Don Gallo, un prete anarchico

Intervista forte (e non potrebbe essere altrimenti) al marziano del Vaticano... che parla di tutto, droga e omosessualità inclusa

18 aprile 2012
dona andrea gallo - intervista di luca pakarov

Don Andrea Gallo, Foto (CC) Terrasque

Di Luca Pakarov

Allora gli fu presentato un indemoniato che era cieco e muto ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. Tutta la folla, presa d’ammirazione, diceva: “Che non sia questi il figlio di Davide?”. Ma i farisei, saputolo, dissero: “Egli non scaccia i demoni se non in virtù di Beelzebul, capo dei demoni”.
Matteo 12,28

Mi sembrò intelligente realizzare una preindagine casalinga fra conoscenti. Che devo incontrare don Gallo! Cosa ne pensi? Roba così, ripetevo entusiasta. Il risultato fu agghiacciante. I primi sono stati due compagni d’infanzia: “Finalmente, speriamo che la comunità ti giovi!”.
Poi è stata la volta di una ex-fidanzatina: “Ah sì? Ti vuoi convertire? Mi avevano raccontato che t’eri fatto musulmano…”.
In ultimo i gemelli Derrick del poker: “Non cambiare discorso, a meno che questo tizio non sganci 160 euro”.

Una postilla: non vi pagherò, sono sicuro che avete barato con la telepatia nell’ultima mano. O è stato l’orbo?

Macché intervista per telefono, io lo voglio conoscere don Andrea Gallo, avevo detto. E man mano che mi avvicino a Genova scopro che le domande da porgli sono infinite. Quando in sacrestia quattro studenti in cerca di consigli mi chiedono di poterli far passare dopo che hanno occupato una latteria di Genova – tra l’altro mi raccontano che lo stabile era di proprietà dei genitori del cardinal Bagnasco – delle trenta pagine di appunti che ho dietro, cancello dall’agenda almeno le mie cretinate sullo sport.
L’orologio a pendolo dietro don Gallo rintocca, lui mi aspetta con un tè e una confezione di Toscani da cominciare.

Si sente pochino ultimamente, dica la verità, Berlusconi è in comunità da lei?
“Quando m’è venuta quella frase erano le 10 di sera (puntata su LA7 di In Onda del 17.09.2011, N.d.R.), io ho pensato, devo amare tutti, quando ho sentito la moglie che diceva che era ammalato, mi son detto, beh, noi siamo pronti, venga da noi in comunità. Vicino Alessandria, in un paesino, abbiamo una comunità, ho incontrato giorni dopo il sindaco e si è raccomandato, accoglilo pure ma non portarlo qui…”.

Tanto presenzialismo in TV e nei giornali non può essere rischioso, magari si viene “messi in mezzo” o criticati beceramente come ho visto fare?
“Io non lo so, non mi occupo di media, io so che quando mi chiamano vado, il mio unico compito è di dar voce a chi non ha voce, accettando le critiche. Vado senza fini di lucro, chiedo solo il rimborso spese per i viaggi giusto per non farle pagare alla mia comunità (la Comunità di San Benedetto al Porto, fondata proprio da don Gallo con don Federico Rebora, N.d.R.). Quanto viene dalla vendita di libri va in un conto di cui non ho la firma in banca… nemmeno posso scappare con la cassa…”.

Visto che parliamo di comunicazione, perché nell’epoca della comunicazione è così importante dialogare?
“Ci sono tre modi per incontrare l’altro: facendo le guerre contro i migranti, contro i gay, per non parlare di quelle con i missili. O tirando su muri. Oppure, quello che io ho scelto, con il dialogo. Essenzialmente con il dialogo, anche quando hai pregiudizi, scopri che gli altri sono esseri umani. Dove sei seduto tu domani ci sarà il sindaco di Genova; nell’ultima campagna elettorale è venuto il candidato del PdL, un giovane, non perché voleva sostegni ma solo per parlare dei problemi della città che io conosco molto bene”.

Lei sembra capace di far dialogare la Chiesa con temi ad essa scomodi, come la contraccezione e l’omosessualità, pure se, ne Il fiore pungente (Dalai Editore), lei dice di essere contrario “alla cultura consumistica di un certo movimento gay”, può spiegarlo?
“Negli anni ’80 il consumismo ha fiaccato tutti. All’ultimo Gay pride qui di Genova c’ero anch’io; tutti quelli che erano lì a gridare diritti devono aspirare alla democrazia e quindi avere la visione di un nuovo modello di sviluppo al di fuori di questo mostro chiamato capitalismo o neoliberismo che mira solo alle tre A, Apparire, Appropriarsi, Avere, distruggendo le istanze collettive e l’essere in sé, cioè la coscienza critica. Dobbiamo avviarci alla sobrietà senza però impedire i propri costumi. Ma soprattutto chiedere i diritti essenziali di tutti; nella sobrietà ci sono valori come la solidarietà, la tolleranza, l’accoglienza. A me, come cristiano, Dio mi dice di abbattere gli idoli, gli idoli sono il potere, l’arroganza, la strafottenza, lo sfruttamento. Questa non è una crisi politica, è una crisi di sistema e la crisi di sistema è sempre di lunga durata”.

Beh, in tempo di crisi tutti protestano e ognuno dice la sua, ma qualcuno ha più peso degli altri…
“Infatti, ieri su RaiNews 24 ho visto Mieli… parlava da Cortina… sta sempre lì a dire che i sindacati dovrebbero valutare, ragionare, considerare… ma tu Mieli da Cortina, cosa dai per questa crisi? Se a Mieli gli tolgono 10 o 20mila euro l’anno nemmeno se ne accorge, è già anziano, va mica più a vedere l’estratto conto che non ci capisce niente…”.

Le leggo una frase: “gli oppressi, i diseredati, gli sfruttati devono essere ribelli perché devono conseguire i loro diritti fino a ottenere la loro perfetta e completa partecipazione al patrimonio universale” – è del pedagogista anarchico Francisco Ferrer y Guardia – come si manifesta oggi l’oppressione?
“Senza che vai troppo lontano, l’italiano ha come bussola la Costituzione, a bordo senza bussola è un casino. Nell’articolo 3 la Repubblica s’impegna a rimuovere gli ostacoli in favore dell’emancipazione del cittadino… il grande Dossetti, padre costituente, nel ’95, ormai vecchio, gira l’Italia e dice: ‘cittadini instituite comitati in difesa della Costituzione’, chi l’ha ascoltato? Noi come Comunità abbiamo dei crediti con le Asl che non ci pagano… eppure i soldi per pagare i parlamentari ci sono anzi, sono tutti scandalizzati perché alla buvette di Montecitorio il caffè è aumentato fino 80 centesimi. Ma non ci sono i bar a Roma? E chiudetela ‘sta buvette!”.

- don Gallo fa una faccia nauseata e affetta un trancio di sigaro -

In Non uccidete il futuro dei giovani (Dalai Editore) lei ribadisce più volte che, in assenza di presupposti politici per programmi e idee nuove, sono i giovani a doversi impegnare nella resistenza. Come si fa?
“Il mercoledì del G8 è venuto qui Mario Monicelli, il giovedì Ettore Scola, entrambi in giorni differenti mi fecero praticamente la stessa domanda ‘all’inizio del terzo millennio le agenzie educative riusciranno a sradicare dalle nuove generazioni l’assenza di futuro?’. Dopo la Liberazione, avevo 17 anni, le nostre coscienze si sentivano forti – qui don Gallo fa un’ampia digressione sul modo d’intendere la Resistenza di Giampaolo Pansa ma prima di riportarlo è meglio che io consulti il mio avvocato. Con gli anni ’80 il virus perenne del fascismo, come il colera o la peste, è in libera uscita in tutti i campi solo che invece di reprimere addormenta… l’obiettivo del neoliberismo è distruggere lo stare insieme, guarda i sindacati come sono messi. Per questo bisogna rifondare la politica, che significa partecipare alla mia città in modo democratico per addirittura ricostruire la democrazia.
Anche ai cristiani dico, nel ’65, al termine del Concilio Vaticano II, la Chiesa dichiara dottrina certa il primato della coscienza personale. È importantissimo perché dice che la coscienza personale non è subordinata a nessuno. Finisce l’obbedienza al pensiero. Ascolta, verifica, e insieme ci liberiamo. Però insieme ci si libera, dopo la presa di coscienza. È una massima del grande pedagogo Paulo Freire. Ieri casualmente guardavo la televisione, ho passato tutti i canali, niente! Niente! Addirittura non so quale canale trasmetteva ‘La storia di Mosè’… con Mosè che va ancora dal faraone… ma basta!”.

Ho l’impressione che i limiti della ribellione oggi siano proprio l’appagamento, tutto comincia nell’entusiasmo generale ma poi è come se l’idea di cambiamento venga letteralmente consumata prima di qualcosa di concreto…
“L’obiettivo è l’autogestione nel rispetto delle istituzioni, con una verifica quotidiana e la quotidianità diventa continuità. Il potere però non molla… guarda quelle che sono le truppe scelte del Vaticano, quelli di CL, non è mica più Comunione e Liberazione ma Comunione e Lottizzazione; o la Comunità di Sant’Egidio che è alle dirette dipendenze della Segreteria di Stato, come mai? L’assistenzialismo va bene però, o hanno come obiettivo il produrre dei diritti o sono una banda di oppio che sono lì per addormentare la gente. Io non mi faccio mica problemi, le cose le dico, sollevo le ceneri…”.

- E intanto gli cade un tizzone incandescente sullo scrittoio -

Con don Gallo spesso il discorso si trasforma in una serie infinite di parentesi che si aprono e si chiudono nell’impossibile tentativo di trattenere le migliaia di storie, persone, aneddoti, miserie, sofferenze, insegnamenti, che, per ogni argomento, affiorano dal fiume in piena del suo inestimabile passato. Sta di fatto che mi perdo dietro l’affascinante voce rauca di questo giovane-vecchio e mi ritrovo a intonare insieme “c’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza” di Gaber. Vai a capire perché.

Ci si riprende, torno composto (o quasi) e domando: com’è che non ha mai incontrato Ratzinger?
“La raccomandata non è mai arrivata”.

Dall’alto dei miei 9/10 di comandamenti calpestati quotidianamente gli chiedo: il peccato non è troppo abusato dalla Chiesa per gli altri e poco espiato dalla stessa?
“C’è un fatto, il Concilio Vaticano II non è stato introiettato, già verso la fine del Concilio Paolo VI per paura di nuovi contrasti, temendo scismi, cominciava a fare retromarcia… nel ’98, in diretta sulla Rai, mi lasciano l’ultima battuta e dico: ‘Santo Padre – rivolgendomi a Wojtyla – un povero cristo indegno come me le vorrebbe fare una domanda: come mai lei ha ucciso i miei maestri della teologia?0′, e ho fatto qualche nome. Il povero Sassuoli che conduceva s’è sbiancato! Quando dici Chiesa dici tutti, anche l’ultimo battezzato, diverso è dire gerarchia. Chi ha la carica dovrebbe per principio servire con più abnegazione i fratelli e le sorelle, se vuole stare con Gesù, altrimenti, se non vuole… Dio è amore, di certo non li fulmina”.

Quando la sento parlare così mi viene in mente la frase del filosofo Ernst Bloch in cui dice “il miglior cristiano è l’ateo”, questo perché riesce a togliere l’aspetto trascendente di Dio, quello cioè che riguarda la superstizione, lasciando intatti gli insegnamenti di Cristo. Ci vedo molto del suo agire, è perché non sono credente e vedo solo un lato della medaglia?
“Ci sono molti che si dichiarano atei ma hanno il loro Dio, magari non lo sanno. Quando l’ateo è in ricerca bisogna rispettare il valore che dà alla ricerca, l’importante è che insieme all’idea della scienza abbia anche quella del bene comune, e praticare quest’idea con la solidarietà. Utopia è amore per tutte le creature… procedendo per questa prassi che è amore, l’ateo si ritroverà ad aver bisogno di un punto di riferimento, di un ente ad amore assoluto, altrimenti chi genera quest’amore nel profondo della natura?”.

Un po’ come quando gli artisti non credenti scoprendo il sublime si ravvedono su Dio… Faccio un cambio di tema; è troppo passare dalla religione alla droga?

- Si riaccende il sigaro –

Ok. Lei ha una posizione rispetto all’argomento droga spesso non condivisa ma soprattutto non capita, pure se servirebbe molto più tempo, può spiegarla?
“Intanto io non mai detto di voler la legalizzazione delle droghe, attento che su questo punto mi mettono in bocca parole false, quello che io vorrei è la regolamentazione. Le sostanze devono essere regolamentate specificandone i pro e i contro. La prima legge era del ’75, vennero fatti molti sforzi e passi in avanti ma poi venne Craxi che un giorno decide di fare un salto a New York e viene fulminato – lui sì! – dal sindaco Giuliani, torna e… tolleranza zero!
Per arrivare alla Fini-Giovanardi che di scientifico non ha N U L L A! (qui sghignazza amaramente, N.d.R.). Quella legge è stata approvata a fine legislatura in vista della campagna elettorale, per salvare i giovani, dicevano. In quel momento il parlamento stava approvando la legge sui giochi olimpici… una torta ben più golosa che la droga perorata da Giovanardi… solo che deve aver rotto così tanto le balle che l’hanno fatta entrare come emendamento nel comparto dei giochi olimpici dell’antidoping… tu immagina una tragedia come la tossicodipendenza com’è stata gestita!”.

Qui don Gallo apre un siparietto straordinario in cui racconta di una conversazione con l’ex ministro Giovanardi imitandone la voce:

“A Giovanardi ho chiesto: ‘Perché hai messo tutte le droghe allo stesso livello? Se paragoni la pianta della coca o del papavero a quella della cannabis sei scemo…’. Sai che mi ha risposto: ‘Mah, fan tutte male’. Gli ho chiesto: ‘Quanto zucchero usi al giorno?’. ‘Cosa c’entra?’, mi risponde. ‘Se tu diventassi goloso prima o poi ti beccheresti il diabete e poi dovrai fare l’insulina tre volte al giorno. Non fa male uguale?’.
Tu Stato non devi demonizzare, devi educare, se tu Stato demonizzi la sostanza criminalizzi chi la usa, distruggi il principio di autodeterminazione. Bisogna cambiare la mentalità, educare, non punire. Pensa all’abbandono di quelli che vengono chiamati acquirenti, cosa prendono quando vanno dal pusher a comprare? Tu fai circolare un prodotto che non sai cos’è… la tossicodipendenza in Italia, lo disse Don Ciotti, è una strage mafiosa. La mafia fa indagini di mercato come la Coca Cola, per esempio sulla ritualizzazione, tanto è vero che la Coca Cola c’è e la roba c’è. È tutto previsto; un periodo hanno immesso nel mercato più cocaina perché sapevano che poi l’effetto eccitante sarebbe stato necessariamente compensato da un altro anestetizzante, e quindi giù, tutti a ricomprare eroina come una volta. Per me quando dicono droga senza fare distinzioni, non ha senso, devono dire cos’è. Pensa oggi tutti i cittadini possono abusare di psicofarmaci che sono praticamente legali, basta trovare un medico che ti faccia la ricetta. Ogni anno in Italia si consumano 62 milioni di confezioni solo di ansiolitici. La vera scienza è quella che aiuta l’uomo sennò tu sei in favore di qualche cazzo di potere che può chiamarsi mafia o industria del tabacco o farmaceutica o altri centomila che guadagnano sulle sciagure dei disgraziati che ci cascano.
Caro, correggimi se sbaglio, ma dopo 40 anni non è cambiato nulla. Per esempio, vuoi comprare due etti di hashish o di coca?”.

La prego don Gallo, non me lo chieda una seconda volta…
“Basta fare una telefonata, la si trova ovunque! Certo, dall’altra parte del telefono vorrebbero almeno sapere se hai i soldi!”.

Entra Elisa, la sua collaboratrice; è tardi. Fuori brillano solo le luci del porto.

“Perché, che ora abbiamo fatto?”, mi chiede stupito. ”Sono le 8.30″. ”Bélin, gli abbiamo dato eh!? Sì, è proprio ora di andare al cesso”.

Mi saluta, mi abbraccia, sparisce sulle scale della canonica, e già mi manca.
Che lezione! Ah Dio, o Dio, devi essere proprio pazzo se continui a fidarti di quella gente a Roma. Ma ti rendi conto che con cento don Gallo in più in circolazione le messe verrebbero svolte negli hangar degli aeroporti?
Andrea Gallo fa parte di quella piccola schiera di persone che vengono a te senza volere nulla in cambio (pure se è genovese), che distribuiscono a piene mani il loro surplus di vita e, non paghi, t’invitano alla loro tavola. Mentre scrivo, pure se don nell’aspetto ricorda tanto William Burroughs in Drugstore Cowboy, mi piace immaginarlo come in quei quadri epici del rinascimento, perfettamente al centro della rosa dei venti fra fedeli e non, fra cielo terra e mare, sigaro in bocca, con i mostri che lo tirano per una manica ma lui che rimane lì, alla guida della nave dei diseredati, nel bel mezzo della tempesta che li schiaffeggia.

Quando sentiamo che la resa è totale, che il futuro assomiglia a una ghigliottina, con Dio che ci ha abbandonato da un pezzo e che l’anima, in quest’agonizzante civiltà tecnologica, è un frivolo spessore della coscienza, non ci sono altre possibilità che far ricongiungere l’uomo con l’uomo, grazie all’uomo. Che importa se il saggio che ci parla crede in Buddha, Krishna o ha sempre con sé un cornetto rosso? Se egli è limpidamente onesto ci aiuterà a ritornare al cuore passando per la ragione, spogliandoci di quella disumanizzante veste di fili e microchip che ci soffoca. Grazie a don Gallo ho capito che il malato, prima di tutto, è colui che non è in pace, pure quando non è sieropositivo e vive in una bella casa riscaldata. Sembra molto semplice ma non lo è.

La lezione per niente banale nella società dell’iperspettacolo virtuale è che l’uomo buono, intelligente e ironico non ha bisogno di performance o artifici, egli, anche quando è impegnato nelle complesse astrazioni pane del cristiano, riesce a essere pragmatico grazie a risposte concrete e reali, attirando per questo le ire ma anche l’amore degli altri. Non c’è più tempo, è ora di volgere l’orecchio verso il pulsare del mondo, all’Assoluto se volete, a ogni modo tuffarci in noi alla ricerca di qualcosa che richiami l’uomo primigenio e quella forza atavica che ci fa sentire figli della stessa terra per poi, finalmente, seminare qualcosa di più che la fredda scienza. Per far questo dobbiamo affidarci ai pochi, rari, buoni maestri. Da soli non si va da nessuna parte. Per il momento teniamoci stretti questo Patrimonio dell’Umanità che da uno scarno altare di Genova coraggiosamente resta al timone e non perde la rotta.

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