Miii, ho fatto Pasqua a Trapani, in processione!
Un viaggio a Trapani per vivere un rito che si compie da secoli... Cazzo, che esperienza!
I massari in processione, Foto Zeonia Romagnoli
Di Luca Pakarov
Alle ore 14 di venerdì 6 aprile sembra tutto pronto, con la centrale corso Vittorio Emanuele di Trapani stipata di gente ai due lati. All’orizzonte appaiono tutte le personalità del caso, sindaco e vescovo in testa. Un tizio vicino a me, con gli occhi lucidi, ha solo la forza di dire: “Sarà un delirio”. Sì, perché la Processione dei Misteri di Trapani è la più lunga (un rave 24 ore no stop) e la più antica d’Italia. Perché la passione di Cristo è superstizione, religione, martirio, sacrificio, morte e resurrezione, con tutte le sue accezioni, un po’ come il rock’n’roll. E, come un buon concerto, non si poteva mancare. Ora, per meglio immergersi nell’atmosfera, vi consiglio di cliccare qui, far partire lo streaming audio, e ritornare a leggere…
Ci siete? Ok.
Come nel rock’n’roll, con il sacro c’è anche il profano, ed ecco quindi che, quando la processione inizia a muoversi, un vigile urbano (il security del concerto) parte in quinta con le peggiori intenzioni ed ulula: “Tommaso, e levati da lì!!”. Tommaso è un rivenditore di palloncini e pistacchi che ha piazzato il suo carretto proprio in mezzo alla via principale. Da lontano, senza vedere Tommaso, scorgo i cuori e gli uominiragno gonfi d’idrogeno che, sbatacchiati dal vento della città “delle vele”, spariscono dietro una stradina secondaria. Ma fra un carro e l’altro riappariranno continuamente, in uno smisurato sforzo di resistenza, fino all’ultimo, nell’immane tentativo di esserci, più che di vendere. L’importante, per un trapanese, è proprio esserci e Tommaso, la processione, non vuole perdersela.
Fra i vicoli del centro inizia questa gimkana di colossali e pesanti statue portate in groppa dai massari, uomini con facce davvero poco rassicuranti che, dietro pagamento, hanno il compito per nulla gentile di portare a spasso l’intera notte Cristo, San Pietro, la Madonna e qualche aguzzino romano. Hanno un passo particolare, chiamato annacata, che in un sublime effetto ipnotico fa oscillare come pendoli uomini, carri, fiori, bambini-angioletti, chiese e perfino il baldacchino di Tommaso. Niente di strano se uno si risveglia all’improvviso cullato nei morbidi vortici di un quadro di Van Gogh. Così per un po’, finché i massari, dopo un giro di ciaccula del capuconsule, fanno il mezzu passu ed una attunniata; i consuli riscuotono poi la picaccia. Chiaro, no? Così m’è stato spiegato, ma in altre parole è quando il carro viene fatto girare ed inchinare di fronte ad una personalità che, magari dal balcone, ricambierà con l’offerta. Per la cronaca quella che riscuote più foto e quattrini è il simulacro dell’Addolorata.
Marcella, proprietaria di un esercizio commerciale (non specifico che roba è perché non abbia ripercussioni) mi racconta che dà l’obolo solo a degli inchini ben fatti ma poi, in un attimo di quiete, comincia tutta una filippica prima contro i preti, poi un discorso poco comprensibile i cui capisaldi credo siano soldi e potere e, in ultimo, lo sfogo più incazzoso, sul fatto che quest’anno la processione transita per via Faddella (sulla toponomastica ufficiale Fardella, strada fuori dal centro storico) “solo per fare il comodo di qualcuno”. Nella mia testa partono retroscena mafiosi, cargo sospetti al porto, baffetti e coppole, famiglie di boss in via Faddella, inchini e mazzi di banconote tirate sopra i carri, e allora mi rinvigorisco e, per non destare sospetti, ordino una seconda birra (acch, mi è scappato! Vabbè, anche se lo bruciano poco male, è un bar di merda), guardo fisso fuori, contemplativo, e anche se non sono un professionista del National Geographic, metto su un tono da picciotto e con un accento demente riconoscibile fino in Australia, dico: “sempre cuscì, tutto u monnu è paise”. Ma non succede niente, lei mi fissa, io la fisso, ci riprovo: “anche qui le famigghie…”. Entra un cliente, lei mi sposta con un braccio, finish della confidenza. Allora esco e cerco di farmi tutto il percorso ma a metà ci ripenso, che non ne vale la pena seguire tutto ‘sto carrozzone mosso a caccia di elemosina senza nemmeno la sicurezza di un qualche intrigo internazionale.
Il nostro Luca Pakarov, a sinistra, intervista i trapanesi durante la processione… Foto Zeonia Romagnoli
Per il resto succede poco, solo qualche domanda. La prima che mi sono posto, tempo fa, quando assistei a una cosa del genere, ma molto più cruenta, nel sud della Spagna, dove, alle 3 di mattina, incappucciati invasati si massacravano la schiena col cilicio, era: perché? Perché prepararsi un intero anno, sputare sangue 24 ore di seguito portandosi in spalla ‘sta roba? Tuttora non ho risposta, di certo, per i motivi a tutti immaginabili la Sicilia è una bellissima terra di contraddizioni laceranti. È un’isola, e come tutte le isole, convive con la propria fisica prigionia, onde per cui tutto ciò che arriva ad essere svezzato è caparbio ed insolente.
Ovvero, ha una propria maniera di resistere, un proprio modo di essere curioso, un desiderio furioso di cambiare e di restare allo stesso modo. Il problema forse è che oggi, le tradizioni in particolar modo, prese d’assalto dal mondo nuovo, pur mantenendo i simboli e gli ossimori che le contraddistinguono, si sbriciolano, perdono pezzi, vanno in frantumi. Così, quando a ora tarda, dopo un panino con le tipiche “panelle” (non fidatevi mai di ciò che è “tipico”, è un lemma sciagurato, definitivamente compromesso, abusato dal sistema turistico e dai consorzi alimentari), chiedo ad Antonio come mai c’è così poca gente in giro mi risponde: “Una volta si partecipava di più, ora c’è la diretta in televisione, si scende in strada quel poco che basta e ce se ne ritorna a casa…”. Da questa frase, dalla mia ricerca di autentico, ne uscirò completamente sconfitto.
Poi mi indica sulla cartina un paio di vie, mi dice di passare lì, che capirò. Anche il vescovo si era raccomandato, preoccupato, perché si fosse mantenuto il rispetto e il contegno necessario a un atto di fede. Non perdete la testa, no alla deriva morale. Col cazzo. Un rito non può pontificare il mondo vecchio a quello nuovo con quest’ultimo che, anzi, arriva come un mortaio. A parte l’abuso di Hogan che chi mi accompagnava, forse spodestato dei vari intrugli killer alle erbe, mi fa notare, ci sono tacchi a spillo, gonne corte e una sbronza collettiva di dimensioni bibliche che fa perdere, almeno nel mio retrogrado immaginario, completamente ogni frattaglia religiosa. Nulla dell’idea di comunità. Rimane, appunto, questa verità nuda e fradicia. Di là la tradizione, il senso del dovere, il sacrificio, di qua disco-music, brindisi, Sodoma e Gomorra. Inutile dire che di là non rimane nessuno. Uno che pare uscito da un film dei fratelli Marx, con più devozione in corpo che alcool, all’ennesimo scrollo di pioggia, mentre sostiamo sotto un terrazzo, interpreta – o almeno così decifro – il temporale come punizione divina. E decide di tornare a casa. A ogni modo non avrebbe chiavato.
Un momento della processione, Foto Zeonia Romagnoli
Ma siccome il sottoscritto ha quel così poco invidiato disturbo che va sotto il nome d’insonnia, pure se mi corico alle 4 di mattina con i vestiti zuppi, alle 7 sono lì pronto, tenace, di nuovo in corso Vittorio Emanuele, seduto sulle scale del liceo e davanti all’azzimato balcone del Rotary, con un prosecco in mano e la speranza di scroccare un cannolo (vana speranza non indossando Hogan e soprattutto non potendomi fare una doccia visto che, paradossalmente, in camera l’acqua non l’avevo). A quel punto, invece, la mia antropomorfica sete di “peculiare”, di “siciliano”, viene esaudita. A parte le truci facce di quei super eroi che ancora annacano, dondolano ma non cadono, ma come cazzo fanno, scremato l’inconsistente e frivolo divertimento degenerativo della notte, appare la fauna che ti aspetti, di uomini, donne, anziani soprattutto, che con il miglior vestito della festa, con il doppiopetto e il cappello, belli, dignitosi e orgogliosi, stanno ai bordi delle strade in rispettoso silenzio, a soddisfare un rito lungo quattrocento anni che, seppure possa sembrare anacronistico, ha il valore della Storia (appunto con la S maiuscola) proprio in considerazione che tutte le storie di ogni abitante di Trapani, per un motivo o per un altro, s’intrecciano indissolubilmente con questa affascinante manifestazione.
Affascinante perché, osservandoli, almeno in quel giorno si legge una sospensione, un distacco totale dai problemi quotidiani. Non mi sorprenderebbe sapere che in quei giorni nessuno può venire ammazzato. All’opposto di quello che faceva mandare in bestia Nietzsche, e cioè che la religione pone il baricentro della vita, non nella vita ma nell’aldilà, in questo genere di manifestazioni sembra come se l’aldilà poggi i piedi nell’aldiqua. Ognuna delle 20 rappresentazioni più che l’astratta trinità cristiana ricorda, con tutto il delirante contesto che le spinge in avanti senza sosta, pregi e virtù degli Dei dell’Olimpo. Uno specchio dell’umano più che del divino. Il Regno dei cieli è una condizione del cuore, non qualcosa che scende dall’alto. Sempre Nietzsche docet.
È probabile, e lo dico col maggior tatto possibile, che delle testa di cazzo come me e quanti tiravano avanti a mojito nei bar lì vicino, iene selvagge impegnate ad incartarsi con un futuro che davanti a loro, come l’orizzonte, è piatto, stracco, vuoto e senza nessuna illusione, intontite dalla ragione e dai meccanismi, distillerie di falsi sentimenti rococò, non avrà la forza, se non di continuare il rito (dopo 400 anni la cosa potrebbe andare da sola, pure senza uomini) ma almeno di sentire quell’attrattiva dolce e romantica per la suggestione, quell’onesta e misteriosa ubriacatura emozionale che solo un solenne culto può dispensare. È l’unico terribile serio pericolo, pure con alle spalle centomila sbronze. Già, un po’ di fraterna e doverosa involuzione.
** Una necessaria appendice:
Al pranzo di pasquetta su al paese di Erice, cucuzzolo sopra Trapani, mi ritrovo a fianco una cordialissima coppia di New York. Fra un rosso siciliano e una costoletta d’agnello in crosta di pistacchi esce fuori che il signore rappresenta quello che io credo sia il Male: è un operatore dell’agenzia di rating Moody’s. Ma, invece di farmi suggerire dove investire i miei fondi stranieri, il giorno dopo, con qualche vago ricordo sui reciproci sofismi alcolici, ma comunque eccitato dalla prospettiva di cambiare le sorti delle mie disastrose risorse economiche, mi ritrovo scritte sull’agenda solo le località messicane che, l’uomo venuto da lontano, mi consiglia assolutamente di visitare. Nemmeno con quali soldi, mi ha consigliato. Insomma, sono stato intortato e, come previsto, il Male vince, anche se spero di potermi rifare con una futura intervista (sempre che l’e-mail che ho segnato sia giusta). Da Erice poi scendo in sei con un tassista che però nella vita è muratore e fa i tornanti con l’auto a folle perché è senza benzina e, mi rassicura, non dorme da tre giorni. Infatti, fra le altre cose, è anche un massaro. Pago (anzi pagano) e mi dice di chiamarlo a qualsiasi ora: “Tanto al cantiere vado in macchina”. Ora è veramente tutto.
Ah, dimenticavo! Ascoltate, se ne avete voglia, anche alcune interviste raccolte in quel delirio…
Giuro! Ora è proprio tutto: guardate la gallery fotografica di Zeonia Romagnoli…
