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Crime Scene, tutti i colori del noir/2

Massimo Rota incontra Gianni Simoni e il suo 'nuovo' ispettore italo-eritreo Andrea Lucchesi...

28 giugno 2012

“L’ispettore Lucchesi odiava gli stupratori, ma anche i rapinatori, gli inquinatori, i colletti bianchi, i truffatori, gli usurai, i papponi e, forse più di tutti, gli imprenditori, grandi o piccoli che fossero, che facevano lavorare la gente in nero, evadendo pure il pagamento delle tasse”.

Ex magistrato, con una vasta esperienza in materia di criminalità organizzata ed eversione, Gianni Simoni, che ha sostenuto l’accusa nel processo d’appello per l’omicidio Ambrosoli e ha condotto l’inchiesta sulla morte di Sindona nel carcere di Voghera, è una delle voci più interessanti del giallo italiano. Ora, dopo la serie bresciana che ha come protagonisti l’ex giudice Petri e il commissario Miceli, Simoni crea un nuovo personaggio e sposta l’azione a Milano. In Piazza San Sepolcro fa la sua comparsa l’ispettore Lucchesi, 46 anni, un pessimo carattere, una moglie che l’ha mollato, una figlia che non vede mai, un debole per l’alcol e il fumo, una madre eritrea che gli ha regalato la pelle nera. Sempre in giro a piedi, sempre a dragare la città per fare giustizia. A modo suo.

Gianni Simoni, Foto Stampa

Come nasce l’ispettore Andrea Lucchesi? È anche un modo per l’autore di denunciare il razzismo che attraversa la nostra società?
“L’ispettore Andrea Lucchesi non nasce per caso. Potrei dire che da tempo covava sotto la cenere e non chiedeva che di venire alla luce. Forse anche perché un ispettore con le sue caratteristiche personali, nel corso della mia carriera, l’avevo conosciuto e apprezzato. Nei miei romanzi avrà la pelle nera. È ciò che mi ha consentito di denunciare il razzismo strisciante, e a volte esplicito (contro ogni forma di “diversità”), che continua a permeare il nostro Paese, denunciandone l’arretratezza culturale”.

Sullo sfondo mi pare ci sia una Milano un po’ cupa e ripiegata su se stessa. È un’impressione corretta?
“La Milano che descrivo è effettivamente un po’ cupa. La nostra è una città che non ha il respiro di altre metropoli europee. Anche se negli ultimi tempi pare di trovarvi un’aria un po’ nuova (che magari contribuirà a rasserenarne il cielo opaco e grigio), e questo non può che indurre a un cauto ottimismo”.

Lucchesi ha qualcosa in comune con Petri e Miceli, gli altri suoi personaggi? Si incontreranno mai?
“L’unica cosa che ha in comune con Petri e Miceli è il fatto che nessuno è un ‘eroe’, ma sono tutte persone per bene, che rispettano il proprio lavoro e, di conseguenza, anche le persone con cui vengono a contatto. Non si incontreranno mai. I due filoni (bresciano e milanese) rimarranno distinti. Incrociarli sarebbe un espediente forse curioso, ma in definitiva banale”.

Dalla prima pagina ci avverte che l’ispettore ha uno stato di servizio pessimo con procedimenti disciplinari e penali che paiono intrecciati alla sua rabbia e al suo forte senso della giustizia (che per altro amministra in modo molto personale). Lucchesi come cattiva coscienza del sistema?
“L’ispettore ha un profondo senso della giustizia e qualche volta risponde a modo suo all’eterno conflitto tra legge scritta e coscienza. Può essere visto come la “cattiva coscienza” del sistema, ma anche come quella “buona”, che spesso non riconosciamo perché viaggia più nel profondo”.

La cover del romanzo, Foto Stampa

Quando inizia una serie sa già dove andranno i personaggi? Ha in mente l’evoluzione dei caratteri?
“No, non lo so dove andranno i miei personaggi. Al dipanarsi delle storie, in una sorta di sdoppiamento, spesso assisto con la stessa curiosità del lettore. Ovviamente, i caratteri mutano, si evolvono, con l’avanzare dell’età, con la maturazione delle esperienze vissute, con le stesse trasformazioni della società in cui sono costretti a vivere”.

A parte il saggio Il caffé di Sindona, si tiene lontano dalle tematiche che ha affrontato durante la sua carriera di magistrato. Perché?
“Perché, appunto, dovrei scrivere un secondo saggio. Per il momento preferisco proseguire con le mie ‘storie’ che, tuttavia, affondano sempre le loro radici in vicende da me vissute come magistrato”.

Ho visto che ha dedicato un romanzo a Ed McBain. Cosa le piace del creatore dell’87° Distretto?
“Perché la vicenda si dipanava secondo lo schema di un suo romanzo (la fantasia che questa volta ha preceduto la realtà). Del grande autore americano (di origine italiana, N.d.R.) amo lo stile asciutto, le cadenze, la coralità delle sue storie, la semplicità delle vicende che narra, sempre in grado di avvincere il lettore”.

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