‘Diaz’, l’Italia che non si vede al Festival di Berlino
Il film sulle violenze del G8 di Genova, viene snobbato. I critici stranieri s'accendono solo su un paio di fotogrammi: quando compare Silvio Berlusconi...
Un frame del film Diaz, Foto Fandango
Di Ilaria Ravarino
“The Taviani one?”. Non è bastato il cast internazionale. Non è servito il tema globalizzato. E nemmeno il richiamo alla mutua indignazione tra indignatissimi fratelli europei. Dopo la proiezione di Diaz, ieri alla Berlinale nella sezione Panorama, non è cambiato nulla. L’unico lavoro italiano che abbia lasciato traccia di sé al festival è The Taviani one: e pazienza se in patria la storia carceraria dei due fratelli ottantenni, proiettata nella più fredda delle gelide mattine del concorso, ha provocato poco più che un sussurro. Qui è già “masterpiece”.
Di contro, mentre in Italia si aspetta l’arrivo di Diaz come una bomba a grappolo su un pascolo d’alpeggio, trovare a Berlino un giornalista non italiano che abbia visto il film sul G8 di Genova è quasi impossibile. “Italians… uh. Oh, yeah. The Taviani one”.
Tirava un’aria mesta fin dal pomeriggio. A guardare Diaz, in sala, c’erano appena una cinquantina di persone. Nessuna fila fuori dal cinema, dentro posti in quantità: “Scusi, è libero?”. Tutti italiani. Il vicino negozio Lego, santificato dal recente passaggio della famiglia Jolie, registrava contemporaneamente il tutto esaurito. Due ore e mezza dopo, per il film non si alza un solo applauso. Le lunghe sequenze di pestaggi e torture hanno spaesato la platea, chiuso gli stomaci, lasciato in bocca un’amarezza difficile da verbalizzare. Non a tutti il film è piaciuto. In sala c’è il gelo.
Fuori, termicamente parlando, anche. Le interviste previste nel pomeriggio saltano. La conferenza stampa langue (guardate il video!). Anche in questo caso, nel Palazzo della Berlinale, sono in maggioranza italiani quelli che si ritrovano a parlare del film. L’incontro ha la stessa vivacità di una pizza concordata su Facebook fra ex compagni d’oratorio. Con Daniele Vicari e il cast ci si dà allegramente del tu. “Ciao Domenico”, “Benvenuto Daniele”: una gioiosa complicità che fa incazzare il resto d’Europa, perché i compaesani tendono a parlare senza microfono, ad accavallarsi.
Gli italiani s’interessano soprattutto delle reazioni della polizia al film. I non italiani, invece, si interessano di Silvio Berlusconi: “Perché non parlate della corruzione della vostra classe politica?”, chiede un tedesco. “Perché nel film non fate nomi e cognomi di politici e poliziotti?”, dice una francese. Per i nostri cugini europei è ancora così: Berlusconi è l’indiscusso protagonista della nostra tragicommedia umana, e basta che appaia in un paio di fotogrammi per rubare la scena a 127 minuti pieni d’altro.
Vicari prova a dribblare, ma l’attenzione della stampa va scemando. Altrove, chiuso in una suite d’hotel a cinque stelle, c’è il figlio di Bob Marley che sta per concedere qualche intervista. C’è Angelina Jolie da pedinare mentre porta i figli al ristorante. C’è il prossimo film del concorso da vedere. Di Diaz, chiusa la conferenza stampa, non parlerà più nessuno. Alla Germania piace un’altra Italia, quella dei Taviani, quella della senile guardia affidabile e tecnicamente ineccepibile.
Al cinema, come in Parlamento.
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