Il lavoro è davvero un diritto?
Gianni Miraglia dice la sua sulla Fornero. E si chiede se i nostri diritti - in tempo di crisi - non siano un privilegio...
Elsa Fornero, Foto Internet
Di Gianni Miraglia
Mi fermo ogni mattina al suo gabbiotto, ci scambiamo delle parole, più o meno di circostanza. Lui lavora in portineria almeno dodici ore al giorno e, prima dell’alba, va a pulire le scale di altri palazzi.
Arriva dallo Sri Lanka, manda i soldi alla famiglia. Spazza e lucida maniglie, ogni cinque minuti. Sa che tra noi inquilini ci sono anche i precisini, pronti a segnalarlo all’amministratore. Non solo, è lui che si occupa di consegnare i giornali ai più notabili. Alcuni li tiene impilati, fino a tarda mattinata. Sono copie per lo studio notarile e l’avvocato. Busserà verso le dieci e mezza, per segnalare l’avvenuta consegna, proprio lì sullo zerbino.
Ma stamattina, su tutte le prime pagine, c’era scritto che il lavoro non sarebbe un diritto, c’era anche la foto della Fornero. Indico la fronte pensosa del ministro professoressa, il portinaio la conosce di vista. Gli racconto della polemica divampata, per quella dichiarazione. Dopo tanto calcio, torniamo agli argomenti, cosiddetti seri. Come quando regnava il faraone di Arcore e io ero vittima di una forma di narcisismo politicamente corretto. Ci tenevo a passare per quello buono. Mi costringevo a manifestare solidarietà, utilizzando vocaboli semplici e comprensibili, quando la bava governativa colpiva gli immigrati e i più deboli e oggi ci risiamo. Perché gli scherani del vecchio teatrino sgomitano per fare notizia. Scalpitano per difendere quel sacro dogma, previsto dalla costituzione.
Cerco di spiegare al portinaio, arrivato dalla vera fame, cosa significhi il diritto al lavoro. Vado avanti e mi sento sempre più in difficoltà. Perché lui sarà sempre grato di fronte alle mansioni umili e pesanti che gli capiteranno, quelle che noi italiani disdegniamo, come fanno i cari amici greci.
Sta sudando per la fatica e neanche se ne accorge. Mi sento un privilegiato. Anche solo a raccontargli della nostra bella costituzione che, in nome del progresso e della democrazia, avrà sempre bisogno che una maggioranza di persone s’inginocchi al nostro posto. È cambiato qualcosa da quel 1947. Siamo nell’epoca della grande crisi, argomento che crea indotto tra i media, come d’altronde quest’ultima sparata della Fornero.
Anche io ho perso il lavoro, a tempo indeterminato. Ma credo ci sia un senso cosmico e di giustizia planetaria nel nostro declino apparente. Stanno solo cambiando i modelli di consumo. E io ho bisogno dell’esempio che mi danno i più umili, a cominciare dalle badanti che puliscono il culo ai miei genitori. Loro sono felici di mangiare, alla faccia di quand’ero un impiegato che poteva permettersi di essere scontento e demotivato.
Sto cercando di risorgere, di costruirmi una nuova professione, spaccandomi l’anima e fottendomene dei miei diritti e sto meglio di prima. Io e il portinaio torniamo a parlare di calcio, di quest’Italia che alla vigilia della semifinale, si sente forte e che magari sbaglia atteggiamento. Perché è meglio non sopravvalutarsi, per andare avanti. Lo dicevano anche gli antichi greci.
