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	<title>RollingStoneMagazine > Blog > Michele Lupi</title>
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	    <description>Michele Lupi</description>
            <language>it-IT</language>
            <copyright>RollingStoneMagazine.it - Copyright 2012</copyright>
            <lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 04:09:46 +0200</lastBuildDate>
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                  <title><![CDATA[L'editoriale RS di maggio]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p>La prima volta che vidi New York fu negli anni 80, a fine estate.<br />Guardando fuori dal finestrino del taxi c'era un homeless seduto sopra un semaforo.<br />Il profumo dell'aria era dolciastro e faceva un caldo atroce, anche se pioveva. La città era sporca, caotica, affascinante e soprattutto rumorosa. Ruggiva.<br />Ci tornai nel maggio del 1994, per viverci. Kurt Cobain era appena morto. Erano glu ultimi anni di una città ancora un po' ruvida e pericolosa ("dirty, dangerous and destitute" come veniva chiamata negli anni 70). Un luogo affascinante, dal carattere brusco, che perse parte del suo carisma quando la "tolleranza zero" del sindaco Rudolph Giuliani riuscì a trasformarlo definitivamente in un innocuo giardino per ricchi, anestetizzandolo. Però era quella la New York che mi piaceva: camminando per le sue strade tutto, persino il senso d'insicurezza, trasmetteva una tensione costante che ti conquistava.<br />Insomma, era facile innamorarsene, nonstante Alphabet City fosse ancora una zona off-limits, Harlem fosse pericolosa di notte e il quartiere di Bedford-Stuyvesant, ben oltre Brooklyn, fosse realmente impenetrabile.<br />Di quel periodo mi sono rimasti molti ricordi e pochi cari amici. Quando vado a trovarli, soprattutto d'estate, andiamo sempre a sederci da Falai, un caffé-ristorante al numero 265 di Lafayette Street, tra la Broadway e la Bowery. È un posto accogliente, tutto bianco, con cameriere simpatiche e piacevoli tavolini sulla strada. C'è un piccolo segrete da Falai che val la pena di condividere con voi: all'interno del locale tengono sempre una tazza di caffé pronta per David Bowie, il sottile duca bianco, che lì ha anche il suo tavolo, abitando a non più di 200 metri di distanza. Bowie, fino a poco tempo fa, frequentava quotidianamente il posto. Ora non lo si vede più. Che fine ha fatto? Perché non fa un disco dal 2003? Perché non sale su un palco dal 2006? È questo il mistero che affrontiamo su questo numero di Rolling Stone di maggio. Il resto lo trovate in edicola. Buona lettura.  <br />Michele Lupi </p>]]></description>
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                  <title><![CDATA[L'editoriale RS di aprile]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p>Giovedì 1 marzo ero seduto al bar in piazza del Popolo, a Roma, in attesa d'intervistare Marco Tullio Giordana per il suo film "Romanzo di una Strage". Alle 11.01 ho acceso il telefono e ho guardato Twitter. Alle 11.02 @lucasofri scriveva: "Dannazione, è morto Lucio Dalla". Ho chiamato subito la redazione, a Milano, e abbiamo deciso di dedicare la copertina di questo numero di aprile a lui, a costo di rivoluzionare tutto il giornale, già quasi pronto per andare in stampa. Poi, ho iniziato a pensare. <br />E se non fosse successo, avremmo mai dato una copertina a Lucio Dalla? Devo essere sincero, forse no. Ed è un errore. Perché un'intervista con lui ci avrebbe permesso di ripercorrere la storia di un'Italia che - a Bologna, negli anni 70 - si divideva tra la cupezza degli anni di piombo (di giorno) e l'allegria delle vinerie e delle trattorie (di notte). <br />La scomparsa di Lucio Dalla, quindi, mi ha dato la possibilità - oltre a tutto il resto, ovvio - di fermamrmi un attimo a riflettere sul senso del mio lavoro. Che è soprattutto quello di raccontare (bene) le storie. Scavare nel passato, scandagliare le esperienze altrui, e lasciarsi trasportare dalle emozioni. <br />Inutile cercare di stare sulla stessa pista dove gareggiano twitter e gli altri new media: corrono come lampi, velocissimi e immediati. Ma hanno un punto debole: non hanno il passato. Non hanno la storia. Sono tutti concentrati sul futuro. <br />Anche io, come molti di voi, sono proiettato in avanti. Uso Facebook, Twitter, Instagram e anche Pinterest. Ma più mi spingo al largo in questo mare aperto e affascinante, più sento il bisogno di boe di salvataggio a cui aggrapparmi. Più si allarga l'orizzonte digitale di fronte a me, più mi vien voglia di prodotti artigianali. Ho bisogno, come tutti, di punti di riferimento. Ecco quindi cos'è Rolling Stone: una pietra miliare nel mare immenso dell'era digitale. Rolling Stone ha la storia. Cioè un archivio più ricco di una miniera di diamanti. Abbiamo le foto, i testi, e tutte le testimonianze originali degli ultimi 40 anni di rock&roll, e non solo. Quindi siamo in possesso di quello che i new media non avranno mai. <br />Per questo cerchiamo di mettere la massima cura nella forma di questo giornale e nei suoi contenuti, nella scelta delle foto e nell'art direction. Perché, ne sono convinto, il futuro di un mensile come questo corre corre verso un passaggio obbligato: quello di trasformarsi sempre più in un oggetto. In un bell'oggetto da comprare, bello da tenere tra le mani, bello da leggere e da portare a casa. Un oggetto da archiviare e, soprattutto, che non s'inabissa in un mare infinito. <br />Per le news, per i post, per i blog, per i video, per lo streaming, per la web radio, insomma, per tutto il resto, abbiamo il nostro sito web. Ma questa cosa qui che tenete tra le mani, beh, è un'altra cosa. Quindi stringetela forte e tenetevela stretta. Perché è ovvio che - più ci spingiamo lontani dalla costa - più avremo bisogno di qualcosa che non ci faccia sentire completamente persi. <br /><br />PS: nella mezz'ora successiva, ho continuato a leggere i messaggi #luciodalla su Twitter. Un impressionante fiume in piena alimentato da chiunque, giornalisti e non. Mi ha colpito questo voler esserci a tutti i costi, questo bisogno di essere sempre i primi a commentare, questa urgenza di stare comunque al centro di un evento tragico. Non è forse troppo facile esprimere un sentimento profondo, un cordoglio, schiacciando un po' di tasti e poi via, di corsa, a commentare l'ennesima notizia? Non stiamo davvero rischiando di cancellare le emozioni più profonde della nostra vita coprendole con il sottile e brevissimo piacere di sentirci per un attimo al centro della piazza? Non è una critica a Twitter. È una riflessione su noi stessi. E su dove - accecati da questa costante velocità ultrasonica - ci stiamo dirigendo. </p>]]></description>
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                  <title><![CDATA[Scommessa: chi vince ai Grammy Awards?]]></title>
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		  <description><![CDATA[Sono le 22 di domenica 12 febbraio e mancano quindi poche ore all'assegnazione dei Grammy Awards.
Mi spingo a fare questo pronostico, vediamo un po' se ci azzecco. 

Miglior album dell'anno: Adele, 21.
Miglior album rock: Foo Fighters, Wasting Light. 
Miglior album rap: Kanye West.
Miglior performance live: Adele.
Miglior pezzo rock: Radiohead, Lotus flower.
Miglior nuovo artista: Skrillex

A domani!]]></description>
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                  <title><![CDATA[Monti, Goldman Sachs...]]></title>
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		  <description><![CDATA[<h6 class="uiStreamMessage" data-ft="{"type":1}" style="font-size: 11px; color: #000000; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 5px; margin-left: 0px; word-wrap: break-word; font-weight: normal; padding: 0px;"><span class="messageBody" data-ft="{"type":3}">Mi dispiace deludere gli amanti della dietrologia ma chi dice che Mario Monti è un uomo dei poteri forti e delle élite finanziarie o è un ignorante o ha la memoria corta: nel 2001 bloccò la fusione tra G.E. e Honeywell (la banca coinvolta nell'operazione, o smemorati? Goldman Sachs) e da commissario UE ha dato la super-multa a Microsoft di Bill Gates. Altro che difensore dei poteri forti. È uno serio, punto. E non vedo altre alternative. Quindi prepariamoci ad un po' di sacrifici e via. </span></h6>
<div><span class="messageBody" data-ft="{"type":3}"><br /></span></div>]]></description>
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                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Simoncelli: la storia di una foto...]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p>In queste ore c' una foto che corre sul web: l'ha postata ieri mattina Francesca, la moglie di Lorenzo Jovanotti, sul loro sit web. <br />Stamattina Lorenzo l'ha ri-postata sul suo profilo di Facebook e da l ha cominciato a volare: in poche ore  stata condivisa da pi di 100 mila persone su Facebook. La foto  questa:<br /><br /><img src="/assets/bloggerfiles/Rossi Sic Jova_1.jpg" alt="" width="533" height="400" /> <br /><br /> uno scatto che abbiamo fatto insieme, a Natale del 2007. E si riferisce a una bella giornata passata tutti insieme, con le moto da fuoristrada, sull'Appennino umbro. Doveva essere un rito di iniziazione, per Lorenzo. Si trasform in una intensa giornata di moto sulla neve, con un po' di cadute e molte risate. Il rito di iniziazione? A Valentino, qualche mese prima, avevo affidato per un numero la direzione di GQ Italia, il giornale per cui lavoravo allora. Per il numero di gennaio 2008, proposi a Lorenzo la stessa cosa. Con Valentino, per, decidemmo insieme che Lorenzo avrebbe preso il testimone da dirttore se avesse superato la "prova del fuoco": un'intera giornata in moto, in montagna, sulla neve. La cosa la organizzammo io e Valentino: cercammo un mezzo per Lorenzo (la KTM, grazie a Paolo Carrubba, ci mand la moto) e il giorno prestabilito io partii da Milano per raggiungere Lorenzo a Cortona. Valentino, insieme ad alcuni amici, era in montagna a sciare. Ci raggiunse la mattina seguente, con la sua "corte": DJ Ralf e il suo fido compagno Albi. In pi, a sorpresa, Valentino coinvolse anche Marco Simoncelli, che all'epoca non correva in MotoGP, ma nella classe 250, con la Gilera. Ricordo bene Marco, quel giorno, perch pur essendo da anni un pilota professionista, si present con un abbigliamento da barca a vela, indossando una cerata gialla della Helly Hansen. In pi, con me, c'erano Giovanni Bussei, pilota del Mondiale Superbike e Giampaolo "il Bleu" Bergamaschi, il "guru", la nostra guida spirituale in tema di motociclette e il fotografo (autore di quasi tutte le foto) <strong>Alberto Novelli</strong>. L'unica che non scatt Alberto  proprio quella sopra, quella che ha fatto il giro del web. Sono rimasto nel dubbio se non l'avessi scattata io subito dopo una caduta, ma poi - grazie ai ricordi di Francesca - ci  venuto in mente che probabilmente la scatt Bernardo, il fratello di Lorenzo. <br />Da Cortona partimmo verso l'umbria, dove attaccammo con le moto una montagna coperta di neve. Giovanni Bussei aveva la sua ormai storica e vecchia Harley-Davidson dalle gomme artigliate, una bestia di oltre 200 chili che fece pi volte sbottare Marco Simoncelli "Quello  un matto vero!". Lorenzo Jovanotti se la cav pi che bene, portandosi a casa un bel po' di complimenti da parte di Valentino. La giornata fin seduti al tavolo di una trattoria d'alta montagna, tutti bagnati fradici, ma allegri. DJ Ralf tenne banco, Lorenzo spieg a Valentino e Marco la genesi delle sue canzoni, Armando Nicoli (il tecnico KTM ed ex campione di Enduro) raccont quando in collegio, per far colpo sulle ragazze, era capace di ingoiare rospi vivi. Ricordo le espressioni e le risate di Marco e Valentino, increduli e divertiti. Bussei, infine, spieg i misteri della sua guida sulla neve con quella bestia di Harley-Davidson XR 1000. Beh,  una giornata che rimarr nel cuore di tutti noi. Un grazie particolare ad <strong>Alberto Novelli</strong>, che con tatto non ha venduto queste foto a destra e a manca al momento della tragedia, ma ha preferito (come  giusto) tenerle tra noi amici, in ricordo di Marco.<br /><br /><img src="/assets/bloggerfiles/GQ00802D0120_012101ENDURO_Pagina_1_Immagine_0001.jpg" alt="" width="620" height="586" /></p>]]></description>
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                  <title><![CDATA[Vi piacciono i tattoos? Ecco Sailor Jerry]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/ofHBYFVOUEs" frameborder="0" width="425" height="350"></iframe><br /><br />"Se non conoscete Sailor Jerry, sapete poco di tatuaggi". Cos, mettendola gi un po' dura, gli americani ci raccontano la storia del tatuatore "pi importante" degli USA. In effetti Norman "Sailor Jerry Collins (1911-1973)  considerato il tattoo-artist pi influente della sua epoca, tanto che - sempre negli USA - la storia del tatuaggio la dividono in due parti: "BSJ" e "ASJ", cio "before Sailr Jerry" e "after Sailor Jerry". Si dice infatti che lui, da solo, abbia fatto pi di tutti per tenere in vita e diffondere l'antica arte del tatuaggio. In questo breve video, la sua lunghissima storia. ML<br /><br /><span style="color: #888888; font-family: Georgia, 'Times New Roman', Times, serif; font-size: x-small;"><span class="Apple-style-span" style="line-height: 22px;"><em><br /></em></span></span><br /><br /></p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[L'opinione del Black Bloc]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Su Indymedia c'è questa lettera, scritta e firmata da... "Quello che voi chiamate Blocco Nero".<br />È un interessante punto di vista per tentare di capire meglio ciò che è successo sabato scorso a Roma. <br />Infatti sto cercando di mettere insieme più pezzi, più punti di vista, per costruirmi poi un'opinione che tenga presente la voce delle diverse parti. Mi sembra il minimo. <br />Su quello scritto qui sotto, concordo solo su due cose: <br />1) Probabilmente la piazza era piena di teppisti 15/18enni romanticamente affascinati dalla violenza (ultras?).<br />2) L'ultra-organizzazione para-militare dei Black Bloc che si è formata grazie au fantomatico "master" in Grecia (notizia riportata da un "Black Bloc" intervistato da la Repubblica) mi sembra un po' un'esagerazione di un mitomane...<br />Per il resto, leggete qui sotto e, se avete voglia, commentate.   <br />---<br />Bene. Si è concluso questo weekend dove i giornalisti sentono ancora i postumi della sbronza, ubriaci ingordi pronti ad enfatizzare ogni singola goccia di rum concorrenti in una gara di fantasia. Rimane tanta amarezza tra tutti gli indignati, pacifici e non. Gli unici a festeggiare coloro che la violenza la vedono come un fine e non un mezzo.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Non vogliamo prendere parola per descrivere il disagio che sicuramente gli indignati "pacifici" hanno subito, non rientrando tra questi, ma pretendiamo di prendere parola per il disagio che abbiamo e stiamo subendo noi, razza mista o bastarda che condivide ideali degli uni e mezzi degli altri.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Mi spiace esplicitare le intenzioni di sabato rubando e restringendo lo spazio a disposizione della fantasia giornalistica ormai divenuta una disciplina candidata al premio Nobel, ma sentire cazzate al telegiornale mi ferisce, e mi ferisce ancor più vedere il popolo dissetarsi con lo stesso rum di cui hanno abusato i giornalisti.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Sabato il corteo doveva dividersi in "via dei Fori imperiali", lasciando agli antagonisti più decisi l'opportunità di provare ad arrivare al parlamento occupando la piazza antistante per poi dedicarla all'accampamento degli indignati "pacifici".</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Ciò non è stato neanche provato per colpa di quei 15enni teppisti amanti della violenza per la violenza. Con ciò voglio delucidarvi, cari indignati, sul fatto che il fine è sempre stato considerato lo stesso, che siamo vostri compagni e non vostri nemici, che seppur non abbiamo bandiere abbiamo un'identità propria e una dignità personale, la quale sabato ci è stata tolta doppiamente: in primis dai decelebrati fautori del bordello; sucessivamente da voi che ci avete accumunato a loro.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Voglio informare voi cari che chi ha bruciato macchine, spaccato vetrine, distrutto santini, non era tra quelli che il 3 luglio in Val di Susa hanno cercato di riappropriarsi del cantiere ne tra quelli che il 14 dicembre a Roma hanno cercato di arrivare al parlamento. E seppur ora siete dominati da odio, incomprensione e sfiducia, vi preghiamo di non generalizzare, di non chiederci "Cosa cazzo avete fatto?!" perchè non abbiamo fatto nulla che abbia mai potuto ledervi e da quelle vandale rappresaglie ci vogliamo dissociare.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Invece si c'eravamo in piazza S.Giovanni, non per odio ne per sete di guerra, ma per semplice difesa di un punto d'arrivo.Non eravamo in 500, ma in 5.000. E saremo sempre di più contro un sistema che ha solo da togliere.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Per voi invece, cari giornalisti, cara Digos e quant'altro, mi spiace dirvelo ma a differenza di quanto pensiate non eravamo organizzati per niente. Se solo lo fossimo stati non saremmo qui a parlare di macchine bruciate o di vetrine distrutte, ma di occupazione del parlamento, di sabotaggio della Banca d'Italia e di sovversione ad un sistema che rimane mafioso e corrotto.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Per voi altri "pacifisti" che alla prima notizia di macchine bruciate avete accusato i nostri compagni presenti e indignati come voi, che come voi erano nel corteo vi dedichiamo un bel "vaffanculo".</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Un "vaffanculo" per non sapere ma voler giudicare.<br />Un "vaffanculo" perchè in Val di Susa ci incitavate a non demordere, ringraziandoci di essere venuti.<br />Un "vaffanculo" perchè sabato quando ne avevate bisogno ci avete chieste aiuto, limoni e malox</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">E infine per voi luridi teppisti 15enni che avete trasformato Roma in un teatro dove siete stati attori della vostra stessa rabbia repressa, a voi che avete rovinato una grande opportunità, vi diciamo "arrivederci", "arrivederci" a presto. La prossima volta non ci saranno i Cobas, la CGIL o i viola a urlarvi "VIA, VIA, VIA!", ma ci saremo noi, e non saremo cosi clementi.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">Si, siamo d'accordo con la sfasciatura simbolica delle banche;<br />si, non neghiamo l'uso della violenza per fini più nobili;<br />si, c'eravamo in piazza S.Giovanni;<br />no, i carabinieri sulla camionetta non sono scesi da soli ma li abbiamo fatti scendere;<br />no, seppur non cattolici non ci saremmo mai permessi di distruggere madonnine offendendo credenze altrui.<br />no, ci dissociamo dall'assalto alle macchine di precari come noi;<br />no, non ci siamo mai permessi di rovinare cortei che non ci appartenessero.</p>
<p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px;">NON GENERALIZZATE!<br />Cordialmente,<br />Quello che chiamate “Blocco Nero”</p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Black Bloc: se ieri erano pochi, oggi cominciano a essere tanti...]]></title>
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		  <description><![CDATA[Dal sito www.doppiozero.com, una riflessione di Andrea Cortellassa, che ieri era in piazza a Roma.

"Rifugiati in un bar all’inizio di Viale Aventino, all’incrocio col Circo Massimo. Quasi tutti gli amici in T-shirt bianca si sono incamminati verso casa. Manco a farlo apposta, sono las cinco de la tarde. Siamo in una zona perfettamente intermedia, Terra di Nessuno fra l’Area del Disastro (con lo sciamare dei reduci dalla battaglia di Via Labicana) e la Città che non l’ha Visto (coi soliti turisti, vagamente perplessi per il casino che frigge nell’aria). Il barista, fiutato l’affare, ha sintonizzato il maxischermo al plasma su RaiNews 24, gigantografando la diretta terroristica da una Piazza San Giovanni annuvolata di battaglia, la gimkana dei blindati nella mezzaluce rossastra dei fumogeni. A decine, transfughi e turisti, in silenzio contemplano il Disastro. Non si sente un commento; il silenzio, nel locale stracolmo, è surreale. Stefano, Nicola, Daniela, Christian e Giuseppe guardano assieme a me le immagini. Arriva un sms da Maria Grazia, in mezzo alla testa del corteo col figlio di dieci anni: «Gente di merda con i caschi che brandiva cartelli stradali. Ci hanno caricato mentre venivamo».
 
Vedo una sedia libera – inconcepibile in tempo normale, a bar così affollato –, me ne impossesso, vi depongo le membra dolenti per le tre ore di marcia sui sampietrini. E mi compiaccio della supersnobberia, prendere un tè e sorseggiarlo con calma mentre tutti attorno a me, in piedi, continuano a contemplare il Disastro. Non è l’ora del tè? Il barista, con tutto il pelo sullo stomaco che si ritrova, mi disapprova visibilmente. Siamo tutti in attesa del momento ufficiale di disperderci in via definitiva; basta che uno di noi faccia un passo verso l’uscita del bar per autorizzare tutti gli altri a fare lo stesso.
 
È esattamente in questo momento, 17:34, che arriva la telefonata di Sara: «Che fate lì? Qui c’è il carro del Valle, il corteo prosegue!»
 
 Stamattina non leggo i giornali, non ne ho la forza. Mi limito a scorrere i titoli, a casa di Maria Teresa. Ed è la consueta, ovvia, scontatissima narrazione consolatoria. Dei pochi scellerati, i cattivi Neri che hanno rovinato la «festa bellissima» dei Colorati indignados.
 
Ma stavolta non erano pochi – come pochi non erano il 14 dicembre a Piazza del Popolo. Non erano pochi i Neri (erano diverse centinaia, li abbiamo visti tutti, raggruppati in punti differenti del corteo), e soprattutto non erano pochi i ragazzi che gli sono andati dietro. Erano migliaia. Non solo è tanta gente – è una quantità di gente che aumenta. Istante dopo istante.  
 
Sin dall’inizio si era visto. Non erano pochi cattivi. Erano un altro corteo: dentro il nostro corteo, o insieme al nostro. E non erano lì per caso. Anche noi, del resto, eravamo stati avvisati. Tutti lo sapevamo, quello che sarebbe successo. E ciò malgrado, noi, siamo andati. E proprio per ciò, loro, sono andati.
 
«Fascisti»? Troppo facile raccontarsela così. Di sicuro è «gente di merda», quella che in assetto di guerra spinge famiglie con bambini sul campo di battaglia – per farsene scudo umano. Quando davvero erano pochi, si limitavano a mimetizzarsi nel folto del corteo e a sgusciarne fuori quando il gioco si faceva duro. Ora prendono la testa del corteo: chi ci sta lo trascinano in piazza e chi non ci sta, lo costringono.
 
È gente di merda perché è gente che pensa di merda – più esattamente non pensa, non ha progetto politico di sorta. Non tacciono più sul loro vuoto – ora lo rivendicano.
 
Ma c’è gente ancora più di merda. In uno dei video pubblicati su YouTube, durante il secondo assalto, basta fare attenzione all'audio. 
Al minuto 2’45” una voce molto vicina, verosimilmente appartenente a qualcuno che se ne sta appollaiato al sicuro sulle mura del Laterano, accanto a chi fa le riprese, grida a squarciagola: «che bello, che bello!». Lo so, la citazione è ovvia. Ma a volte quelle ovvie restano le citazioni giuste: «L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è divenuta per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine». Così scriveva Walter Benjamin nel 1936. E aggiungeva una definizione non inutile: «Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue».
 
Ovvietà, ancora. È talmente ovvio, da Genova 2001 in poi, che queste battaglie servano solo a chi le piazze vuole svuotarle – è talmente ovvio che non è possibile illudersi del contrario. E quella di ieri a Roma sarà una piccola, o non piccola, Genova. Se quella ha soffocato il movimento per anni, questa provvederà a mettere la mordacchia a tutte quelle comunità che, come la nostra in tshirt bianca, non avevano nessuna esperienza di lotta ma che negli ultimi mesi hanno pensato fosse giusto intraprenderne una.
 
Ma tutto questo, appunto, è scontato. Come è scontato additare le responsabilità di un’organizzazione della città, da parte delle forze dell’ordine, colpevolmente (se non dolosamente) deficitaria. (È toccato al vicedirettore del Sole 24 ore, a caldo a La 7 Inonda,far notare come sul percorso del corteo gli «obiettivi sensibili» fossero stati lasciati del tutto indifesi). L’abbiamo già visto; e l’abbiamo anche già detto – sino a sfinirci.
 
Quello che non avevamo messo a fuoco sino a ieri (ma il 14 dicembre poteva bastare) è che i Neri non sono più isolati. E non sono più isolabili. Questo pure è un dato politico che non vedere, come insiste a non voler vedere l’informazione generalista, nella migliore delle ipotesi è cieco. Se dieci anni fa i Neri erano pochi e isolabili, e ora sono tanti e non isolabili, è perché in questi dieci anni sono riusciti ad aggregare. Hanno preso e portato con sé migliaia di giovani (e giovanissimi) che non si limitano più a lamentarla, la propria assenza di futuro: la vivono, e la rappresentano, nel solo modo che sia stato loro lasciato. Cioè spaccando tutto.
 
La responsabilità politica, di questo isolamento, è evidente. Dei partiti della cosiddetta opposizione parlamentare, neppure mette conto parlare. Ma il Grande Sindacato di Sinistra, sfilandosi dalla manifestazione all’ultimo momento, non solo ha ribadito plasticamente una propria scelta di campo ormai a sua volta decennale (difendere solo i diritti acquisiti di pensionati e pensionandi che sono la grande maggioranza dei suoi iscritti): ha anche la responsabilità di aver lasciato centinaia di migliaia di manifestanti senza uno straccio di servizio d’ordine. Si ha un bell’idealizzare il movimento dal basso, l’auto-organizzazione. I risultati, si sono visti a San Giovanni. È stato il Disastro. E il fatto che fosse un Disastro Annunciato non lo rende meno grave – anzi.
 
Non capire questa dinamica ci condannerà a viverla nei prossimi anni decuplicata, centuplicata. Le piazze torneranno vuote. Torneranno a essere solo campi di battaglia.
 
Ti sei abituato a non avere rappresentanza politica. Ti sei abituato a non ricevere nessuna proposta. Ti sei abituato a vivere senza prospettive. Forse non eri abituato a venire, per soprammercato, pure preso per il culo. Quel che è davvero intollerabile è vivere nel vuoto. Quando si fa l’esperienza del vuoto, quando la si fa davvero, ci si appiglia a qualunque cosa. In tanti, in un vuoto politico siderale che dura da dieci anni, hanno finito per appigliarsi al primo che passa. Non importa se è vestito di nero – e se ha dei comportamenti di merda.
 
L’ho capito ieri perché ieri, per la prima volta, è successo anche a me. Non mi era mai successo di sentirmi meglio perché insieme a tante altre persone; come altri della mia età, al contrario, ogni assemblea manifestazione corteo mi ha sempre fatto venire la nausea, un senso di apnea nervosa cui regolarmente seguiva la mia uscita di scena. Ieri però è andata in un altro modo. Alle 17:35, chiusa la chiamata di Sara, sono uscito di corsa dal bar dell’Aventino. Ma non mi sono diretto verso casa. Quelle immagini terroristiche non mi avevano terrorizzato, al contrario mi avevano riempito di rabbia. In quell’istante, anch’io sarei andato dietro al primo che fosse passato. E nel momento in cui sono uscito, a Circo Massimo, sopraggiungeva il carro del Valle.
 
I ragazzi del Valle non sono gente di merda, però. A dispetto dei loro slogan inascoltabili, anzi, si comportano con intelligenza. Per qualche minuto interminabile il carro, un vero carro carnevalesco – la birra a fiumi spillata da un tizio in giacca e cravatta, un travesta in abito da sposa che balla insieme a un ubriaco in cima al sound system a palla –, esita all’incrocio. A sinistra, Via delle Terme di Caracalla. La strada verso la battaglia, il Disastro. Di fronte, alla fine dell’Aventino, la Piramide. Porta San Paolo, Piazzale dei Partigiani.
 
Ieri siamo andati dritti. Lenti e colorati verso la sera – e tutto è filato liscio. Domani, non lo so.]]></description>
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                  <title><![CDATA[Tutto è bello e tutto è buono nel favoloso mondo di Jovanotti?]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p><span class="Apple-style-span" style="font-family: Helvetica, Tahoma, Arial, 'DejaVu Sans', sans-serif; font-size: 16px;">Non c’è nulla che mi faccia girare le palle più della cattiveria gratuita. E di chi ti dice -  orgoglioso - che i buoni sono dei pirla e che nella vita bisogna essere cattivi.<br />Andrea Scanzi, oggi, su <em>Il Fatto Quotidiano</em>, è tutto felice di definire Jovanotti un “Eterno scopritore dell’acqua calda” e di scrivere che “Nel regno di Lorenzo è sempre tutto bello, buono e non esiste cattiveria” come fosse una colpa. Grave. Il suo articolo è lungo – una pagina intera – ma dice poco altro, se non voler dimostrare a tutti i costi la sua scoperta: "meglio cattivi che buoni". E infatti, in chiusura di articolo, si definisce un “cattivista e disfattista”.<br />Scanzi, ok, sei cattivo. Va bene, ne prendiamo atto. Però su, fai il bravo: se vuoi scrivere qualche cosa di interessante, vai in cerca di cattivi veri. E spara, magari centrando il bersaglio.<br />Perché questo giocare a fare il piccolo Belpietro, attaccando i buoni per esaltare i cattivi, a me, lettore del tuo giornale, fa un po’ pena.<br />I cattivi orgogliosi di esserlo mi sono sempre stati sui coglioni e leggere <em>Il Fatto Quotidiano</em> con lo stesso fastidio con cui leggo <em>Libero</em>, beh... no, non mi piace. <span><br /><br /><br /></span></span></p>]]></description>
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                  <title><![CDATA[Chi ha fatto i manifesti dell'Inter?]]></title>
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		  <description><![CDATA[<p><img src="/assets/bloggerfiles/milito_civediamo_1.jpg" alt="" width="620" height="288" /><br /><br />Girando in moto per MIlano, negli ultimi due mesi ho visto (finalmente) dei manifesti molto belli realizzati dall'Inter per invitare i propri supporter ad andare allo stadio. Io non sono tifoso e del calcio mi occupo poco ( cos: mi sono sempre piaciute le corse di moto e macchine e non so per quale strano motivo - in generale, quindi  una considerazione che vale poco - chi  appassionato di corse si occupoa poco di calcio. Ma quei manifesti mi hanno colpito per la qualit grafica e la capacit di essere completamente diversi da quelli orrendi che di solito producono le campagne indirizzate a manifestazioni popolari, sportive e politiche in primis.<br />Quindi mi piacerebbe sapere chi li ha ideati, chi li ha disegnati. Il committente  l'Inter, ma chi li ha realizzati? Chi sa, batta un colpo. </p>]]></description>
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