13 novembre 2010

John Zorn
Di Corrado Beldì
Centoundici angeli caduti, forse una reminescenza degli spiriti celesti dal libro di Salomone, una suite concepita non in forma di lavoro orchestrale ma come una processione di diversi progetti musicali: sono dodici ensemble, e rappresentano le correnti più vitali di Radical Jewish Culture, etichetta e cenacolo dei musicisti che a New York gravitano attorno a John Zorn, ormai mito (e per certi versi Prometeo incatenato) di chi cerca nelle radici ebraiche, e pure nell’arte di Ornette Coleman, il rinnovamento della musica d’oggi.
Serata sionista, dicevamo senza alcuna malizia, per di più realizzata coi soldi del padrone: roba da far tremare il terzomondismo nostrano. Eppure al direttore artistico Gianni Gualberto va riconosciuto il merito di continuare a progettare una rassegna che è quanto di meglio Milano sappia esprimere nell’area dell’improvvisazione. Da imprenditore mi verrebbe da dire che questa rassegna sia il miglior risultato di vent’anni di berlusconismo. E poi c’è un teatro pieno, chiaramente non solo di appassionati: signore, impiegati, vecchi pensionati d’azienda arrivano al secondo appuntamento di Aperitivo in Concerto, ben sapendo che li aspettano tre ore e mezza di musica e alla fine saranno quasi quattro, con gli Electric Masada richiamati sul palco dal pubblico in piedi.
Dodici gruppi uno di seguito all’altro, venti minuti ciascuno, cambi palco rapidissimi e qualche simpatico siparietto tra i musicisti. Si apre col classico Masada (il nome è di per sé un sunto della poetica di Zorn, ispirato all’ultimo rifugio degli Zeloti dopo la caduta di Gerusalemme, la fortezza assediata da settemila romani e penetrata dopo due anni per non trovare nulla, se non 967 ebrei morti degnamente: scelsero il suicidio collettivo piuttosto di ridursi in schiavitù), l’inizio è brillante con il fortissimo Joey Baron alla batteria, Greg Cohen al contrabbasso, un Dave Douglas molto cool col cappellino e John Zorn in mimetica, assatanato sin da subito (caduto da tempo tra le fiamme dell’inferno), spalle al pubblico e la solita mossa della gamba destra che sia alza ad angolo a fine battuta. Spalle al pubblico, ecco il tema della serata. Zorn conduce, Zorn deus-ex-machina, non solo improvvisatore ma anche demiurgo e direttore. Con i pro e i contro del caso.
Non è un caso se i momenti migliori sono quelli in cui John resta dietro le scene: il duo Sylvie Carvoisier e Mark Feldmann (musica scritta, siamo seri; ma che magia) ed il quartetto Banquet of the Spirits con Brian Marsella (un pianista dalle tante risorse, da seguire), Tim Keiper alla batteria, Shanir Blumenkranz al contrabbasso ed uno scatenato Cyro Baptista alle percussioni; con lui iniziano le ovazioni, si sa che certi assoli tirano sempre.
Quattro ragazze ebree argentine Ayelet Rose Gottlieb, Sofia Rei Koutsovitis, Basya Schecter e Malika Zarra, formano l’ensemble vocale Mycale, per la prima volta in Italia: vera novità della serata con uno strabiliante concerto a cappella. Poi Zorn si mette a condurre, non musicisti qualunque ma Friedlander, Feldman, Ribot, Coen, Baron e Baptista. Troppo ingabbiati, non ci siamo. Intervallo, pausa.
Erik Friedlander, la tradizione. Suona un solo di violoncello da brividi, tutto tradizione, nostalgia e diaspora. Dio mio, questi non sono decine ma centinaia, migliaia, forse milioni di angeli caduti. Viene all’uopo il libretto, le parole di Edmund Jabès: “All’età dichiarata di un ebreo bisogna sempre aggiungere cinquemila anni”. Ecco tutto.
Seguono il New Kletzmer Trio con Ben Goldberg (un Goodman zingarello), Cohen e Wollesen, il Bester Quartet (Bester, Tyrala, Dyyak, Pospieszalski) ed il Masada String Trio (Feldman, Friedlander, Cohen), prima della conclusione, potentissima, di Electric Masada.
Dove vuole arrivare Zorn? E dove andranno i suoi adepti? Certo il progetto è ambizioso, del finale trionfale abbiamo già detto. Eppure resta un’immagine artefatta, che ci fa rimpiangere il maestro di Kristallnacht, del primo Masada e dei tentativo di suonare Charlie Parker all’incontrario.
Condurre Feldmann, Friedlander e Ribot è un po’ ridicolo e proprio a quest’ultimo, favoloso chitarrista americano che già ha accettato troppi progetti commerciali con pessimi cantautori (anche italiani), dovrebbe esser dato solo d’improvvisare ed esser libero: se dissimula la scocciatura è forse solo perché Zorn, per lui e per tutti gli altri, è un sacerdote cui tutto è concesso. Forse troppo, come a Sun Ra nell’Arkestra.
Cosa desiderare? Forse che il suo percorso si divaricasse come le acque del Mar Rosso: da una parte il tema radicale, non dubitiamo di trovarlo nel prossimo futuro, dall’altro un coraggio più consapevole e colto, orchestrale. Quante orchestre ci sono in America? Quante in Europa? A sufficienza e con maestri concertatori in grado di aiutarti. Abbi il coraggio di farlo John. Scrivi tutto, fino in fondo. Dirigi su serio. Non avere paura.
Vedrai, sarà bellissimo.


