06 dicembre 2011
Di Boris Sollazzo
Dal grottesco alcolico alla favola politica: in “Miracolo a Le Havre” Aki Kaurismaki sorprende con una svolta neorealista scordatevi i tempi in cui un gruppo tanto finto da diventare vero, i Leningrad Cowboys, andavano in America con Aki Kaurismaki.Ora il regista finlandese se ne va nella più tranquilla Le Havre. Scordatevi anche il finnico bastardo che maltratta i suoi protagonisti con storie di grottesca malinconia e alcolica disperazione. Sarà la dolcezza della vecchiaia, sarà il mondo che, ormai, è molto più cupo e assurdo dei suoi film, ma Aki ci stupisce con un'opera inaspettata e delicata. Vero è che anche qui fa bere parecchi bicchierini al suo primo attore (André Wilms, fenomenale), ma lo fa con grazia, senza attaccarsi alla bottiglia. Le sue ubriacature, se ci sono, sono modeste e mai moleste.Una storia d'amore, Miracolo a Le Havre, una storia di (dis)integrazione forzata, come quella che Welcome di Philippe Lioret ha già saputo mostrarci, come quella che Terrafermadi Emanuele Crialese avrebbe voluto raccontare. Solo che l'italiano ha fatto un raccontino televisivo, mentre Aki ha dipinto un piccolo capolavoro di sensibilità umana e artistica. Marcel Marx – nome geniale e citazione dei suoi amatissimi Groucho & Co – ha una moglie amatissima e tollerante che, in modo improvviso, si ammala. Gli rimane solo la cagnolina Laika, il suo piccolo mondo si sgretola, la sua routine massacrata dal vuoto che lascia quella donna ruvida e devota (Kati Outinen, musa eterna), lui per la prima volta deve agire e reagire nella vita. E lo fa, complice il fato che porta sulla sua strada un giovanissimo immigrato clandestino (Blondin Miguel), il lustrascarpe diventa eroe.
È qui che Kaurismaki stupisce lo spettatore, scegliendo uno stile a lui sconosciuto, dalla narrazione rotonda, nella scrittura e nei movimenti di macchina. Si fa aiutare da Le Havre e la cittadina, nelle sue mani, diventa un personaggio aggiunto. Questo paesone che non arriva a 200mila anime riempie il cinema di Kaurismaki di colore e sentimento: il regista si lascia cullare da un ritmo inusualmente compassato, ma mai lento, il film si concede un respiro etico e poetico di rara efficacia. Una storia persino banale, in questi anni, diventa originale e potente, un'opera di grande cinema ma anche un intervento politico deciso sul mondo che stiamo vivendo e vedendo precipitare.
Eppure, come ha detto lo stesso André Wilms, “costretto” a recitare in una lingua non sua, questo rimane cinema di Kaurismaki allo stato puro, senza se e senza ma. Uno come Godard, che non ha mai regalato niente a nessuno, disse di lui che gli bastavano anche solo due inquadrature per riconoscerlo. E così è anche qui: Aki cambia per rimanere se stesso, lo trovi in ogni parola, in ogni immagine, in quella periferia tratteggiata e ingentilita dai suoi pastelli. Marcel Marx è a tutti gli effetti uno di quegli emarginati bohémien tanto cari alla poetica kaurismakiana, anche se l'ingiustizia del mondo non lo schiaccia, la sua cinefilia qui guarda al neorealismo italiano più vero –il protagonista è uno sciuscià, già artista vagabondo –e a momenti sembra persino di sentire l'odore e l'atmosfera del Bogart di Casablanca.
La solidarietà mai retorica degli ultimi e degli “strani”, tanto cara al cineasta, è tutta in quel quartiere di Le Havre che si stringe a riccio sull'immigrato spaurito e sul suo salvatore “clochard”, uomo senza passato che ci riporta ai ritratti più riusciti di una cinematografia ormai completa e straordinaria. Un'opera blues, in cui la ciliegina sulla torta è quel Jean-Pierre Darroussin, commissario dal cuore d'oro, ennesimo “povero ma bello” di un cinema che per nostra fortuna esiste e resiste.


