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Dal rock on the stage

Aldo Nove racconta il 'suo' Giancarlo Bigazzi

Ha scritto per Raf, Tozzi, Mina, Squallor. Vi vien da ridere? Provate voi a scrivere successi da milioni di copie

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22 febbraio 2012

La cover dell'ultimo libro di Nove, Foto Bompiani Overlook

Di Franco Capacchione

Popolo indie, indefesso frequentatore di nicchie…. Vade retro e cambia pagina. Qui si parla di milioni di dischi venduti, singoli soprattutto, quando le canzoni avevano davvero un peso specifico nella vita di tutti o quasi. Ti arrivavano addosso, ti si ficcavano nella testa, anche se tu non le volevi sentire. Perché le fischiettava il tuo vicino di casa, il barista, il passante…. Si parla di pop italiano anni 60, 70, 80… Si parla di un grande artigiano della musica italiana, Giancarlo Bigazzi, quello che ha firmato Rose rosse, Ti amo, Cosa resterà degli anni ’80, melodie che scattano subito in testa e non serve neanche dire chi le ha cantate. A Bigazzi, al suo lavoro, alla sua vita interrotta lo scorso gennaio, Aldo Nove ha dedicato un libro appena uscito da Bompiani, Giancarlo Bigazzi. Il geniaccio della canzone italiana. Non una vera biografia, piuttosto una riflessione, attraverso creazioni con strofa-ritornello-strofa di incredibile forza comunicativa, sul potere della melodia di entrare nelle nostre vite e su come le nostre vite sono state cambiate da quelle melodie. Una bella reciprocità. Il libro di Nove è anche un omaggio all’arte dell’artigiano, di colui che lavora appartato, di cui non si conosce la faccia, e il cui nome non dice molto ai più. Solo il suo lavoro è conosciuto, amato o odiato, mai ignorato. Perché ha avuto una forza di propagazione unica. Forse oggi irripetibile.

Attraverso il racconto della vita e del lavoro di Bigazzi, sembri esprimere una nostalgia per i tempi andati. Parli anche di “infanzia delle cose”. È vero e da cosa nasce questo sentimento?

“Bigazzi mi ha accompagnato, volente o nolente, per quarant’anni. Da mia nonna, che ascoltava Ranieri a mia madre che si innamorava di Luglio di Riccardo Del Turco e Montagne verdi di Marcella Bella e poi io, poco più che bambino che mi appassionavo agli Squallor e alle canzoni di Tozzi. Il denominatore comune era Bigazzi. Non so se è nostalgia. Piuttosto è consapevolezza, recuperata col tempo, di uno spirito nazionale condiviso anche attraverso le emozioni che Bigazzi ha saputo suscitare in tutti noi. Al di là anche dei gusti personali, della cultura individuale”.





Le canzoni, per te, sono specchio di una nazione in un momento della sua Storia. Possiamo identificare per i quarant’anni della carriera di Bigazzi una sua canzone che rappresenti al meglio ogni decennio?

“Per gli anni Sessanta sceglierei Luglio: l’ingenuità e la gioia di un decennio che si scopriva, dopo la guerra e il boom economico, felice di esserci, anche nel senso più superficiale del termine. Per i Settanta Mi ha rovinato il 68 degli Squallor: un’apparentemente spensierata denuncia di un vuoto che stava emergendo anche tragicamente. Per gli Ottanta, Cosa resterà degli anni ’80 di Raf: manifesto generazionale di un popolo che incominciava a sentirsi fragile, vacuo, dopo decenni di sbornia. Nei Novanta, un pezzo di Masini… Forse Malinconoia (neologismo di Bigazzi finito nei vocabolari): una condizione che abbiamo sperimentato tutti”.




Parli della condizione di irregolare come caratteristica dell’essere un artista. Al di là dell’elemento biografico, in che senso Bigazzi era irregolare rispetto ad altri autori di canzoni?

“Era un umile, geniale artigiano: capace cioè di tendere al massimo le antenne per poi essere grande esecutore di quel prodotto composito che chiamiamo canzone. Ricominciando ogni volta da capo, con le suggestioni del momento”.

Ricordi, nel libro, come la canzone sia stata uno strumento importante per la diffusione della lingua italiana in un Paese dove i dialetti erano ancora usatissimi. Nel repertorio di Bigazzi c’è una canzone che rappresenta uno scatto della lingua italiana verso una nuova direzione?

“Per me Ti amo. È “demenziale” e “calda” allo stesso tempo. Vero farfugliamento sentimentale. Rappresenta, a livello collettivo, la fine di un “impegno” (quello cantautorale, diciamo) che ci avrebbe introdotti agli anni Ottanta”.



La bellezza di una canzone, la sua forza, stanno anche nella capacità di aderire ai momenti della vita di ognuno. In questi anni, c’è, secondo te, un autore con questa capacità?

“Sicuramente Lorenzo Cherubini: reattivo, poliedrico, capace ogni volta di arricchire il suo bagaglio culturale e musicale. Ma anche Samuele Bersani, con più discontinuità, ha delle cose da dire, e sa dirle bene. E tra i più giovani, o comunque emersi recentemente, mi piacciono Le luci della centrale elettrica e Il teatro degli orrori”.

Qual è il tuo album preferito della musica italiana?

“Creuza de mä. World musica altissima di un grandissimo cantautore al top”.

Hai seguito Sanremo? Come ti è sembrato il festival?

“Mancava l’hit che spacca, ma c’era parecchia roba non male. I migliori per me, e cito alla rinfusa, sono stati Arisa, Bersani, Finardi e Zilli”.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

“Alla sceneggiatura del mio romanzo La vita oscena e a un nuovo libro ma non ne dico nulla per pura scaramanzia. È troppo presto!”.


Ascoltate un altro successo firmato Bigazzi