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Paterlini e i suoi 14 racconti per esistere

'Ragazzi che amano ragazzi', un piccolo grande caso editoriale: vent'anni di vita di un libro diventato un classico

11 maggio 2012

Piergiorgio Paterlini, Foto Stampa

Di Franco Capacchione

Che i libri cambino la vita è da vedere. Non c’è niente di meglio che vivere, chiaro. Però possono senz’altro aiutare. Per esempio, ti puoi riconoscere nelle storie che leggi, puoi ritrovare cose tue, capire che un sentimento del quale, magari, ti vergogni, è comune, condiviso. Feltrinelli ha appena ripubblicato Ragazzi che amano ragazzi di Pergiorgio Paterlini. In copertina, sotto il titolo, due date che fanno anniversario, 1991-2011, perché con questa nona edizione si festeggiano i vent’anni di vita di un piccolo classico della nostra editoria.
Paterlini è giornalista, scrittore, autore di testi teatrali portati in scena da Lella Costa e di un’autobiografia (scritta a quattro mani), sincera e irresistibile, di Gianni Vattimo, Non essere Dio, pubblicata da Aliberti. Ragazzi che amano ragazzi è composto da quattordici confessioni di altrettanti ragazzi compresi tra i 15 e i 20 anni. Tutti colti nel momento in cui scoprono di essere attratti dai loro compagni di scuola, non dalle compagne, di essere turbati dal disegno di uno della Banda Bassotti visto su Topolino, e non da Minnie. Sono racconti di vita (ma non nel senso di Pasolini, anzi, proprio l’opposto) in prima persona, sinceri, un poco dolorosi, molto normali nella loro aspirazione alla felicità.
Raccolti oltre vent’anni fa ed è davvero un altro mondo quello raccontato: c’è una forte consapevolezza del pericolo dell’Aids (più di oggi? Temo), ci sono le edicole dove comprare una rivista porno, i luoghi scoperti con il passaparola dove fare incontri, il telefono di casa, nessun cellulare, l’attività politica in sezioni giovanili di partiti ormai scomparsi.
Solo vent’anni, ma davvero un altro mondo. Eppure questo libro continua a essere importante per molti che hanno, oggi, 15, 20 anni perché in quel racconti si riconoscono, ritrovano sentimenti e paure che sono loro. Triste se ci pensate, come rileva anche Paterlini nell’introduzione alla nuova edizione. Perché evidentemente il senso del vivere civile non ha fatto grandi passi in avanti. Un libro con molti valori, che in un mondo migliore sarebbe consigliato nelle scuole, non dico adottato. E può essere che in qualcuna lo sia anche (anzi, se tu lettore sai qualcosa al proposito, comunicalo).

Allora, Piergiorgio, com’è nato il progetto? Da quali riflessioni? Come li chiamiamo quei racconti? Monologhi? Confessioni?
“Sono racconti. Anche se nati da un’inchiesta vera ‘sul campo’: lunghe interviste, anche giorni, diventate racconto, scrittura. Chiarito questo, si possono chiamare anche confessioni o monologhi, perché no? Ho cercato di riassumere le riflessioni da cui sono partito nella primissima prefazione, oltre vent’anni fa e ancora adesso non trovo parole più sintetiche: Se parliamo di adolescenti li supponiamo tutti eterosessuali, se parliamo di omosessuali li pensiamo tutti adulti, se parliamo di adolescenti che hanno rapporti omosessuali li immaginiamo tutti ‘ragazzi di vita’. Siamo disposti a far venire alla luce la faccia clandestina dell’adolescenza omosessuale, non a far uscire dalla clandestinità la sua faccia più quotidiana e normale. Aggiungevo che si parlava anche di adolescenti gay suicidi, e a nessuno era ancora venuto in mente che se qualcuno, qualcuno di troppo in verità, si uccideva, forse ce n’era qualcuno vivo. Il mio libro è nato dal fatto che… Mancava. Che io avrei voluto leggerlo. È nato da e contro una colossale rimozione. Il tema di base era la visibilità. In tutti questi anni – lo so dalle oltre tremila lettere che ho ricevuto – questo libro, che non è un testo ‘militante’ o sui diritti, ha contribuito a garantire ai ragazzi gay un diritto elementare: quello di esistere”.

 

Come hai scelto i ragazzi? E come hai fatto a entrare in confidenza con loro perché si raccontassero con tanta sincerità? Ci sono degli extra, interviste che hai fatto e non hai pubblicato?
“Ho scelto di farmi cercare, tramite il passaparola. Un’impresa praticamente impossibile che invece ha funzionato. Li ho ascoltati per giorni, ho chiarito da subito metodologia e obiettivi. Ci ho messo – se posso riassumere così – tutta la mia professionalità e la mia umanità. E ho pubblicato praticamente tutto, salvo le interviste fatte alle ragazze”.

 

Infatti: perché non ci sono testimonianze di ragazze lesbiche?
“Perché non c’erano, perfino non-dichiarate, ragazze lesbiche sotto i vent’anni (e per me l’età era fondamentale: 15-20), perché avevo uno scrupolo ‘femminista’ che poi ho superato nel libro Matrimoni del 2004 (“può un maschio scrivere storie intime di donne?” mi ero chiesto), e perché comunque l’omosessualità femminile – soprattutto vent’anni fa, soprattutto nell’adolescenza – era profondamente diversa da quella maschile”.

 

La cover del libro, Foto Stampa

Hai mantenuto i contatti con loro o con alcuni di loro? Sai cosa ne è stato delle loro vite?
“Ho scelto di no. Ho fotografato vite più che reali ma ‘immortalandole’ in quel preciso momento, poi ho scritto con il linguaggio della letteratura: sono queste due scelte, secondo me, che hanno trasformato quelle persone in personaggi, permettendo in questo modo a molti lettori e per molto tempo di riconoscersi”.

Ti ricordi che tipo di reazione ebbe il libro alla sua uscita?
“Non è che i numeri dicano tutto, ma due edizioni in un mese qualcosa forse sì. E lettere dei lettori già il primo giorno di uscita in libreria, senza alcuna promozione…”.

 

Il tema forte può far dimenticare il lavoro di scrittura. Vorrei parlare anche di quello. Quanto sei intervenuto sui racconti? Avevi dei modelli letterari, l’hai pensato come un lavoro di stampo giornalistico?
“In parte ho già risposto. Il metodo era giornalistico, un giornalismo anche un po’ all’antica, se vogliamo: prendere su e andare vedere parlare con le persone guardandole negli occhi, nei luoghi della loro vita quotidiana… Ma la scrittura era, voleva essere, quella del narratore. Ho scritto e riscritto decine di volte. Nulla di più lontano dalla ‘sbobinatura’. Ognuno dei ragazzi ha potuto leggere la mia stesura prima che consegnassi all’editore e ognuno di loro si è ritrovato completamente nella propria storia. Come se me l’avesse dettata così. La scrittura fa questi miracoli. Non avevo modelli letterari, comunque. Non uno in particolare. Avevo affinato già in qualche modo una mia scrittura che qualcuno giudicava molto ben identificabile, ma che naturalmente si era nutrita negli anni di sconfinate letture”.

Vorrei insistere sul ruolo della chiesa cattolica nel reprimere ogni possibilità di discorso sereno ed equilibrato rispetto all’omosessualità e, se vuoi, rispetto alla sessualità dei minorenni, che è un sottotema ben presente nei racconti del tuo libro. Ne accenni nell’introduzione alla nuova edizione. Ma vorrei che lo approfondissi chiarendo le colpe, o almeno le mancanze.  
“Credo ci sia poco da dire, o meglio, molto in poche righe: l’oscurantismo della chiesa cattolica miete vittime. Punto. Quando finirà sarà sempre troppo tardi. La chiesa cattolica dovrà rendere conto delle vite distrutte, delle sofferenze provocate, dei propri crimini, in questo come in altri campi. Spero succederà, e non solo davanti al suo Dio”.

 

Nei racconti ritornano alcuni temi: difficoltà di conciliare attrazione fisica e affetto, bisogno di paternità, educazione all’amore, la necessità di sviluppare una capacità introspettiva, amore per gli altri di pari passo con l’amore per se stessi. Se non sapessimo di cosa stiamo parlando potrebbero essere temi che riguardano tutti, al di là delle scelte sessuali… Sei d’accordo?
“Certo. Non esistono né una sessualità né un’affettività ‘specifiche’ per i gay. La differenza omosessuale – se non fosse per le discriminazioni sociali e per l’incredibile crudele stupida assenza di diritti – non avrebbe grande rilevanza. Io penso che l’unica differenza ‘fondante’ sia quella di genere: maschio-femmina. Ho cercato di dimostrarlo in un saggio poco ortodosso: Io Tarzan tu Jane. Manuale di educazione sessuale per gay ed etero.

 

Non hai pensato di rifare ex novo il lavoro oggi? Come pensi cambierebbero, se cambierebbero, le risposte? Pensi, per esempio, che internet abbia aiutato le persone a trovare la propria identità, a riconoscerla e ad accettarla?  
“No, non lo rifareri, per troppe ragioni, sia di carattere personale-professionale (ho troppe altre cose da dire e da raccontare) che letterario, diciamo così. Anche se in qualche modo Matrimoni gay potrebbe essere considerato un Ragazzi che amano ragazzi degli anni Duemila. Internet ha aiutato, come hanno aiutato un sacco di altre cose: i film, la tv, le organizzazioni gay, altri libri che sono venuti… Ma – come ripeto sempre – se ancora oggi ragazzi più giovani del mio libro mi scrivono di riconoscersi in queste storie (e nell’Italia lontanissima di fine anni Ottanta) può significare solo una cosa: i conti non tornano. La riflessione qui sarebbe lunga, credo doverosa per tutti, e complessa, cioè non legata solo all’arretratezza italiana che pure è scandalosa”.

Un testo di narrativa omosessuale da affiancare al tuo? Che abbia la forza di entrare nella vita delle persone?
“Rispondo in modo molto sincero e personale, sapendo che ne vorrei citare almeno venti. Ma ti dico: James Baldwin, Sulla mia testa (ultimo editore conosciuto: Bompiani). Purtroppo quasi introvabile.

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