”

“Pietà di me! Me l’ha appena detto, non insista: nessuno dei due si lava la faccia. Non è cosi?”

“Sbagliato figliolo. Come puoi pensare che due uomini scendano dallo stesso camino, e abbiano uno la faccia sporca e l’altro la faccia pulita! L’intera questione è un’idiozia. Passa la tua vita a rispondere alle stupide questioni della tua dialettica, e vedrai cosa capirai di ebraismo”.

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