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Cofanetti di Natale: che il dibattito abbia inizio

Una valanga di ristampe e cofanetti dal catalogo dei Pink Floyd colonizzeranno questo Natale. Cos’è –ci siamo chiesti – a renderli così attuali?

20 dicembre 2011

Pink Floyd. Foto internet

Di Stefano Pistolini

Il senso “politico” dei Pink Floyd è
contenuto, prima di tutto, dalla
loro (oggi semi-dimenticata) capacità
di essere odiati. Nell’ansia passatista
di questa fase della storia del
rock, così gravida di anniversari e celebrazioni
al punto da sembrare una
metastasi patriottica, i pros and cons dei
Pink Floyd sono rimasti in soffitta. Ma
durante l’esistenza della band, i Pink
Floyd dividevano violentemente e rappresentavano
qualcosa che era facile
condividere o detestare.

Dichiararsi sacerdoti di uno stile
come la psichedelia, esplicitare in tutto
questa vocazione – suoni, immagini,
parole, corredo iconografico, immaginario
suggerito – a cavallo tra anni ’60
e ’70, mentre la popolarità dei Pink
Floyd esplodeva parallelamente alla
partecipazione politica e alla relativa
passionalità giovanile, significava legittimare
un’attitudine ad alto rischio in
quei tempi di nette contrapposizioni.

Chi diavolo erano e per chi lavoravano
questi cantori della coscienza espansa,
dell’elettronico linguaggio del corpo,
della stimolazione chimica della
mente come veicolo della visione e della
liberazione? Dove portava la loro
musica? I Pink Floyd, in quel momento,
divennero una pericolosa tentazione:
che fare? Seguire le loro avvolgenti
sirene musicali, abbandonare la visione
tecnica dello scontro e rimettere la
gioventù nello scorrere di un vagheggiata
liberazione tutta mentale? Psichedelizzarsi
poteva diventare un po’ morire,
se per qualche misterioso e italico
motivo ci si sentisse strumenti dell’indispensabile
rivoluzione.
Il modo d’essere politici di gente
come Waters o Gilmour, con quella genericità
britannica di partecipazione,
con quegli accenti democratici e antirepressivi
così fastidiosamente orwelliani,
qui da noi godeva di limitata popolarità
e odorava di qualunquismo.

Era materia per un gregge numeroso,
ma sparso e scarsamente interessato a
prendere pubblica posizione: li chiamavano
“cani sciolti”, quelli secondo i quali
non tutto doveva risolversi in politica,
soprattutto se si guardava agli
aspetti più significativi dei propri gusti
– il “privato”, appunto. I Pink Floyd
sonorizzavano milioni di serate conviviali
nei salotti nazionali e miliardi di
notti di sesso, quando non c’era amplesso
che non prevedesse la puntina
sul vinile, con scelte che erano già
una prima descrizione dell’approccio.
I solchi di Dark Side of The Moon
sembravano confezionati apposta per
questi utilizzi, a firma di tre ex studenti
d’architettura dediti più all’edonismochic
che agli studi, e fortunosamente
riciclatisi in rockstar planetarie. Loro,
se ci si sofferma a studiarli nei documenti
d’epoca, erano come la loro musica:
fascinosissimi ma superficiali,
conturbanti ma piacioni, bravi ma fin
troppo furbi. Riascoltando oggi quei dischi,
lo si sente chiaro: i Pink Floyd
hanno conquistato successo e credibilità
mettendo in musica il modo migliore
d’essere “moderni”, morbidamente
trasgressivi, manipolatori di eccessi
sexy, viaggiatori speciali verso l’agognata
fine del millennio.

Spaziale, mentale, onirica – a volte
banale quanto il sound dei vecchi nightclub
– la musica dei Pink Floyd aveva
il dono dell’estrema accessibilità, di
un’istintiva empatia verso i ragazzi
contemporanei, e veniva assunta e
mai più abbandonata da un esercito di
futuri adulti in attesa d’intima chiarezza.
Per questi motivi, i grandi dischi dei
Pink Floyd, a dispetto dell’oggettivo valore
delle loro canzoni, restano memorabili,
hanno valore storico e sono
formidabili meccanismi della memoria.
Perché descrivono dei tempi che s’allontanano.
E le cover band, che ogni
sera nei pub risuonano le canzoni dei
Pink Floyd: sono così tante perché, da
un lato, quella musica non smette d’essere
amata. Ma, anche, perché quel
suono non è difficile da riprodurre, e
i risultati sono prodigiosi. Diventare
sottoprodotti dei Pink Floyd non è difficile,
perché loro stessi elaborarono
una musica nella quale l’effetto era
superiore alla causa.

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