Crime Scene, tutti i colori del noir/4 Il mistero Shane Stevens
'La morte non era mai accidentale, e neanche la vita. Cercava sempre nuove vie per le sue trame'... (L'ora della caccia)

Di Massimo Rota
Chi si nascondeva dietro lo peseudonimo Shane Stevens? Perché ha scritto fra il 1966 e il 1985 cinque ottimi romanzi (Go Down Dead, Way Uptown in Another World, Dead City, Rat Pack) e uno fenomenale (By Reason of Insanity, geniale a partire dal titolo, opera seminale sulla figura del serial-killer, pubblicata nel 1979), per poi scomparire misteriosamente nel nulla? Siamo sicuri che sia davvero morto nel 2007? Di sicuro si sa solo che era nato a New York nel 1941, poi c’è il buio. C’è anche chi avanza l’ipotesi che si tratti di un grande scrittore che ha voluto fare un’icursione nel genere senza esporsi troppo.
Comunque sia, negli Stati Uniti è universalmente considerato un maestro, basta leggere cosa scrive di lui James Ellroy che lo indica da sempre come un suo punto di riferimento. In Europa non se l’è filato nessuno fino a quando, nel 2009, non è divenuto un caso in Francia grazie al rilancio in grande stile di By Reason of Insanity con il titolo Au delà du mal, per merito delle edizioni Sonatine. Per Le magazine Littéraire si tratta del “Citizen Kane du roman de serial killer” e vi assicuro che non è un’esagerazione. Provate a leggere Io ti troverò (è il titolo con il quale il romanzo è arrivato da noi grazie a Fazi) e vi troverete a effettuare un viaggio intriso di sangue e orrore attraverso gli Stati Uniti dell’era Nixon. Al fianco di Thomas Bishop, un tipetto che dopo avere ucciso a 10 anni la mamma che lo torturava viene rinchiuso in manicomio. A 25 anni scappa e si trova in un mondo che conosce solo grazie alla televisione. È convinto di essere figlio di Caryl Chessman (il reale bandito della luce rossa che venne gassato nel 1960 per rapina, sequestro e stupro e che in carcere ha scritto 4 libri, vale la pena di leggere almeno La legge mi vuole morto).
Appena fuori Bishop inizia a correre e a uccidere, decine di volte. Scatta una gigantesca caccia all’uomo, alle calcagna di Thomas si gettano poliziotti, giornalisti, mafiosi e politici. Ma ci vuol altro per fermare un killer intelligente, meticoloso, amorale. Più potente di Hannibal Lecter, Bishop è la più grande incarnazione del male generata dalla letteratura contemporanea, un “eroe” terrificante per il quale si prova (incredibilmente) empatia, il tutto grazie a un romanzo dantesco, epico, violento, attraversato da un realismo crudo, quasi documentaristico.

La qualità della scrittura è eccelsa, in alcuni capitoli Stevens fa procedere spedito il lettore, in altri lo rallenta per far riflettere (le ultime 30 pagine sono di un’intensità stordente, tolgono il respiro). Un viaggio al termine della notte nel solco del Norman Mailer di Il canto del boia (uscito anch’esso nel 1979) e del Truman Capote di A sangue freddo. Ora Fazi propone l’ultimo romanzo di Stevens, L’ora della caccia (in originale Anvil Chorus) euclidea ricognizione nell’Europa della Guerra Fredda, con la Parigi del 1975 al centro di una complicata e paradossale macchinazione. Qui l’ispettore Dreyfus parte da un impiccato a una corda di pianoforte e si ritrova in un vespaio di vecchi gerarchi nazisti, agenti del Mossad, agenti segreti occidentali, e banchieri, industriali, diplomatici brutalmente assassinati.
Un’altra immersione nel male da non mancare per comprendere il (salato) prezzo del potere, in attesa che l’anno prossimo Fazi faccia uscire Dead City, uno sguardo asciutto e consapevole sulla ferocia e follia della criminalità organizzata che deve la sua ritrovata celebrità al fatto che Stephen King nella postfazione di La metà oscura lo cita come “Uno dei più bei romanzi mai scritti sul lato oscuro del sogno americano.”
