La musica in Nuova Zelanda? È questione di Papatuanuku!

Viaggio nel Paese dei kiwi alla scoperta di musicisti, band e natura. Per scoprire che lì, le rockstar sono bandite...

21 maggio 2012

Di Rachele Maggiolini

Che la Nuova Zelanda sia un paese speciale lo intuisco salendo sul volo Londra-Auckland della Air New Zealand: seduta in corridoio centrale, allaccio le cinture di sicurezza e mi preparo al solito noiosissimo video sulla sicurezza in aereo. Quando sullo schermo di fronte a me appare il guru dell’aerobica anni ’80 Richard Simmons che, circondato dalla squadra degli All Blacks, dà istruzioni su come evacuare il velivolo. A ritmo di disco music…

La musica e l’umorismo, assieme a un orgoglio kiwi mai arrogante, sono i tratti distintivi di un popolo che ha saputo trasformare il suo isolamento dal resto del mondo in una fonte di ispirazione. Anche musicale.
Per chi non lo sapesse, la Nuova Zelanda dista oltre 18mila chilometri dall’Italia. La abitano 4milioni di kiwi – così si chiamano i neozelandesi – e 40 milioni di pecore. Negli ultimi anni, Aotearoa (il nome maori del Paese) è diventata famosa per la saga de Il Signore degli Anelli, per la vittoria degli All Blacks ai mondiali di rugby e per il terremoto che, nel febbario del 2011, ha devastato Christchurch.

Perché ho deciso di volare fin qui, è semplice: dopo aver vissuto 6 mesi ad Auckland nel 2007, mi ero ripromessa di tornarci, per dimostrare a me stessa e agli altri che la mia non era un’idealizzazione. La Nuova Zelanda era davvero un posto unico.
Unico, già, come il suo meteo: del tutto inaffidabile, rende inutile ogni previsione del tempo e nella prima settimana che passo ad Auckland trasforma un inizio di autunno in inverno, poi in torrida estate e ancora in ventosa primavera. Il tempo, così come la natura, ha la meglio su qualsiasi attività umana. Determina come vestirsi, cosa fare nei weekend. E quale musica suonare.

Sven dei The Checks, fa il caffè con la moka in onore degli italiani in visita… Foto Roberto Vincitore

“Uno dei generi più popolari qui è la dub, e non è difficile intuire perché”, racconta a piedi scalzi Sven dei Checks, accendendo la fiamma sotto una gigantesca moka in onore della giornalista e del fotografo italiani che l’hanno interrotto mentre, sul pavimento di casa sua, suonava la chitarra ascoltando Dr. Dre. E aggiunge: “Se vai nell’Isola del Sud ci trovi solo campi, colline e piantagioni di marijuana, che con la dub va d’accordissimo”. In effetti, ora come nel 2007, i muri di Auckland sono tappezzati di manifesti dei Black Seeds, la band dub più amata del paese, e dei Six60, il fenomeno dub dell’estate appena passata. E la dub ha davvero un ritmo che accompagna alla perfezione il lento altalenare di colline, spiagge, prati e montagne che formano il paesaggio neozelandese.

Ma la capacità di raccontare il Paese è ancora più evidente nel progetto dei Fly My Pretties, un collettivo dal cast mutevole che, dal 2004 in avanti, ha pubblicato album registrati esclusivamente dal vivo coinvolgendo, di volta in volta, gli artisti più famosi e interessanti della Nuova Zelanda. “Il progetto è nato da una rivista di musica che funzionava perché tutti volevano la compilation che allegavo a ogni numero”, racconta Mikee, il produttore e co-fondatore (assieme a Barnaby Bright dei Black Seeds) dei FMP. “Così ho deciso di accantonare la rivista e pubblicare solo il cd”. O meglio: gli artisti che ogni volta Mikee selezionava per il mix. L’idea è banale e geniale allo stesso tempo: Mikee & Barnaby chiedono ad amici musicisti e artisti di contribuire con un brano a ogni nuovo album. I pezzi scelti vengono presentati in una serie di concerti che sono, a loro volta, registrati e trasformati in cd. Fly My Pretties III era interamente dedicato al tema dell’ambiente, l’ultimo album – uscito a marzo – racconta invece, con una delicatezza e un equilibro perfetto tra rock, blues, folk e dub – il terremoto che ha scosso non solo Christchurch ma l’intero Paese.

Nick, dei Cut Off Your Hands, Foto Roberto Vincitore

Nelle parole di Lauren, vocalist dei FMP, nei racconti di Mikee, nei piedi scalzi di Sven e nel modo teneramente delicato con cui Nick dei Cut Off Your Hands si accoccola sulle gigantesche radici di uno degli alberi secolari del parco dell’Università di Auckland, si intravede una consapevolezza riservata ma onnipresente dell’ambiente circostante.

Questa particolarità diventa, nel caso del cantautore Dudley Benson, il tratto distintivo sia della sua persona sia della sua musica. Paragonabile a Rufus Wainwright per lo stile eccentrico e per la cura con cui ricama canzoni fortemente legate a Papatuanuku (la Terra Madre), Dudley ha pubblicato finora due album: The Awakening (2008), che si concentra sul passato e sulla colonizzazione della Banks Peninsula, dove è nato, e Forest (2010), un tributo per sola voce ai volatili nativi della Nuova Zelanda. Maori da parte di madre, Dudley spiega: “In Nuova Zelanda la musica tradizionale maori è strettamente legata alla Terra, perché per i Maori la Terra è fondamentale. Io vivo la mia relazione con Papatuanuku come la relazione con un altro essere umano: in costante cambiamento e pronta a insegnarmi cose nuove ogni giorno”.

Che vivano ad Auckland, città-via di fuga da cui si vede il mare quasi sempre, o a Wellington, circondata da colline, golfi e promontori, o ancora a Christchurch, i musicisti neozelandesi che incontro in questo mese di viaggio sanno di vivere in un ambiente isolato, dominante e fragile.

Auckland, Foto Roberto Vincitore

“Siamo lontani dal resto del mondo e questo isolamento ci spinge ad arrangiarci con ciò che abbiamo”, mi spiega davanti a una tazza di caffè Richie, alias Bannerman, un trentenne dai capelli e dalla barba rossa che compone canzoni come paesaggi di John Steinbeck. Siamo in un bar del quartiere Kingsland – quello con la più alta concentrazione di artisti in tutta Auckland – e a due passi da noi si trovano la sede di Amplifier.co.nz, il punto di riferimento online per la musica neozelandese, gli appartamenti di due membri dei Checks e la casa dove vive Hollie, alias la cantautrice Tiny Ruins.

Questo intrecciarsi di conoscenze non ha inaridito il panorama musicale neozelandese, anzi: da 18mila chilometri di distanza la musica kiwi arriva fino in Italia con il suono distinto e distintivo di chi, arrangiandosi, è capace di creare prodotti di rara bellezza. Fly My Pretties IV suona così, reso ancora più speciale dalle installazioni e dai graffiti che l’artista Flox ha realizzato per ogni canzone dell’album.

E suona così anche Dearly Departed, il secondo album di Bannerman: stampato in (sole) 300 copie e disponibile in download sulla sua pagina Bandcamp, è un cd folk difficile da inquadrare, in equilibrio precario tra Grizzly Bear, Radiohead e Iron&Wine;. “Hai mai pensato di promuoverlo anche in Australia?” chiedo. “L’Australia è solo una versione più grande della Nuova Zelanda, con musica troppo simile a quella degli Stati Uniti”, risponde Bannerman, aggiungendo, dopo una pausa, “Dovrei viaggiare e presentare l’album in Europa”, con lo sguardo assente di chi fa piani concreti e non castelli in aria.

Sia Richie sia Nick dei Cut Off Your Hands indosssano camicie con le maniche arrotolate e sanno che, da così lontano, è difficile diventare il nuovo fenomeno musicale mondiale. Non gli interessa poi tanto, a quanto pare. “Se ti comporti da star perché hai avuto successo, qui (ad Auckland, N.d.R.) ti prendono in giro”, dice Nick. “All’inizio della nostra carriera, quando avevamo meno di vent’anni, mi ero montato la testa, ma non ha funzionato”, mi confessa quasi imbarazzato Sven dei Checks, gruppo d’apertura del concerto degli AC/DC ad Auckland giusto l’anno scorso.
“Quando compongo una canzone e la presento agli altri membri dei Fly My Pretties, non penso né a competere né a primeggiare, non avrebbe senso: ci confrontiamo con onestà, se non ci fosse un buon rapporto tra di noi sarebbe impossibile comporre musica come facciamo”, spiega Lauren, vocalist del gruppo che, dopo un’ora di chiacchierata ai tavoli del minuscolo bar Alleluja di K’Road, mi saluta e corre a scuola, dove dà lezioni di canto a futuri musicisti.

Anche i più famosi dei kiwi in circolazione, come Liam Finn, i Flight of the Conchords e Brooke Fraser, mantengono un legame profondo e umile con la loro terra: Liam suonando ancora con papà Neil & famiglia e i Flight of the Conchords recitando per il regista-amico Taika Waititi.
Mai come di fronte agli artisti neozelandesi che incontro nel mio viaggio tra Isola del Sud e Isola del Nord mi è sembrato di percepire la musica non solo come espressione artistica ma anche, e soprattutto, come un lavoro: fatto con un impegno, un’umiltà e una dedizione che poco hanno a che vedere con autografi, bagni di folla e reality show. Hollie, la cantautrice, dietro le canzoni rarefatte alla Joan Baez di Some Were Meant For Sea, lavora alla biblioteca centrale di Auckland; Richie di Bannerman passa le sue giornate nel quartier generale di Amplifier.co.nz e suona nei Batucada Sound Machine, Lauren dei Fly My Pretties insegna canto e Nick dei Cut Off Your Hands sta studiando architettura.

Tutti sembrano così serenamente consapevoli del posto che occupano nel mondo. Come se avessero interiorizzato alla perfezione il proverbio maori che dice: la terra è permanente, l’uomo scompare. Questa consapevolezza non li ha resi più titubanti, ma più capaci di sperimentare. Non più chiusi e gelosi dei loro successi, ma più aperti e pronti a rimboccarsi le maniche, se necessario.

Ecco il viaggio neozelandese in un video di Roberto Vincitore…

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