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Dal rock on the stage

Alexander Payne: ecco il mio George Clooney da Oscar

Venerdì prossimo esce nelle sale italiane il suo ultimo lavoro, Paradiso amaro

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13 febbraio 2012

Un frame di Paradiso amaro, Foto 20th Century Fox

Di Federico Pontiggia

“Si era già offerto per Sideways, ma non avevo una parte per lui: pur stimandolo, ho dovuto declinare”, ricorda il regista Alexander Payne (anche autore di Election e A proposito di Schmidt). Non era un addio, ma un arrivederci: in The Descendants – da noi Paradiso amaro, in sala venerdì 17 febbraio – il regista americano di origini greche offre a George Clooney un ruolo da tenersi stretto e ricordare, magari, con una statuetta in mano.

La nomination agli Oscar ce l’ha pure Payne, insieme al film, la sceneggiatura non originale (il libro è di Kaui Hart Hemmings, edizioni Newton Compton) e il montaggio, dopo i tre Golden Globes già in bacheca: vedremo come finirà il 26 febbraio al Kodak Theatre, dove si assegneranno le statuette.

Per ora, dopo il vino e la California di Sideways, Alex ci porta alle Hawaii, con l’avvocato Matt King (Clooney), discendente di un’antica famiglia e comproprietario delle ultime terre vergini dell’arcipelago. Terre da vendersi, così vuole l’antitrust, e gli acquirenti non mancano: sul piatto c’è mezzo miliardo di dollari, due cugini sono contrari, Matt è tra i più favorevoli. Eppure, lui è diverso dai parenti: non scialacqua e dà alle due figlie abbastanza per fare qualcosa, non così tanto perché possano non fare niente. Ha una moglie bella e indipendente, ma che a causa di un incidente nautico è in coma. E non è stata una santa: Matt deve elaborare più di un lutto e, soprattutto, provvedere da solo alle due figlie. Sì, la malinconia ha più di una posa.


Payne, con la maturità è diventato più malinconico?

"Non credo la malinconia sia maggiore qui che in Sideways, né che sia questione di maturità. Semplicemente, volevo essere al servizio del romanzo da cui è tratto".


Tutto qui?


"Davvero, non sono interessato ad alcunché, voglio solo fare film: non esprimere qualcosa, ma fare. Un pacchetto chiavi in mano, con varie tematiche. Penso ai corpi, gli spazi, raccontare una storia con immagini: il film vive perché ha immagini, non si basa sui dialoghi, nonostante i miei lavori ne contengano molti. Da piccolo ero un grande fan dei film muti: il teatro ama le parole, ma il cinema no, resiste ai dialoghi".

Veniamo alle Hawaii, set di Paradiso amaro. Sono molto distanti da altri posti significativi, ma tutto il mondo finisce lì, chissà perché…


"Hanno un tessuto socioculturale unico: completamente provinciali e un po’ cosmopolite. La mia è stata una sensibilità da documentarista. Per rappresentare correttamente il mondo dietro la storia, con Kaui Hart Hemmings (l’autrice del libro) a farmi da guida".


Lo sa che noi italiani abbiamo qualche problema col testamento biologico?


"Peccato, io non ne ho nessuno. Del resto, è solo un film: divertimento puro, non c’era nessuna intenzione di dichiarazioni esistenzialiste. Tra testamento biologico e proprietà privata, la sfida è stata mantenere la storia su binari puramente emotivi: protagonista, moglie, famiglia, amante e famiglia allargata. Tutto qui. Anzi, un tocco esistenziale c’è: la vita è breve, le ceneri finiscono in acqua, e Clooney dice: 'Beh, è tutto!'. Nessun pensiero profondo, è solo una commedia".


Già, Clooney: come vi siete trovati?


"Voleva una parte in Sideways, ma l’avevo giudicato non adatto, nonostante sia una delle poche star americane che mi piacciono. Ha talento e capacità, ed è stato il primo a cui ho pensato, per Paradiso amaro. Se il suo Matt riscopre se stesso, il proprio essere autentico, George è molto divertente, è un comico nella vita: fa solo finta di essere attore per fare dei film".


Ovvero?


"Nella vita è come nel film dei Coen, Fratello, dove sei?. Non c’entra nulla con i vari Steve Carell, Adam Sandler… Viceversa, è della stessa pasta di Marcello Mastroianni e Cary Grant: le vere star sono divertenti".


Ce l’ha con i “divi” di oggi?


"Diciamo che non vedo nelle star degli esseri umani completi: sono solo ambizione, nessuna gioia o sofferenza. Mastroianni gioiva e soffriva, per questo era il più grande: oggi le stelle americane passano troppo tempo in palestra…
".

Torniamo a sorridere, che cos’è la commedia per Alexander Payne?

"Una forma seria, un approccio serio alla vita e al cinema. Sono nato con le vecchie commedie Usa, e credo che i film dovrebbero essere affascinanti e divertenti, anche con temi difficili".


Tra i temi difficili a livello globale, oggi c’è pure la Grecia.


"Ci sono legato: è la mia terra natale, nonostante io sia di seconda generazione. Il legame non si spezza, ma il mio è diverso dagli emigranti legati al passato, che ancora amano la Grecia, da cui sono andati via. È la diaspora: i greci sono sempre orgogliosi della loro grecità: io amo quella attuale, moderna, degli ultimi 20 anni". 


Ci è tornato di recente?


"È stato molto commovente, considerando quanto sia odioso quel che sta avvenendo. Da Atene e vari villaggi, a Thessaloniki a vedere il mio film sono venuti quattordici cugini!
".

Tutt’intorno, la crisi.


"Ma da sempre, per gli artisti, la crisi è una grande opportunità di creare ciò che è necessario: bellezza, coinvolgimento e divertimento. I buoni film si fanno quando c’è la necessità storica di dire qualcosa: pensiamo ai lavori romeni degli ultimi quindici anni, hanno elaborato la merda che è successa con Ceausescu, metabolizzato i fantasmi. E che dire dell’Iran? Ci sono ottimi film, perché sono sempre in mezzo ai casini. E pensiamo alle metafore di Saura: dopo la fine di Franco, gli spagnoli non ne hanno più avuto bisogno. Ed ecco Almodovar con Let’s fuck!".

S’è perso la Grecia.

"Nessuno può togliere ai greci le bellezze e i sentimenti, mare, cibo e famiglia".


Tra Sideways e Paradiso amaro sono passati sette anni: ora che farà?

"
Ho un grande progetto, con una sceneggiatura ancora incompleta che mi ha già preso due anni. Ma, prima, faccio due piccoli film, perché ho voglia di girare: Nebraska, un road-trip con padre e figlio, e poi Wilson, che lo stesso Daniel Clowes (sceneggiatore di Ghost World e Art School Confidential, N.d.R.) ha adattato dal suo graphic novel".


Guardate il trailer di Paradiso amaro


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