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Odile Decq, l’architettura coraggiosa

Ha realizzato il Macro a Roma, si veste come Siouxsie, guarda Dr. House. E si arrabbia (molto) se le date dell’archistar

23 aprile 2012

Odile Decq, Foto Stampa

Di Paolo Madeddu

A Milano, all’Art for Business Forum 2011, le hanno chiesto di parlare di coraggio. Sembra che Odile Decq debba spesso motivare i giovani con cui lavora: lei non concepisce una vita e un’architettura che ne siano prive. Loro obiettano che non vogliono vivere da precari. Forse se invece di pensare alla donna che ha realizzato il Museo dell’Arte Contemporanea a Roma, il Macro, l’avessero vista da ragazza mentre frequentava le band più innovative – e precarie – degli anni ’70, capirebbero subito.

Lei è nel novero degli architetti che costruiscono in tutto il mondo e fanno notizia

.

“Per piacere, non voglio che venga usata la definizione archistar. È intollerabile”.

Però è una definizione che viene usata. E descrive una situazione in cui il mondo dell’architettura si è venuto a trovare: pochissime star, tantissimi che lavorano per l’Ikea o fanno tutt’altro rispetto ai loro studi.

“Dall’inizio degli anni ’80 l’architettura si è messa a fornire prodotti, oggetti. Sono diventati archistar quelli che si sono messi a fare creazioni firmate senza curarsi della gente cui erano destinate, dei luoghi in cui dovevano sorgere, dell’interazione con la città”.

C’è un momento in cui questo modo di fare è diventato evidente?

“Forse col Guggenheim di Bilbao. Un edificio icona. Da quel momento in poi, tutti hanno cercato di avere lo stesso impatto. Non voglio dire che Frank Gehry abbia ragionato da archistar, lui era già molto noto e avanti negli anni quando lo ha realizzato. Ma penso che l’effetto mediatico abbia scatenato un desiderio di emulazione. Prima c’erano grandi architetti, come Le Corbusier o Frank Lloyd Wright, di cui conoscevamo anche la filosofia. Di tanti altri conosciamo il prodotto perché colpisce lo sguardo, ma non si coglie alcuna visione”.

Lavorare a Roma come è stato?

“È una città caotica e barocca in cui tutti conoscono tutti, e tutti hanno una persona di fiducia in un ministero… Per me è stato cruciale vedere dai colli i tetti con le antenne, ma anche le terrazze come luoghi in cui ritrovarsi. In altre città non risalta così tanto la parte superiore degli edifici, ma ho capito che qui doveva essere importante”.

È stato difficile partire da una struttura preesistente, un edificio di inizio Novecento?

“L’architetto di oggi deve fare i conti col passato più di ieri. Nella nostra epoca è inevitabile per tutte le arti. La musica pop, soprattutto l’hip hop, incorpora vecchie canzoni”.

A proposito, non posso esimermi: il suo look ricorda quello di Robert Smith dei Cure…

“È più ispirato a Siouxsie. Alla fine degli anni ’70 ero a Londra quasi tutti i weekend, ero amica intima di Stiv Bators dei Dead Boys e di Johnny Thunders. Devo molto a quella scena, non solo il look!”.

Che cosa assorbe della cultura pop contemporanea?

“Non vado molto al cinema, ma certi film di fantascienza insegnano parecchio; ad esempio, Gattaca fa capire che non possiamo avere città di soli edifici bellissimi: capiamo fin dalle prime immagini quanto saremmo a disagio se ci vivessimo, se le nostre città non fossero come gli esseri umani un misto di diversità e complessità. Come è accaduto per città come Brasilia, nessuno vorrebbe viverci. E poi guardo serie tv, sono utili per visualizzare l’organizzazione dello spazio. Mi piace Dr. House”.

Per il nome?

“Ha ha, no… Quanto alla musica, ultimamente ascolto hard rock norvegese. Non metal, proprio hard rock. E ho riscoperto i New Order. Ho rivisto il film Control, sui Joy Division: quanta devozione per la musica che dovevano creare”.

A proposito di statement e devozione per la creatività: una frase che milioni di persone hanno ripetuto negli ultimi mesi è stata “Stay hungry, stay foolish”. L’architettura può essere foolish, o deve fare i conti col mondo reale?

“Sulla fame, sono d’accordo. Dove troviamo la migliore arte contemporanea? Dove la gente ha la pancia vuota, dove è in difficoltà. Quando non sei soddisfatto devi usare la creatività per liberarti. Ci vuole una sete di rivincita. Londra era creativa negli anni ’60 e ’70 perché non c’era ricchezza. L’aspetto interessante dell’attuale crisi potrebbe essere questo. Una voglia di riscatto convogliata nella creatività darebbe una spinta da cui trarrebbe beneficio anche il “mondo reale”. Ma quanto all’essere foolish, una visione è essenziale. Non bisogna contrapporre ai ‘tecnici’ che cercheranno di portarci fuori dalla crisi una creatività folle, ma una visione. I tecnici non hanno visione”.

Come le archistar.

“È vero. Gli studenti che lavorano con me hanno l’ansia di non trovare lavoro. Io li spingo ad andare in Burkina Faso, Kenya, Mongolia, Vietnam. Vedere un’organizzazione sociale e dello spazio diversa. Il mondo è pronto a darti quello che vuoi se glielo chiedi, ma tu devi essere pronto a chiederlo e, appunto, non solo al tuo quartiere. Siamo qui per modificare il mondo, per farlo diventare il più possibile simile a quello in cui vogliamo vivere”.

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Odile Decq, l’architettura coraggiosa

Ha realizzato il Macro a Roma, si veste come Siouxsie, guarda Dr. House. E si arrabbia (molto) se le date dell’archistar

17 aprile 2012

Odile Decq, Foto Stampa

Di Paolo Madeddu

A Milano, all’Art for Business Forum 2011, le hanno chiesto di parlare di coraggio. Sembra che Odile Decq debba spesso motivare i giovani con cui lavora: lei non concepisce una vita e un’architettura che ne siano prive. Loro obiettano che non vogliono vivere da precari. Forse se invece di pensare alla donna che ha realizzato il Museo dell’Arte Contemporanea a Roma, il Macro, l’avessero vista da ragazza mentre frequentava le band più innovative – e precarie – degli anni ’70, capirebbero subito.

Lei è nel novero degli architetti che costruiscono in tutto il mondo e fanno notizia

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“Per piacere, non voglio che venga usata la definizione archistar. È intollerabile”.

Però è una definizione che viene usata. E descrive una situazione in cui il mondo dell’architettura si è venuto a trovare: pochissime star, tantissimi che lavorano per l’Ikea o fanno tutt’altro rispetto ai loro studi.

“Dall’inizio degli anni ’80 l’architettura si è messa a fornire prodotti, oggetti. Sono diventati archistar quelli che si sono messi a fare creazioni firmate senza curarsi della gente cui erano destinate, dei luoghi in cui dovevano sorgere, dell’interazione con la città”.

C’è un momento in cui questo modo di fare è diventato evidente?

“Forse col Guggenheim di Bilbao. Un edificio icona. Da quel momento in poi, tutti hanno cercato di avere lo stesso impatto. Non voglio dire che Frank Gehry abbia ragionato da archistar, lui era già molto noto e avanti negli anni quando lo ha realizzato. Ma penso che l’effetto mediatico abbia scatenato un desiderio di emulazione. Prima c’erano grandi architetti, come Le Corbusier o Frank Lloyd Wright, di cui conoscevamo anche la filosofia. Di tanti altri conosciamo il prodotto perché colpisce lo sguardo, ma non si coglie alcuna visione”.

Lavorare a Roma come è stato?

“È una città caotica e barocca in cui tutti conoscono tutti, e tutti hanno una persona di fiducia in un ministero… Per me è stato cruciale vedere dai colli i tetti con le antenne, ma anche le terrazze come luoghi in cui ritrovarsi. In altre città non risalta così tanto la parte superiore degli edifici, ma ho capito che qui doveva essere importante”.

È stato difficile partire da una struttura preesistente, un edificio di inizio Novecento?

“L’architetto di oggi deve fare i conti col passato più di ieri. Nella nostra epoca è inevitabile per tutte le arti. La musica pop, soprattutto l’hip hop, incorpora vecchie canzoni”.

A proposito, non posso esimermi: il suo look ricorda quello di Robert Smith dei Cure…

“È più ispirato a Siouxsie. Alla fine degli anni ’70 ero a Londra quasi tutti i weekend, ero amica intima di Stiv Bators dei Dead Boys e di Johnny Thunders. Devo molto a quella scena, non solo il look!”.

Che cosa assorbe della cultura pop contemporanea?

“Non vado molto al cinema, ma certi film di fantascienza insegnano parecchio; ad esempio, Gattaca fa capire che non possiamo avere città di soli edifici bellissimi: capiamo fin dalle prime immagini quanto saremmo a disagio se ci vivessimo, se le nostre città non fossero come gli esseri umani un misto di diversità e complessità. Come è accaduto per città come Brasilia, nessuno vorrebbe viverci. E poi guardo serie tv, sono utili per visualizzare l’organizzazione dello spazio. Mi piace Dr. House”.

Per il nome?

“Ha ha, no… Quanto alla musica, ultimamente ascolto hard rock norvegese. Non metal, proprio hard rock. E ho riscoperto i New Order. Ho rivisto il film Control, sui Joy Division: quanta devozione per la musica che dovevano creare”.

A proposito di statement e devozione per la creatività: una frase che milioni di persone hanno ripetuto negli ultimi mesi è stata “Stay hungry, stay foolish”. L’architettura può essere foolish, o deve fare i conti col mondo reale?

“Sulla fame, sono d’accordo. Dove troviamo la migliore arte contemporanea? Dove la gente ha la pancia vuota, dove è in difficoltà. Quando non sei soddisfatto devi usare la creatività per liberarti. Ci vuole una sete di rivincita. Londra era creativa negli anni ’60 e ’70 perché non c’era ricchezza. L’aspetto interessante dell’attuale crisi potrebbe essere questo. Una voglia di riscatto convogliata nella creatività darebbe una spinta da cui trarrebbe beneficio anche il “mondo reale”. Ma quanto all’essere foolish, una visione è essenziale. Non bisogna contrapporre ai ‘tecnici’ che cercheranno di portarci fuori dalla crisi una creatività folle, ma una visione. I tecnici non hanno visione”.

Come le archistar.

“È vero. Gli studenti che lavorano con me hanno l’ansia di non trovare lavoro. Io li spingo ad andare in Burkina Faso, Kenya, Mongolia, Vietnam. Vedere un’organizzazione sociale e dello spazio diversa. Il mondo è pronto a darti quello che vuoi se glielo chiedi, ma tu devi essere pronto a chiederlo e, appunto, non solo al tuo quartiere. Siamo qui per modificare il mondo, per farlo diventare il più possibile simile a quello in cui vogliamo vivere”.

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