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È mejo er vino...de questa zozza società

Cucina nostrana experience #01 - Tutta la verità sulla sacra bevanda. L’articolo non è consigliato a un pubblico di sommelier

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2 dicembre 2011

Foto di Teresa Barone

di Alberto Motta
twitter @albertomotta

Cibo, sagre, nutrimento, trasformazione, ciclo, energia, sostanza, malghe, crotti, arrosto di cinghiale! Dalla foresta alla brace, da Sadler al baracchino dello svuncio, gli italiani sono ex ante i veri depositari della (inco)scienza dell’alimentazione. Come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla papilla gustativa. Gli stranieri si straniscono nel constatare che siamo capaci di parlare di cibo mentre ceniamo. Nutriamo un tale rispetto per il cibo che in una tavolata ci profondiamo in mille complimenti per chi debba aggiudicarsi l’ultima porzione di lasagne - che immancabilmente dividiamo in otto porzioni, con somma insoddisfazione di tutti i commensali.

Dall’alto di tanta supremazia, inauguriamo ‘Cucina nostrana experience’, una rubrica scomoda, che finalmente toglierà il velo ai mille segreti e pregiudizi sull’alimentazione. Che racconterà i retroscena del gusto con le gambe sotto il tavolo, ma senza invitare a pranzo gli uffici stampa. Ci troverete ricette, consigli, considerazioni, diagrammi, cenni storici e capitoni in umido. E siccome a mangiare da soli si muore giovani e si vive tristi come dei crisantemi con gli arti, invitateci da subito per una serata in convivio davanti ai fornelli. Noi portiamo il vino.

Variamo allora la prima puntata della ‘Cucina nostrana experience’ proprio con il nettare degli dei: il vino.

Come non l’avete mai vissuto.

1 – vi sarà capitato e ve ne sarete vergognati, di voler aggiungere dell’acqua al vostro bicchiere di vino. Sbarazzatevi degli imbarazzi e, anzi, ostentate! Anche lo chef due stelle Michelin Mauro Uliassi non disdegna di allungare un Don Tommaso Chianti Classico 2007 Principe Corsini con acqua – ho dei testimoni -. Se state indirizzandomi un sonoro “embè?” vi fermo ricordando un’abitudine della sospirata Fotide (nomen omen) nelle ‘Metamorfosi’ di Apuleio. Il suo cocktail erotico? “I letti della servitù erano stati spostati, messi il più lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino, bell'e pronte ad accogliere la giusta porzione d'acqua; accanto, una brocca dall'imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d'amore”. Provatelo a casa e fateci sapere. Ah, lui poi viene trasformato in asino. Voi fermatevi prima.

2* – ma Brindisi deriva da brindisi o brindisi da Brindisi? Perché brindisi in inglese si dice toast? Cos’è la filotesia? Concedetevi un paio d’ore di ricerca on-line e stupite i vostri amici con gli aneddoti più gustosi in rete.

*(soluzioni a fine articolo per i più pigri)

3 – ‘Eno-victim’ è un neologismo coniato dal giornalista e scrittore Gabriele Ferraresi. Sentiamo dalla sua viva voce di cosa si tratta: “gli eno-victim, (sono) quelli che negli ultimi anni vanno all'Esselunga o alla Coop e si sentono in enoteca. Ammetto di essere uno di loro. E ammetto di aver pensato più volte, con relativa spocchietta: "sotto i sette euro è metanolo" e da buon emulatore fallito avere anche preso un mobiletto cantina nei saldi dell'Ikea, la roba che fa cagarone che trovi all'uscita. L'ho riempita di bottiglie che non berrò mai, preferendo la Tennent's Super”. Questo è lo spirito giusto!

E a proposito di scrittori, andiamo al punto:

4 - "Leggero, secco, rosso e cordiale come la casa di un fratello con cui si va d'accordo", Hemingway nel 1965 con questa frase dava la sua benedizione al Valpolicella. Durante i suoi soggiorni all’Hotel de la Poste di Cortina d’Ampezzo, di solito non si privava di due bottiglie per sconfiggere l'insonnia. La prescrizione è consigliata solo ai detentori di premi Nobel. Potrebbe avere effetti collaterali.

Impossibile non dedicare invece al romanziere John Fante (autore de “La confraternita dell’uva” e ispiratore di Charles Bukowski) il punto:

5 - Quell Ross: Campari, Braulio, Cointreau e vino bianco frizzante. Scià-e-là: spuma e vino rosso. Tinto de verano: vino rosso, gassosa, succo di limone. Sono tre esempi di cosiddetti ‘tazza mista’: di miscugli a base di vino. Sperimentate, improvvisate e poi raccontateci la vostra testimonianza; testeremo a nostra volta. E ricordate che non c’è limite alla fantasia. Dal vino alla mirra, bevanda della Roma imperiale attorno all’anno zero, al vino e whiskey, porcata redneck in uso tra gli americani di stanza a Parigi a cavallo tra le due guerre.

Illustrazione di Alberto Motta

6 – i ‘Vinosauri’. Meritano l’estinzione. Cruenta. Discutono di tannini, annate, grandinate, graspi. Mentre i commensali mummificano per disidratazione. Ecco come sterminare un vinosauro e diventare l’eroe della serata:

“… e poi lo sentite? Questo retrogusto di sottobosco…”

“di quale sottobosco?”

“scusa?”
“il sottobosco della Maremma ha un odore completamente diverso dal sottobosco piemontese”

a questo punto il vinosauro partirà con uno spiegone di pathos ascendente. Quando avrà raggiunto l’acme dell’edafologia (scienza che studia l’influenza del suolo sugli organismi, specialmente sulle piante – wikipedia), infierite il mortal fendente:

“Scusa… visto che il vino italiano viene esportato in tutto il mondo, adesso mi spieghi come lo racconti il sottobosco della Maremma a un cliente arabo di un albergo sette stelle di Dubai?”

7 – un po’ di matematica, per concludere: in uno spazio di estensione limitata il numero di bottiglie di vino deve essere sempre maggiore o uguale al numero di ospiti. In un arco di tempo da 0 a infinito, più ci si allontana dallo zero più il numero di ospiti e bottiglie si avvicina allo zero. Se il numero di ospiti rimasti è pari a 1 vi facciamo i complimenti: ora non vi resta che mettere in pratica i consigli di Apuleio del punto 1.

* Brindisi deve il suo nome al sostantivo ‘brun’, che in messapico (?) significa testa di cervo, chiaro richiamo alla forma del porto della città. Quindi non ha etimologie da spartire con il brindisi, che ci arriva dal tedesco “brin dir’s”, ovvero ‘porto a te (il calice - nda). Per gli inglesi, anticamente, era usanza inzuppare una fetta di pane abbrustolito durante i brindisi. Ecco che il brin dir’s diventa toast. E per i greci? Più o meno stessa roba: “il porgere da bere o invitare a bere l’amico bevendo alla di lui salute è usanza di antica origine che i greci dissero Philotesia da philòtes: amicizia. Voilà.


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