21 febbraio 2012

Corrado Augias, Foto Eligio Paoni/Contrasto
Con il suo parlare schietto, la sua spavalda necessità di schierarsi nel trattare di politica, costume, cultura, Corrado Augias appare una delle menti più giovani e controcorrente in circolazione nel nostro paese. Che poi sia notizia buona o segnale di scarso rinnovamento generazionale è un altro discorso. Per Rizzoli è appena uscita la sua ultima fatica, Il disagio della libertà, sottotitolo Perché agli italiani piace avere un padrone. Libro leggero di pagine, ma denso di riferimenti, un ottimo punto di partenza per escursioni personali storico letterarie. Per il succo della materia trattata, la parola all’autore.
“Il libro è sul perché una considerevole percentuale degli italiani abbia un cosi debole, fiacco sentimento della libertà. Si cerca una possibile risposta attraverso una serie di considerazioni storiche, che partono da Dante e attraverso Machiavelli e Guicciardini, arrivano agli eretici, sempre minoranza perseguitata, all’Illuminismo e a oggi. Le risposte sono varie. Per esempio, il nostro è un paese che geograficamente parte svantaggiato: è lungo milleduecento chilometri, largo al massimo duecento. Questo ha reso le comunicazioni difficilissime da nord a sud e da est a ovest, anche perché nel mezzo corrono gli Appennini. E ha influito sulla travagliata vicenda nazionale e sul ritardato processo di unificazione. Un ritardo che ha contribuito a infiacchire il sentimento della libertà”.
Il ministro della giustizia, Paola Severino ha parlato di cultura della morale politica appannata
“Il libro parte con un apologo di Calvino che non è sulla libertà ma sulla corruzione. Le due cose, fiacco sentimento della libertà e corruzione, vanno di pari passo. Perché noi abbondiamo di un sottoprodotto della libertà che è la libertà servile. E ne hanno dato prova quei 314 deputati che il 5 aprile 2011 hanno votato avvallando la teoria secondo la quale Berlusconi era convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak. La libertà servile è quella di fare il nostro comodo, di costruire una casa abusiva dove capita, di buttare l’immondizia dove ci fa più comodo e non nei luoghi deputati, di passare con il rosso al semaforo. Comportamenti che sono l’esatto contrario della libertà che è, invece, sentimento profondo, radicato e diffuso dei propri diritti e dei propri doveri, tra i quali è il rispettare la libertà degli altri. La libertà in senso alto è fatica e impegno: ecco perché questo sentimento è così scarso in Italia. È facile da parte dei governanti lasciare a briglia sciolte i cittadini su piccole e grandi violazioni, ruberie, abusi. Perché così si distraggono dall’altro, vero significato di libertà di cui abbiamo detto”.
Lei parla di doppia morale: un concetto legato a una formazione cattolica, forse oggi meno diffusa di un tempo tra i giovani…
“Che ci sia una secolarizzazione del paese è indubbio. La doppia morale è un tipico prodotto della controriforma di fine Cinquecento. Dice: fa quello che ti pare purché non si veda. E intende: comportamenti illeciti. Molto diverso da quel senso dell’etica di cui Kant rappresenta l’eccellenza con il suo 'La legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra la mia testa', summa di un’etica della responsabilità di stampo illuminista. Alla quale si contrappone la fiacca moralità mediterranea, di cui noi siamo insigni rappresentanti, che dice: fai un po’ quello che ti pare. Tanto, da un punto di vista religioso poi chiedi l’assoluzione, mentre da un punto di vista civile quello che conta è non ti veda nessuno”.Ma è qualcosa che riguarda anche le nuove generazioni?
“Spero di no. Certo, con esempi così deplorevolmente immorali arrivati dall’alto per tanto tempo… È facile cedere alla fiacchezza morale che è molto meno faticosa e fa comodo”.
La famiglia non aiuta?
“In Italia e un po’ nell’area mediterranea c’è un senso esasperato, eccessivo della famiglia. È chiaro che è la prima cellula della società, ma le si dà un valore eccessivo ('Our family' come dicono i mafiosi americani) e diventa il centro della vita, mentre si percepisce quello che è fuori della porta di casa come terra di nessuno. E chissenefrega di quel nessuno”.
Al festival di Sanremo hanno fatto scalpore le comiche moderne e politicamente scorrette de I Soliti idioti e i monologhi di Celentano. Nella sua rubrica di posta su la Repubblica, lei ha bocciato molto duramente le scenette frociarole di Mandelli e Biggio. Non si rischia di mettere in discussione la preziosa libertà di parola?
“Celentano preferirei non commentarlo perché le sue prediche sono inqualificabili. Ammucchia argomenti. Per dire: quando lui accusa la Corte costituzionale perché ha ignorato un milione e duecentomila firme (Augias si riferisce alla bocciatura da parte dei giudici della consulta ai quesiti del referendum per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, entrata in vigore nel 2006, N.d.R.), non sa di cosa sta parlando. Ignora le motivazioni con le quali si è respinto il referendum. Per quanto io stesso lo abbia firmato e così tutte le persone perbene. Però la motivazione della corte costituzionale è impeccabile. Dice: se noi abroghiamo questa legge vergognosa, si crea un vuoto legislativo su una legge fondamentale, quella elettorale con la quale si forma il Parlamento che promulga le leggi. Una democrazia non può permetterselo neanche per un giorno. Un ragionamento attaccabile da un punto di vista giuridico. Cioè dicendo no, avete sbagliato perché anche se cade quella legge vergognosa (voluta dal ministro di allora, Calderoli, ricordiamolo) rientra in vigore la precedente. Una critica basata su elementi precisi e non l’invettiva di un cantante che non ha niente a che vedere con la libertà di parola. E per quanto riguarda l’altra scemenza de I Soliti Idioti: quello che mi ha offeso non è tanto l’attacco all’omosessualità, è il livello dell’attacco. Non si può dire nulla né contro né pro qualcuno con uno stile che trovo francamente da dilettanti, di quart’ordine. Puro varietà d’avanspettacolo anni ’50. Non si può, è proibito. E mi sorprende che un direttore artistico, o chi per lui, abbia consentito un tale scadimento di livello”.
Ma è un problema di audience. Loro hanno un seguito fortissimo tra i 15, ventenni…
“E questo infatti ci porta a un altro argomento: al livello di acculturazione troppo basso di questo paese che è un’altra concausa della mancanza di libertà. A un autentico senso di libertà ci arrivi solo dopo che hai conquistato un certo gradino di acculturazione. Questo livello in Italia e un po’ basso. È un po’ basso dovunque, veramente, ma forse noi pecchiamo un po’ più degli altri”.

La cover del libro, Foto Rizzoli
Nel libro si parla anche di rivoluzione. Come legge quelle che hanno attraversato, e attraversano, i paesi arabi?
“Direi che nascono da influenze europee, occidentali perché è in questa parte del mondo che si sono affermate idee di libertà civili. E, devo dire con rammarico, più nell’Europa continentale centro-settentrionale che in quella meridionale, alla quale noi apparteniamo. Detto questo, sono perplesso sul loro esito. Perché quello che distingue una rivoluzione da una rivolta o sommossa o tumulto è la finalità politica: se questa è ben definita, si ha una rivoluzione; se, invece, si bruciano municipi si ha una sommossa e non si sa come può andare a finire, anzi in genere la Storia insegna che la nazione si butta a destra. Per restare in Medio Oriente, quando ci fu la rivoluzione di Atatürk in Tuchia il fine era chiaro: la volontà di utilizzare l’esercito, cioè l’istituzione più organizzata del Paese, per proiettare quel pezzo di mondo orientale verso l’occidente”.
Nel maggio 2010 Zapatero fa un discorso alla nazione con il quale annuncia tagli alle pensioni e ai sussidi di disoccupazione. Come reazione a quel discorso nasce, lentamente ma con forza, il movimento degli indignados che ha ispirato anche i paesi arabi. In Italia abbiamo avuto diversi motivi per indignarci. Ma grandi reazioni non ci sono state, o sbaglio?
“Ma no, ci sono pure stati segni di fermento, per quanto possibile in un’epoca come la nostra, dominata e modellata dalla televisione. Sono iniziati nel 2011 con le grandi manifestazioni delle donne, e poi con il movimento per i tre referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. La stessa raccolta delle firme per questa maialata della legge Calderoli era un segnale. Un’insofferenza sempre più diffusa che ha permesso al presidente della Repubblica, con una mossa geniale, direi scacchistica, di nominare Monti presidente del Consiglio e di affidargli l’incarico di formare un nuovo governo”.
Lei chiude il libro con una considerazione: la crisi economica italiana può essere uno stimolo a ritrovare un nuovo amore per la libertà. In che senso?
“Il fascismo cadde in seguito alle devastazione di una guerra che stavamo perdendo rovinosamente. Dopo la guerra ci fu uno slancio incredibile per cui, in pochi anni, non solo si recuperarono i danni, ma iniziò un processo di cambiamento nel paese che da prettamente agricolo, patriarcale, iniziò a trasformarsi in una delle più grandi potenze industriali del pianeta. Forse, spero, confido che oggi, alla caduta di questa marmellata del governo Berlusconi, subentri un rinnovato slancio che ci permetta uno scatto”.
Nel libro sono citati molti testi. Uno di narrativa novecentesca che racconti bene il carattere nazionale?
“Ne indico due di Leonardo Sciascia: Todo modo e Il giorno della civetta. Sembrano parlare di questioni locali, ma in realtà hanno un valore nazionale”.



gazibo
21 febbraio 2012
grande augias la guardo tutti i giorni la sua trasmissione!