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Come imparai a non avere paura e ad amare il futuro.

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21 novembre 2011

di Alberto Motta

Ve li ricordate i libri di Isaac Asimov? Gli Oscar della fantascienza Mondadori? Ve li ricordate i sogni a occhi spalancati, la bocca aperta? Bastava un libro preso in prestito dallo zio scapolo per radere al suolo l’impianto di un’adolescenza, per imparare un infinito possibile. Per imparare che il contingente fenomenico è solo la triviale cristallizzazione di innumerevoli possibilità. In quel momento – ripensateci oggi – avete abbandonato per strada il concetto di universo lineare e avete fatto vostro il magmatico multiverso.

Bene, se è vero che la nobile arte di inventare il futuro è morta – e lo è, è morta stecchita, uccisa dalla distopia di Orwell, dai fantanoir di Kurt Vonnegut, dall’esplosione dello Space Shuttle Challenger nel gennaio 1986 – allora oggi la resuscitiamo. Perché è sempre il momento giusto per riscoprire la meraviglia.

Andiamo per punti.

Punto 1 – il futuro non è quello là. Non siamo entrati nell’era di Marte. Non figliamo con i robot (peccato, ci terremo il rimpianto di non aver copulato con una Mila Kunis androide). Abbiamo un casino di mp3, hardware con la mela, valvole cardiache sintetiche, satellitari in vece delle mappe Michelin. Amfetamina, carte di credito, Ryanair a 9,99 euro, Ted conference. Possiamo fare di meglio.

Punto 2 – il futuro l’ha sterminato la fottuta bomba atomica. Nel momento dell’impatto a Hiroshima l’intera specie umana ha assistito al parto generato dell’ammucchiata di scienza, tecnica, tecnologia, ideologismo totalitario. Una roba che neanche Rosemary’s Baby. Oggi Fukushima ce lo ribadisce. Dobbiamo fare di meglio.

Punto 3 – la scienza ha trascorso il secolo breve ubriaca marcia. Annebbiata dai fumi della rivoluzione industriale dimenticava di discendere da una stirpe più nobile del progresso illuminista, ché sua vera madre era la filosofia (l’amore della conoscenza). Incespicando brilla, pensava solo ad andare avanti il più veloce possibile. Per diversi decenni la scienza si è sentita troppo figa per guardarsi allo specchio. Quando ha ricominciato a farlo – passata la sbornia -, Photoshop era già uno standard. Pessimo tempismo.

Punto 4 – tanto per iniziare il vostro device apple non è una rivoluzione copernicana. Ripetetelo allo specchio ogni mattina. Ripetizioni da 5. Per 5 volte.

Punto 5 – il futuro non è l’equazione risolutiva del teorema di Fermat, il futuro è un albero. Il più vicino a dove vi trovate ora. Guardatelo. Ancora. Ancora. Domani fate lo stesso. Ovunque vi troviate, cercate con lo sguardo l’albero più vicino. Se volete potete avvicinarvi. Non morde. Vi assicuro che a qualcosa servirà.

>Punto 6 – come ha dichiarato ai nostri microfoni Patrick Carney, batterista dei Black Keys, riguardo ai movimenti in format Occupy Wall Street: “My opinions about it? Mmh, I think that there’s a valid argument when it comes to commiting, you know, white collar corporate crime, but I think there’s also a confused element to it. I think demostrating in Manhattan at Wall Street is a little bit futile. We’ve been fucked for thirty years, so I don’t know why people now decides to fucking protest because Goldman Sachs, or whatever, fucked up the whole economy. Most people from Akron (città d’origine dei Black Keys) never had a chance to begin with, so I support the Occupy Wall Street to a certain degree. But I’d rather just people have jobs”. Come a dire: vanno bene le manifestazioni da fighetti hipster, ma occuparsi realmente della comunità implica un coinvolgimento di altro spessore. E noi sottoscriviamo.

Quindi?

Quindi punto 7 – ampliando il campo: guerra preventiva, esportazione coloniale della democrazia, sostenere una posizione ideologica, schierarsi mantiene in movimento le ruote dentate della dialettica di attrito. Prendete esempio da Ernest Hemingway: fate ‘una pace separata’. Fate anche voi il famoso passo indietro. E già che ci siete, leggetevi il suo “Addio alle armi”, giusto promemoria di quanto poco ci metta l’umanità ad andare allo sfascio.

Punto 8 – il non interventismo di matrice gandhiana del punto 7 va integrato con i comandamenti del buon vicinato. Prenditi cura delle persone a te care, al diavolo le cerchie di google+. Se prometti una telefonata, quella telefonata falla. Se il tuo amico ha l’influenza fai un salto in farmacia e compragli il generico della tachipirina. Svuota la pattumiera. Riporta al tuo collega il documento che ha dimenticato nella stampante. Attenua la soglia di tensione locale.

Punto 9 – Il futuro come realtà aumentata del presente. Investiamo pure in ascensori spaziali (cfr. “Limit” di Franz Schaetzing), ma focalizziamoci in primis sull’implementazione del pianeta azzurro: tra un futuro calato dall’alto e un mare pescoso e cristallino il mio voto punta dritto verso le Cinque terre. E la risposta alla vostra obiezione è sì, spesso l’uno esclude l’altro.

Punto 10 – in sintesi riappropriamoci del mito dell’obyvatel (che a me arriva da G.I. Gurdjeff, e di cui non so molto altro), dell’uomo ordinario in vibrazione unisona con l’ambiente. Riduciamo lo spread tra noi e il valore storico dello zio artigiano. Lui una Mila Kunis androide non la tirerebbe neanche giù dallo scaffale dell’Ikea. Tanto per dire.


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