Charlotte Gainsbourg: presa a prestito
Lei, la ragazza definitiva degli anni Zero, pronta con il suo secondo album "adulto". Aiutata da Beck
Foto di Autumn De Wilde
Di Claire Stevens
Film ha continuato a farne (“21 grammi”, “Nuovomondo”, il controverso “Antichrist”…), ma negli anni zero c’è stata pure la carriera musicale. E oggi, arrivata al secondo album “adulto”, Charlotte Gainsbourg dice di non sentirsi per nulla all’altezza di suo padre serge (ma va’?!). In suo soccorso è però arrivato Beck, che le ha confezionato una dozzina di canzoni, e l’ha aiutata a trasformare in musica un grave, improvviso problema di salute
Charlotte Gainsbourg impersona uno strano paradosso. Figlia di due monumenti come Serge e Jane Birkin, lei stessa icona del grande schermo (all’ultimo festival di Cannes ha avuto il premio per la migliore interpretazione femminile con Antichrist di Lars von Trier), conserva una naturalezza da ragazza della porta accanto. A tre anni di distanza da 5.55, l’album prodotto dagli Air, torna con un lavoro, accanto a Beck, che suona solare, nonostante i mesi passati non siano stati semplici: a seguito di un incidente acquatico, Charlotte ha avuto una brutta emorragia cerebrale superata con lunghe terapie. IRM è il titolo. IRM è, in francese, la risonanza magnetica. Ma via con il disco.
La tua voce risalta molto più che sull’album precedente: si ha quasi l’impressione che tu ti sia voluta imporre, fatto questo alquanto inaspettato…
“Sull’album precedente ero più timida. Adesso mi sono rilassata. Su brani come Me and Jane Doe, ho una voce molto “tirata fuori”, ma è naturale… Mi è venuta spontaneamente voglia di andare verso cose che mi ricordavano New York USA, ad esempio, o Couleur Café, (due pezzi del padre Serge, ndr) dove i cori sono semplici”.
5.55 aveva qualcosa d’inglese, anche per la presenza di Jarvis Cocker e Nigel Godrich. Questa volta volevi proprio lavorare con un americano?
“Assolutamente no. Al lato anglosassone, sì, ci tenevo e mi sembrava inevitabile continuare a cantare in inglese, ma il progetto non era necessariamente di fare qualcosa di totalmente americano. È vero però che la cultura americana è molto presente nell’album: è pieno di immagini, di riferimenti: Me and Jane Doe, ad esempio, è un percorso nel deserto americano… Ogni volta che Beck iniziava a provare un ritmo un po’ blues, trovavo divertente seguirlo: mi piace sentirmi straniera in questo tipo di esercizi. Mi divertiva anche il fatto di conservare il mio accento troppo inglese: su alcune parole ho fatto anche degli errori di pronuncia, ma Beck non mi ha detto niente”.
Per IRM, Beck ha scritto le musiche, i testi insieme a Charlotte,
prodotto e mixato il lavoro finale. E c’è di mezzo pure il papà del suddetto,
David Campbell che ha composto sontuosi arrangiamenti.
Al di là dell’aspetto a tratti sperimentale di questo nuovo album, si ha come l’impressione che vogliate confondere le tracce…
“Meglio così! Lavorare al secondo disco, può spaventare. 5.55 ha avuto un certo successo: non volevo ripetermi, né volevo che il successivo fosse deludente, ma nello stesso tempo non mi sono detta : “DEVE essere sperimentale, BISOGNA andare in questa direzione…”. Non penso mai troppo allo sguardo degli altri, e per fortuna: ci pensassi, probabilmente avrebbe l’effetto di paralizzarmi. E poi, immaginare cosa si aspettano da te le persone è difficile!”.
Tralasciando Charlotte for Ever, secondo te IRM avrebbe potuto essere il tuo primo album oppure 5.55 era una tappa obbligata?
“No, IRM non avrebbe potuto essere il mio primo album. Ero completamente impietrita quando ho iniziato con gli Air: avevo così tanta paura di ritrovarmi dietro a un microfono, con questo filo di voce, che 5.55 l’ho vissuto come una lotta. Con alcuni brani, osavo spingermi un po’ oltre rispetto a quelli che consideravo i miei limiti, e certamente Nicolas e Jean-Benoît mi sono davvero venuti incontro… Non mi hanno mai spinta ai limiti. Nemmeno Beck, in realtà, ma in questo caso eravamo letteralmente tra amici – l’ingegnere del suono, lui e io – che era più come fare le prove sul set prima di una ripresa. Così ci siamo dati la possibilità di provare cose nuove. Ho fatto un pezzo disco, persino un rap… Ma per fortuna non sono sull’album”. (Ride).
