7 febbraio 2012

Il singolare poligono di tiro, Foto Carlos Gonzalez
C’è un gran frastuono, e anche tanta aggressività, a dire il vero. Tira aria pesante al poligono di tiro sulle colline di Little Tujunga Canyon. È domenica mattina, e un’armata di liberi cittadini, per lo più sovrappeso, dalla testa rasata e con magliette mimetiche, si riunisce per esercitare un diritto costituzionale fondamentale da queste parti: libero addestramento paramilitare con pistole e fucili.
Ed è proprio qui, in un piazzale situato poco distante dalla struttura principale, che i curatori Yael Lipschutz e Yann Perreau convocano stampa specializzata (tranne noi ovviamente che non c’entriamo un cazzo) e pochi altri intimi, per assistere all’atteso evento Niki de Saint Phalle’s Los Angeles Shooting Paintings Revisited, per gli amici semplicemente Tirs: Reloaded. La performance artistica implica combustioni ed esplosioni, fucili, pistole e bersagli, ma le cartucce sono cariche di pigmenti e gli oggetti da colpire sono opere contemporanee concepite da Jennifer West, Brigitte Zieger, Matthew Monahan, Alexandra Grant e Lara Schnitger, fra gli altri, tiratori scelti per un giorno. Un progetto ludico ad alto impatto estetico, in preparazione da mesi, un omaggio a Niki de Saint Phalle (1930-2002) e alla sua presenza sulla West Coast durante gli anni Sessanta, quando Los Angeles era terra promessa per alcuni esponenti del Nouveau Réalisme francese, come Yves Klein, Arman e Jean Tinguely.
Prima di divenire nota per le divertenti sculture Les Nanas che oggi sembrano danzare un po’ ovunque in ogni angolo del mondo, Niki de Saint Phalle è stata un’artista ribelle e interessata alle prime rivendicazioni femministe in un periodo in cui non era facile essere donna e artista. Nella primavera del 1962 realizza la sua prima performance balistica durante la quale, imbracciando un fucile, spara una serie di cartucce colorate contro quadri e altre installazioni. Il gesto si compie in un parcheggio (!) della centralissima Sunset Strip, e un mese più tardi una seconda scampagnata esplosiva si svolge sulle colline di Malibù. I due eventi contano fra i partecipanti un parterre di primissimo livello: Ed Kienholz, che funge da Maestro Cerimoniere, Roger Vadim, Jane Fonda, Leo Castelli, John Cage, il poeta della Beat Generation Lawrence Lipton e altri ancora.
La ricostituzione dell’evento in chiave contemporanea è dunque molto attesa, c’è tanta curiosità. Verso le undici di mattina, frammista alla violenza degli spari “veri”, risuona nell’aria la voce di Brigitte Bardot che duetta con Gainsbourg: “Clip! Crap! Bang! Vlop! Zip!”. Siamo nelle onomatopee musicali di Comic Strip, colonna sonora azzeccatissima per suggerire l’atmosfera irreale che aleggia nella piazzuola. La curatrice Lipschutz si presenta con una tuta da meccanico nera vintage che sembra uscire da un box di Formula 1 della Lotus degli anni ‘60, ed è elegantissima e sorridente, felice di presentare a uno a uno gli artisti che sembrano, anche loro, tutti giovani e belli, con occhiali da sole da rock star, indomabili eroi postmoderni fra la polvere e il sole cocente. Le opere da distruggere sono in bella mostra su di un rango a una ventina di metri dal pubblico; regnano tableaux tridimensionali, composti soprattutto da materiali poveri o di scarto, plastica, metallo, cartapesta, e poi tante ampolle e bottigliette che contengono liquidi, pronte a saltare in aria.
Inizia la cerimonia e partono le prime scariche. Siamo lontani dal bersaglio, intravvediamo qualche esplosione, una scheggia vola in alto, alcune cartucce innescano colate di fluidi colorati, spruzzatine e collisioni aleatorie, altri colpi vanno a vuoto. La fine di ogni performance è accolta da misurati applausi, suggellata da un inchino del cecchino. C’e una teatralità latente in ogni gesto e nessuno se ne lamenta; fra un tiro e l’altro ci si consulta con il vicino per giudicare il gesto artistico, come membri di una fantomatica giuria di un concorso di pattinaggio artistico.

Niki de Saint Phalle, Film-Still of Daddy, 1972, Foto Niki Charitable Art Foundation
Terminati i botti, ci possiamo avvicinare. L’impressione finale è comunque deludente e sono poche le opere profondamente devastate che presentano selvagge dispersioni di colori. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Fra gli esercizi meglio riusciti, quello della francese Brigitte Zieger, che ha sparato in direzione di un’immagine che la raffigura mentre impugna una pistola. I fori delle pallottole disegnano con accuratezza il contorno del suo viso, e in mezzo a tanto casino ed eccitazione, è bello vedere un’opera equilibrata e precisa. Matthew Monahan ha perforato due solide lastre composte da centinaia di fotocopie di un disegno di un volto, e poi le gira verso il pubblico e appaiono allora le lacerazioni e i brandelli di carta formano dei boccoli. Lara Schnitger ha lasciato colare della candeggina sulla sua installazione e con il tempo i colori originali sbiadiscono. Noah e Karon Davis, artisti black, hanno colpito tre sagome del KKK che in poco tempo si sono tinte di rosso, metafora facile ma incisiva.
In un secondo tempo, le opere saranno raccolte ed esposte alla galleria Here is Elsewhere nel cuore di Hollywood, e c’è da credere che ci guadagneranno a essere osservate in un ambiente sterile e silenzioso, accanto fra l’altro a capolavori della stessa Niki de Saint Phalle, fra i quali un altare di legno bianco imbrattato con rabbia da cartucce nere sparate con un Winchester…
La domenica di deflagrazioni artistiche prosegue. Ci spostiamo tutti in direzione del Rose Bowl Stadium, a Pasadena, a circa mezz’ora di macchina, per un'altra performance dalle ambientazioni combustibili: questa volta tocca a Richard Jackson, pittore californiano che da sempre ama giocare con la vernice, spruzzandola e versandola sui muri, sulle tele, sulle sculture. Oggi decide di caricare di pittura un aeroplano telecomandato dall’apertura alare di 5 metri e di schiantarlo contro una tela bianca, sostenuta da alcune assi di legno che rendono la superfici più robusta, favorendo un impatto più scenografico. I preparativi sono lunghi e laboriosi, ma al secondo tentativo, l’aereo si scrolla di dosso la gravità e s’innalza in cielo, volteggiando per alcuni brevi minuti che paiono interminabili. Ed è forse la parte più bella della performance. Il tempo è per un attimo sospeso. Poi il velivolo scende in picchiata avvicinandosi al bersaglio. Gli ultimi sette secondi sono eccitanti, l’aereo è veloce, si trova a un metro dal suolo, è una freccia scoccata verso la tela che porta il logo Accidents in Abstract Painting. È troppo tardi per fermare l’esperimento. Giunge l’impatto, l’aereo è distrutto, la tela bianca si tinge di chiazze gialle, blu e rosse. I detriti si accumulano fra l’erba. La collisione è troppo silenziosa per suscitare un appagamento completo, ma nessun altro pare badare a questi dettagli. I presenti, invece, festeggiano e scavalcano le reti di protezione per avvicinarsi al luogo dell’incidente, celebrando il crash. Catarsi collettiva?
Al termine della giornata, ritorna alla mente il titolo di un articolo dell’8 marzo 1962 di Arthur Secunda, apparso nel Beverly Hills Time, nel quale descrive proprio le performance originali di Niki de Saint Phalle: “Art? Maybe. Fun? Definitely!“. Cinquant’anni più tardi, regna la stessa sensazione…
P.S. Guardatevi la bella gallery fotografica di Carlos Gonzalez.


