7 febbraio 2012

No auto, no bici, stiamo a casa... Foto Michele Massetani
Con l’aumentare dell’entropia glaciale non è rimasto che rinforzare la presenza virtuale giacché, previsioni alla mano, saranno molti quelli che, io incluso, potranno uscire di casa solo col prossimo disgelo. Luglio forse. A forza di lamentarci del caldo fuori stagione, di reclamare “sta benedetta neve stermina microbi e ricolma invasi”, il cielo s’è risparmiato in niente. Ai primi fiocchi mi sono precipitato alla stazione, ho informato la signorina (anche caruccia) di FS dall’altra parte del vetro dell’intenzione di andare a Roma, ma lei s’è messa a sbracciare come se stesse in una pista e io dovessi parcheggiare un aereo. “A meno che non sia urgentissimo o che lei sia un appassionato di sport estremi non le consiglio un’impresa del genere”. Io che d’urgente al massimo ho le consegne per la squadra del Fantacalcio mi sono messo il cuore in pace: “pazienza”.
Benjamin raccontava di sentirsi bambino ogni qual volta scorrazzava con la slitta per le strade di Mosca e, all’inizio, molti di noi avranno provato la stessa sensazione. Il primo giorno, dopo l’attesissima bufera, il termometro della situazione più che quello delle farmacie è stato Facebook, ingolfato da pupazzi e falli di neve, scritte ignominiose sul bianco manto e bestiali scivoloni linkati da Youtube. Tutti a sorridere e salutare, magari con un bastardino bianco e nero che si tuffava su soffici (ancora) cumuli di farina – sostantivo suggerito da quell’anima linda di mio nipote. Al secondo giorno vigeva un regime di solidarietà, ovunque mani armate di pale ma nessun colpo sferrato fra bipedi, una pace totale, una premura quasi eccessiva che ha scalato le top ten quando, in casa, gente che non lo faceva da almeno tre anni, dopo la temprante passeggiata del mattino, ha ritrovato il coraggio di guardare in faccia la propria o il proprio consorte e, percepito un vago calore, sfiorato quell’interstizio magico di famiglia e caminetto, si sono lasciati andare a qualche parolina dolce, una carezza, come una volta. Il terzo, l’attenzione è stata dirottata su quegli esseri così poco eleganti che domenica, in pantaloncini, correvano dietro a un pallone con meno quindici gradi; un vero sballo il campionato dal calduccio del proprio letto.
Ma il quarto, dall’euforia, s’è passato all’apprensione quando inesorabili datori di lavoro hanno emanato il fermo ordine di comparizione alle rispettive scrivanie e ai gelidi macchinari. Il grande dilemma: rischiare di sfracellare l’auto con ancora quindici rate sul groppone o osare la vita in un autobus strapieno che si presenta alla pensilina in derapata e con il controllore che, per sopravvivenza, sotto il mento ha una botte di whisky? Chi, con qualche sotterfugio, è rimasto a casa, il lunedì non ci ha pensato due volte a prendere d’assalto il supermercato, tarando al massimo i morsi della fame chimica e le scorte di marijuana con le capacità delle borsette e l’equilibrio precarissimo. Facile da immaginare è che, da qui in avanti, visto che le nevicate si ripeteranno, ci saranno solo incazzature, altro che la riscoperta di Roma, l’aria pulita e il silenzio intimistico. A farsi leggenda per i posteri saranno l’eco delle bestemmie di chi perderà aderenza sullo spesso strato di ghiaccio.
Al di fuori di chi disgraziatamente ora si trova isolato, o peggio in viaggio, a tutti quelli che hanno preso una posizione, ferie forzate o magari solo un sano certificato medico taroccato ed hanno deciso di rimanere a casa, vanno alcuni elementari consigli. Evitare letture come I racconti della Kolima di Šalamov o Il sergente della neve di Mario Rigoni Stern; potrebbero essere un cattivo presagio. Tenetevi alla larga anche Hamsun se sentite di dover risparmiare sul riscaldamento. Se avete una bella e fornita cantinetta l’ideale è Mosca-Petuski di Venedikt Erofeev, vi farà sogghignare e ubriacare pure con in sottofondo lo sferzante vento dell’est. Un idiota anni fa mi regalò un libro che si chiamava Neve assassina, lo utilizzai con il fritto per non sporcare il pavimento, adesso però me ne pento, che magari lì c’era scritto come cavarmela sotto gli odierni settanta centimetri di neve. Fatemi sapere se qualcuno l’ha letto. In mancanza però di cotanta bibliografia l’ideale è sollazzarvi con i 100 dischi italiani più belli di sempre stilata da Rolling Stone. Vi aiuterà a ritrovare antichi titoli, case discografiche dimenticate, copertine che vi hanno scavato dentro preziose atmosfere, arie di ribellione perdute, molti romanticismi adolescenziali ma soprattutto, tornati alla ragione, all’oggi, vi manderà il sangue alla testa e con buona probabilità non resisterete all’impulso di dire la vostra su qualche forum o una maledetta bacheca. Suggerisco l’incipit che mi sembra sia andato per la maggiore: “pezzi di merda vi siete dimenticati Branduardi”. Il resto è a piacimento però con esegesi obbligata sul ranking di Fabri Fibra. Un lavoro del genere, se ben fatto, con ingiurie e minacce adeguatamente argomentate, vi occuperà almeno una mezza giornata. L’importante è che teniate a freno il telecomando o il mouse, che c’è troppo rischio di finire fra le morbose polemiche dell’emergenza non prevenuta o fra le grinfie, anche peggiori, di Tg terroristici che con il loro selvaggio sbraitare convertono una placida passeggiata sulla neve in un espianto di organi. Come minimo. Passate poi a qualche riflessione sul vostro dissesto economico raffrontato a quello nazionale, consolatevi e rimuginate su camerati e compagni che in parlamento votano leggi spennapopolo e delle quali, alle prossime elezioni, potranno tranquillamente sostenersi non responsabili.

Inverno è anche poesia? Foto Michele Massetani
A questo punto migrate a un argomento più leggero, già che vi siete ricordati di essere innamorati di vostra moglie e di non avere una lira, sarà forse il caso di rivedere quel piano sulle prossime vacanze. Trascorrerle in alto mare sopra un coso di ferro insieme ad altre 3999 persone e, di queste, mettere il più codardo al timone, forse non è troppo salutare. Ma sarà sul tardo pomeriggio l’ennesimo allarme neve annunciante l’apocalisse a convincervi a uscire per montare le catene. Qui seguitemi bene. È di vitale importanza non farsi vedere troppo abili nell’operazione, c’è un intero condominio che vi scruta, il vostro vicino ci metterà un secondo a ordinare a sua moglie di suonare il vostro campanello implorandovi di aiutarla. Ah, un ultimo accorgimento, evitate di esibire fieri la fichissima tutina da sci che avete appena comprato in sconto in quanto, a studiare le vostre mosse, oltre al vicino, c’è sempre qualcuno più scaltro di voi e con molti meno scrupoli dei vostri che è già pronto, con piede di porco e martello, a forzarvi una finestra mosso dall’irrefrenabile voglia d’immergere le mani in tutti gli ori che pensa vi siate comprati a Cortina. Senza ricevuta, ovvio.
Tornati fra le vostre quattro mura, prima o poi dovrete destreggiarvi su due diversi tipi di approccio epistemologico a questo fenomeno che, a suo modo, vi ha riportati indietro nel tempo. Rivalutate se non sia il caso di essere più gentili col prossimo, se, perennemente indecisi, non sia il momento di fare questa benedetta dichiarazione d’amore (magari evitatevi il metodo tradizionale, la lettera, sarebbe sciocco confidare nei superpoteri del postino che apre un Mar Rosso gelato) o semplicemente se non sia ora d’investire qualche preghierina sul paradiso. Mareggiate, inondazioni, siccità, radiazioni, metri di neve, pioggia di rane, carestie, potrebbe essere il tristo futuro prossimo. O si fa gli gnorri e si considera che, vabbè, sono situazioni che si verificano ogni morte di Papa (ci rifletta bene Ratzinger) e dopo sessant’anni, settant’anni ci può pure stare, è il pizzicore di una stagione che fino a qualche settimana fa sonnecchiava giocando alla primavera e ora tenta di riguadagnarsi il tempo perso. Oppure lasciarsi andare a un più generico ma convincente discorso che fa capo a quelle forze masochistiche (ok, ok, sì, Freud) sublimate verso il consumo, che ci permettono d’inquinare a tamburella e, basilarmente – al caldo e stesi sul divano – di autodistruggerci. Molto semplice. Allora oggi potremmo stare di fronte a una prova, l’esame che Madre natura ci pone per verificare quanto in effetti abbiamo voglia di cambiare le nostre abitudini, quanto siamo disposti a rallentare siffatta corsa sacrificale verso la, ormai consapevole e collaudata, fine del mondo.
Per affrontare questa seconda ipotesi bisogna evitare il panico, è propedeutico alla propria disanima riprendere in mano roba come Il lupo della steppa di Hesse, cullarsi nell’inerzia del protagonista e poi fare un bagno caldo, accendere la stufa, mettere musica da camera e, scevro da ogni deleterio frastuono, guardare finalmente dalla finestra. Grazie al polare e (ora sì!) silenzioso panorama riconquistarsi un po’ di dolce logorrea ascetica, quella intrecciata all’autentica poesia, un fragore buono che ci aiuti a immaginare un mondo nuovo, il più possibile somigliante a quello vecchio, con l’odore della masserizia di una bottega e il cigolare di carri sulle strade, dove un uomo scambia il pollame con dei tessuti e farina per delle nuove scarpe. Neve può anche solo essere piacere di fantasticare, perché no? Una volta tanto, non aggredire ma sentirsi in pace col mondo. Buon inverno, per chi può.


