<?xml version="1.0" encoding="iso-8859-1" ?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom">
	<channel>
        <atom:link href="http://www.rollingstonemagazine.it/feed/blogger/rgiancristofaro" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<title>RollingStoneMagazine > Blog > Raffaella Giancristofaro</title>
            <link>http://www.rollingstonemagazine.it/feed/blogger/rgiancristofaro</link>
	    <description>Raffaella Giancristofaro</description>
            <language>it-IT</language>
            <copyright>RollingStoneMagazine.it - Copyright 2012</copyright>
            <lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 04:10:58 +0200</lastBuildDate>
            <generator>RollingStoneMagazine</generator>
			    	<item> 
                  <title><![CDATA[The Newsroom, Aaron Sorkin ci riprova]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/the-newsroom-aaron-sorkin-ci-riprova/48013</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/the-newsroom-aaron-sorkin-ci-riprova/48013</link>
		  <description><![CDATA[<p>Strana cosa, il giornalismo. Tutti lo vogliono fare, pochi possono, pochissimi sanno. Nessuno ne capisce le dinamiche, intrecciate come sono con pubblicità e politica. E nonostante la crisi della carta stampata, gli scenari in definizione sull'ibridazione con il web, il citizen journalism e tutte quelle cose di cui leggiamo ogni giorno, qualcuno si ostina a voler rappresentare in forma drammatica un ambito tra i più settari e meglio nascosti della storia. Meglio, non proprio qualcuno a caso, ma <strong>Aaron Sorkin</strong>, sceneggiatore di <em>West Wing</em> (e di <em>Codice d'onore</em>, <em>La guerra di Charlie Wilson</em>, <em>The Social Network, Moneyball</em>...). Che ci ha già provato nel 1998 con <em>Sports Night </em>(sul giornalismo sportivo) e ancora nel 2006 con <em>Studio 60 On the Sunset Strip</em><em> </em>(sul backstage di uno "sketch comedy show"). In entrambi i casi, con scarso successo di pubblico. Non pago degli insuccessi, Sorkin ha voluto insistere nel tentativo di spiegare in forma narrativa il modo in cui il giornalismo dei giorni nostri confeziona e porge le notizie, con la sua nuova creazione <em><strong>The Newsroom</strong>,</em> serie sul dietro le quinte di un programma di informazione su una rete via cavo statunitense. Il debutto in onda, sulla Hbo, è stato annunciato per il 24 giugno; il protagonista sarà Jeff Daniels, nella parte dell'anchorman Will McAvoy, piuttosto esplicito sulla situazione americana. E dal trailer che circola c'è da stare certi che le sue dichiarazioni sul declino degli Stati Uniti sono destinate ad accendere polemiche. Nel cast anche Jane Fonda, Emily Mortimer, Alison Pill, Charlie Weirauch, Sam Waterston, Dev Patel. Vedremo se riuscirà ad appassionarci a una professione in evidente calo di popolarità e in disperata necessità di rinnovamento.<br /><br /><iframe src="http://www.youtube.com/embed/wC8ovJYAU3U" frameborder="0" width="640" height="360"></iframe> </p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Finalmente in onda la fiction antiviolenza]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/finalmente-in-onda-la-fiction-antiviolenza/47601</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/finalmente-in-onda-la-fiction-antiviolenza/47601</link>
		  <description><![CDATA[<p><strong><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Liliana Cavani sul set di Troppo amore" src="/assets/bloggerfiles/345_liliana_cavani_1web.jpg" alt="Liliana Cavani sul set di Troppo amore" width="640" height="426" />Mai per amore</strong>, la (più volte) annunciata fiction sulla violenza contro le donne (in quattro episodi diretti da Margarethe Von Trotta, Liliana Cavani e Marco Pontecorvo) andrà in onda su Raiuno. Si parte, <strong>martedì 27 marzo</strong>, con <em>Troppo amore</em>, di <strong>Liliana Cavani</strong>, con Antonia Liskova e Massimo Poggio, sul tema dello stalking. Lo apprendo da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/21/dalla-parte-delle-donne.html" target="_blank">"Repubblica"</a> di ieri, credo che sia una buona notizia. Rolling Stone aveva giusto un paio di mesi fa chiesto a Claudia Mori, la produttrice, il perché dello stop imposto finora dalla Rai. L'intervista è sul numero in edicola, quello di marzo. Oppure potete leggerla <a href="/magazine/articoli/claudia-mori-parlare-con-lei-senza-parlare-di-lui/49545" target="_blank">qui</a>. Gli altri tre episodi li vedremo sempre di martedì, il 3, 10 e 17 aprile.</p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Vietare il film sul bullismo? Ma dai...]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/vietare-il-film-sul-bullismo-ma-dai/47256</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/vietare-il-film-sul-bullismo-ma-dai/47256</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Una scena di " src="/assets/bloggerfiles/The-Bully-Project_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="Una scena di " width="627" height="325" />Da pochi giorni si celebra il trionfo agli Oscar di Harvey Weinstein, produttore di <em>The Artist</em>, e già infuria una polemica che lo riguarda. Ma non ha niente a che fare con le statuette, e ha i toni dell'assurdo. In sintesi, Weinstein chiede alla MPAA (associazione nazionale dei produttori cinematografici statunitensi) di togliere il divieto ai minori di 17 anni imposto al documentario <em>The</em> <em>Bully Project</em> di Bill Hirsch (distribuito dalla sua compagnia), incentrato sul tema del bullismo nelle scuole del Paese. Previsto in uscita il 30 marzo 2012, il documentario si è già visto in alcuni festival e in distribuzione limitata in America. La motivazione della MPAA sarebbe quella del linguaggio, considerato non adatto a un pubblico di adolescenti. Di fatto, però, questo divieto precluderebbe la visione proprio agli spettatori che potrebbero trarne maggior giovamento: i "bullizzati", o chiunque sia a contatto con questa realtà. E sono tanti: Rolling Stone Usa ha pubblicato da poco un'inchiesta sui suicidi adolescenziali a causa della violenza anche psicologica nelle scuole, e il "caso" <em>The</em> <em>Bully Project</em> sta incrementando l'informazione sul tema: <a href="http://thebullyproject.com/" target="_blank">il sito ufficiale del film</a> sostiene che ogni anno negli Usa 3 milioni di studenti si assentano da scuola per problemi di bullismo, e il numero annuale di ragazzi interessati dal fenomeno si aggira attorno ai 13 milioni. Negli Stati Uniti è in corso una raccolta di firme perché il divieto venga abbassato, e il doc possa essere visto nelle scuole. Dove oltre ai testimoni e alle vittime, anche genitori e insegnanti potrebbero rendersi conto dell'entità del problema e impegnarsi a fare qualcosa. Per cominciare, ecco il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XwZIGnaSuJY" target="_blank">trailer</a>. </p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Whitney Houston R.I.P.]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/whitney-houston-r.i.p/46514</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/whitney-houston-r.i.p/46514</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Whitney Houston e Kevin Costner in The Bodyguard (1992)" src="/assets/bloggerfiles/01456.jpg" alt="Whitney Houston e Kevin Costner in The Bodyguard (1992)" width="600" height="435" />Whitney Houston se ne va, a 48 anni. In concomitanza con la serata di premiazione dei Grammy, come a dire "adesso festeggiate pure, tra voi famosi e premiati, io non ci sarò". Avrebbe dovuto essere ospite della festa a casa del suo discografico Clive Davis, è morta in una stanza d'albergo di Beverly Hills. Le cause del decesso non sono ancora note (e non ci interessano neanche). Sono anni che sentiamo i suoi segnali d'allarme, sperando che si rialzi dalle sue crisi e ci regali ancora un po' della sua voce elettrizzante. Il sorriso quello no, quello era dai tempi di <em>The Bodyguard</em>  &ndash; apoteosi globale del sogno romantico &ndash; che non si vedeva più. Bella e con una voce strepitosa, un modello di successo per la comunità nera (ricordate <em>Donne - Waiting to Exhale</em> di Forest Whitaker?), e unica degna erede della tradizione soul e gospel di Aretha Franklin. Senza retorica, una che riusciva a rendere emozionante anche <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YHmdu_I_0zI&feature=fvst" target="_blank">l'inno nazionale americano</a>. <br />Riportiamo il comunicato della Recording Academy, organizzatrice dei Grammy: "Whitney Houston, sei volte premio Grammy, era una delle più grandi cantanti pop di tutti i tempi, e lascia dietro di sé una corposa colonna sonora che abbraccia gli ultimi trent'anni. La sua voce potente ha onorato molte canzoni indimenticabili e premiate. Oggi si è spenta una luce, nella comunità dei musicisti. Estendiamo le nostre più sentite condoglianze ai familiari, agli amici, ai fan e a tutti a quelli che sono stati toccati dalla sua bellissima voce". Cioè noi, tutti. Che tristezza. Che enorme spreco di talento. </p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[De Magistris chiama Al Pacino?]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/de-magistris-chiama-al-pacino/46388</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/de-magistris-chiama-al-pacino/46388</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Al Pacino in Scarface" src="/assets/bloggerfiles/scarface pacino_1.jpg" alt="Al Pacino in Scarface" width="600" height="255" />Guardando film in continuazione, si pensa di averle viste già tutte. E con vergogna talvolta ci si annoia, pur facendo un mestiere da super privilegiati. Ma poi arriva un sindaco (<strong>De Magistris</strong>, quello di Napoli) particolarmente esuberante, amante dell'arte e quindi anche del cinema, che ci sorprende con il suo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=xFYnFufIEfw" target="_blank">videoappello accorato ad Al Pacino</a>. Un invito in città al divo che, suo malgrado (e grazie a <em>Scarface</em> di De Palma), è osannato dai camorristi. Lo guardo e riguardo da giorni, ma non trovo le parole per commentare queste immagini (secondo me, non le ha neanche Pacino). Lo lascio fare a voi. <br /> </p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Istruzioni per il joint. Di 40 anni fa]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/istruzioni-per-il-joint.-di-40-anni-fa/45647</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/istruzioni-per-il-joint.-di-40-anni-fa/45647</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="float: left;" title="Un'immagine da " src="/assets/bloggerfiles/takingoff.jpg" alt="Un'immagine da " width="620" height="482" />Nostalgia can(n)aglia. È quella che ti prende vedendo <em>Taking Off</em> di Milos Forman (1971). Prima escursione del regista ceco in territorio statunitense, è una spietata, elegante satira dell'ipocrisia borghese americana. Sarebbe un film meraviglioso anche solo per la scena di apertura - un montaggio di provini musicali, in cui appare anche una giovane Kathy Bates - o per il cameo di Tina Turner, sul palco di un night, nel ruolo di se stessa. Ma la chicca è questa <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fEsQBTd4kWg" target="_blank">lezione sul joint</a>: la tiene, a scopo informativo, un giovane ma già superfreak Vincent Schiavelli ai membri di una società di genitori di ragazzi scappati di casa. La dedico a chi, nel 2012, quando si fa una canna si sente mooolto giovane e trasgressivo.</p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Io sono con Guido Chiesa]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/io-sono-con-guido-chiesa/44559</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/io-sono-con-guido-chiesa/44559</link>
		  <description><![CDATA[<p>Nell'alluvione di film natalizi propinati dalla tv in queste feste, mi sono ricordata che, stranamente, uno dei film più belli dell'ultima stagione è a tema religioso: è <a href="http://www.youtube.com/watch?v=vrsEJ0hCFvw" target="_blank"><strong><em>Io sono con te</em></strong></a> di Guido Chiesa, è stato in concorso alla Festa del cinema di Roma nel 2010 ed è uscito in sordina poco dopo. Racconta (a partire dal Vangelo di Luca e dai vangeli apocrifi) il punto di vista della madre di Gesù, in maniera sorprendentemente anticalligrafica e antiretorica. Una vera illuminazione sulla figura storica di Maria, sempre tenuta a margine e tradizionalmente ritratta come passiva, qui invece al centro della narrazione. Un'operazione moderna, azzardata e originale, da parte del regista di <em>Il caso Martello e Babylon</em>. E soprattutto spiazzante, inaspettata, perché viene da un filmmaker atipico, autenticamente indie, e di cui è noto l'apprendistato americano (anche) con Jim Jarmusch e Amos Poe.</p>
<p> </p>
<p><img style="margin-left: 3px; margin-right: 3px; float: left;" title="Guido Chiesa, Manuale di regia cinematografica, Utet 2011" src="/assets/bloggerfiles/manuale-di-regia-cinematografica.jpg" alt="Guido Chiesa, Manuale di regia cinematografica, Utet 2011" width="142" height="206" />Ciò che non sapevo di Guido Chiesa (<em>nomen omen</em>? Che il suo nome lo portasse per destino verso il sacro?) è che la sua cinefilia ha molto poco a che fare con l'erudizione e molto invece con la passione. Che è autore alla ricerca di fertile confronto dialettico, non solo con la critica, ma anche con la categoria a cui appartiene. Ha fatto bene la Utet ad affidargli il <em>Manuale di regia cinematografica</em> (Collana di cinema, pp. 311, euro 25). Perché nonostante l'austera veste grafica e il titolo che butta al didattico, non è per niente un vademecum noioso come tanti già in circolazione, ma anzi, uno dei saggi di cinema più interessanti che abbia letto nell'ultimo anno. Perché riflette a fondo sulla doppia anima (arte/industria) del mezzo, ricapitola e incrocia varie posizioni teoriche e alle parole fa sempre seguire degli esempi pratici, di film visti o visibili, e che attingono alla sua esperienza personale (non a caso l'immagine di copertina viene proprio dal set del suo <em>Il partigiano Johnny</em>). Chiesa ha il coraggio e l'onestà di chi si è preparato al compito di saggista dopo essere "tornato a studiare" ma soprattutto di chi generosamente parte dai propri errori perché altri non vi ricadano. Molti gli spunti di riflessione: da che cos'è l'urgenza del fare film alla strutturale imprevedibilità del processo, passando per la risoluzione pratica di singoli problemi. Per arrivare a constatare che non ci sono regole fisse (ecco perché non è un manuale in senso stretto), ma che, per non avere regole, prima bisogna conoscerle.</p>
<p>L'excursus di Chiesa ha poi il pregio di evidenziare tabù poco noti, o solo agli addetti ai lavori, ma ugualmente rilevanti nel quadro generale: come il fatto che i critici - tenacemente ancorati alla distinzione forma/contenuto - sostanzialmente ignorino molti degli aspetti tecnici della regia, e che si sia prodotta una distanza siderale tra i film (e gli autori) da una parte e chi dovrebbe criticarli e destrutturarli dall'altra (entrambi, auspicabilmente, con una precisa idea di mondo). Con l'effetto, spesso, di esprimere banalità o peggio creare malintesi (quando non mostri...). Una lettura densa e avvincente, non solo per chi ambisce a stare dietro la macchina da presa, ma per chiunque voglia approfondire la conoscenza del mezzo e interrogarsi sul senso del creare.</p>
<p> </p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Quando Banfi scambiÃ² Tarantino per...]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/quando-banfi-scambi-tarantino-per/44452</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/quando-banfi-scambi-tarantino-per/44452</link>
		  <description><![CDATA[<p>Lo scorso 19 novembre, a nome di "Rolling Stone" - premiato come miglior periodico di cinema non specializzato - ho ritirato ad Assisi il <strong>premio Domenico Meccoli Scrivere di cinema</strong>, indetto dall'Associazione Primo piano sull'autore. Che ha in Franco Mariotti un direttore artistico travolgente e cerimoniere squisito, supportato da uno staff altrettanto efficiente e ospitale. Protagonista e oggetto della giornata convegno di Assisi, <strong>Lino Banfi</strong>, inaspettatamente prodigo di racconti significativi e a volte anche esilaranti sulla propria carriera. Il tono di Banfi ha oscillato tra il pudore nel raccontare il suo impegno a favore dell'Unicef, e l'orgoglio palpabile per quella che non è tanto una riscoperta, quanto un apprezzamento tardivo da parte della critica, che lo ha a lungo ignorato per la sua partecipazione a pellicole scollacciate e di grana grossa.<br /><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Lino Banfi" src="/assets/bloggerfiles/20111120_223.JPG" alt="Lino Banfi" width="600" height="400" /></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Film coi quali - solidissimo interprete lui, sfaldatissime le situazioni (caserme, bar, uffici di polizia, Usl, camere d'albergo con il buco della serratura sempre perfettamente coincidente con una figura intera che fa lo strip...) - ha divertito per decenni le platee e riempito i palinsesti delle tv private. Al punto che oggi - lo ha raccontato - gli capita anche di scoprire, a un evento ufficiale col Papa, che un cardinale spagnolo abbia come suoneria del cellulare la canzoncina che Banfi canta in <em>Fracchia la belva umana</em> ("Non sono ricchione, non sono fri fri..."). Non posso dire di conoscere la sua filmografia quanto i relatori esperti della giornata, come Marco Giusti o Valerio Caprara, il brillante critico del "Mattino" di Napoli (nella foto mentre mi consegna il premio - e che ovviamente l'attore soprannomina "<em>Caprèra</em>". In pratica, l'unico ospite che con la sua verve riesce a parlare di cinema e tenere viva l'attenzione durante quel format inconsapevolmente beckettiano che è <em>Cinematografo</em> di Marzullo). </p>
<p><img style="margin-left: 3px; margin-right: 3px; float: left;" title="Valerio Caprara, Raffaella Giancristofaro" src="/assets/bloggerfiles/20111119_5D_MG_1132.jpg" alt="Valerio Caprara, Raffaella Giancristofaro" width="600" height="400" /></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Ma se dovessi indicare la scena in cui l'ho sempre trovato irresistibile, è questa, da <a href="http://www.youtube.com/watch?v=QPSCnibI664" target="_blank"><em>Vieni avanti cretino</em></a> di Luciano Salce. Che si collega al "lato <em>Patch Adams</em>" di Banfi. "L'ho detto già una volta ad un grande neurologo: <em>Vieni avanti cretino</em> lo consiglierei come terapia. Oltre ad essere ambasciatore per l'Unicef, vado in giro negli ospedali come Pasquale Zagaria (il suo vero nome, <em>ndr</em>), senza che lo sappia nessuno, senza fotografi. Soprattutto nei reparti di oncologia, dai ragazzi che stanno male, sono in fin di vita. A un ragazzo di 13 anni con una leucemia all'ultimo stadio ho detto: 'hai visto, <em>porca</em> <em>puttèna</em>? Hai conosciuto me, hai conosciuto Totti, quando esci da qui ci facciamo una bella partita a calcio'. Lui mi guarda e mi fa: 'A Banfi, e quando esco, io, di qua?'. È in momenti come quelli che ci vuole la forza per fare il comico, per far sorridere qualcuno che sta morendo. È la distorsione del mio lavoro: devo far ridere anche ai funerali". L'argomento gli preme molto: "Vorrei chiedere ai giornalisti presenti di dirlo ai medici: pensate che grande terapia sarebbe portare i film comici negli ospedali, alla gente che ha bisogno di ridere di cuore. Dicono che ridere, oltre a far muovere circa una ventina di muscoli, faccia bene addirittura al fegato, lo disintossichi. Quindi, perché non usare questi nostri film - non solo miei ovviamente, anche quelli di altri colleghi - come terapia per gli ammalati?". </p>
<p>L'attore poi si è speso in ricordi della sua gavetta nell'avanspettacolo ("mi rendo conto oggi che c'è molto interesse per quel mondo, anche perché non c'è più nessuno che possa raccontarlo"). Letteralmente, quella varietà di forme di intrattenimento collocate prima (ma anche in mezzo, o al termine) della proiezione cinematografica, al punto che la lunghezza degli sketch comici andava calibrata - senza gobbi elettronici, assistenti di regia o audio in cuffia - a spanne, nel migliore dei casi con un direttore di sala dietro le quinte a far segno di "stringere" o di "allungare". Quel mondo in cui le ballerine ("ballerine... oddio, delle sgallettate che, quando si muovevano, il loro spostamento si sentiva eccome") concordavano a gesti, con il pubblico interessato, il prezzo della loro compagnia dopo lo show. E in cui si sprecavano i coloriti lazzi e insulti all'unico ballerino maschio e gay della compagnia.</p>
<p>Negli intervalli in cui - chiamati da Mariotti e Steve Della Casa - si sono alternati a parlare di lui alcuni registi che lo hanno diretto (tra cui Mariano Laurenti e Michele Massimo Tarantini), colleghi ed esperti di cinema italiano, l'attore ha raccontato dei tempi durissimi di quando arrivò a Milano, spiantatissimo, per fare l'attore. Di quel barbone della Stazione Centrale che gli spiegò come procurarsi la tonsillite per farsi ricoverare in ospedale, avere pasti caldi e un letto. Del medico al quale, una volta operatosi e sul punto di essere dimesso, confessò la verità (e che per pietà lo tenne in osservazione ben oltre la prassi). Quando sul palco poi è salito anche Giuliano Montaldo, anche lui premiato dal Meccoli, Banfi ha dichiarato di desiderare ardentemente un ruolo da cattivo. Qualcuno si faccia avanti! Non solo: il progetto c'è già, complice alla regia proprio Montaldo, ma non si riesce a concretizzarlo.</p>
<p>Raccontando un banale episodio, poi l'attore ha ridimensionato l'esaltazione che l'autore di <em>Pulp Fiction </em>ha scatenato nei confronti del nostro cinema di serie B anni '70: "Qualche anno fa ero a Venezia insieme a Mia Farrow, in veste di ambasciatore dell'Unicef. Vedo uno che mi guarda da lontano, mi riconosce e mi corre incontro per salutarmi. Io pensavo fosse Jimmy il Fenomeno, e invece era Quentin Tarantino!". Evidentemente, non l'unico a conoscere il suo passato di commediante nei film di genere: "Il figlio della Bouchet mi ha confessato di avermi odiato per molto tempo, per essere stato testimone di tante svestizioni di sua madre. Eh, insomma, io di lati B ne ho visti, nella vita...".</p>
<p>La chiusura è stata una lettura breve ma efficace<em></em>. "Dopo aver ricevuto una laurea <em>honoris causa</em>, mi sono dovuto <em>acculturère</em>. E in questi tempi in cui si parla di politica ed economia con termini difficili, ho cercato un articolo di giornale che in parole povere ci facesse capire cosa sta succedendo. Ve lo leggo: 'In Italia il trend dello spread dei bpt è di andare over rispetto ai bund. Si è visto nell'ultimo option market, ma ciò dipende dal pil, che senza un spending review è ovvio che rischia di portarci over ("è <em>chièro</em>, no?"). Per fortuna, le nostre banche, anche senza andare in asset, hanno un buon cor tier one ("embè, cor tier one mi sembra tipo: 'che, hai preso l'Alitalia?". "No, la Cor Tier One"). In casi estremi, c'è sempre il bank insurance fund, altrimenti si andrebbe in default". E quando uno è in default, è default".</p>
<p>Un gran finale da <em>vecchia putténa</em> (con permesso, <em>ipse dixit</em>).</p>
<p>P.S. In un auspicabilissimo, ipotetico film con Banfi cattivone, mi piacerebbe veder raccontata la sua storia, quella degli inizi, sopra e dietro il palco (ma anche sui set delle commedie anni 70 e 80). Sordi l'ha fatto con <em>Polvere di stelle</em>. Perché lui no?</p>
<p>(foto di Pieter Riechof)</p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Monty Python, l'autobiografia ]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/monty-python-lautobiografia-/44148</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/monty-python-lautobiografia-/44148</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="float: left; margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="La cover di Monty Python. L'autobiografia dei MP" src="/assets/bloggerfiles/COPERTINA PYTHONS6.jpg" alt="La cover di Monty Python. L'autobiografia dei MP" width="400" height="400" />Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones, Michael Palin. Ovvero, i <strong>Monty Python</strong>. Vale a dire, il sestetto più deflagrante, incosciente e delirante che abbia operato a cavallo tra anni '60, '70 e '80. Non è mai tardi per vedere e rivedere i loro (pochi) film e i loro (molti) sketch per la serie di culto <em>Monty Python's Flying Circus</em>. Proprio dalla locandina di quella leggendaria messa in onda tv - un pacioso piede nudo che affonda dentro uno schermo televisivo - è l'immagine di copertina di questo ennesimo libro sui MP: <em><strong>Monty Python. L'autobiografia</strong></em> (<a href="http://www.libri.sagoma.com/" target="_blank">Sagoma Editore</a>) Che arriva dopo altri studi ma si distingue per almeno due elementi. Il primo è la struttura: grazie al lavoro certosino del critico e giornalista Bob McCabe, ogni Pyton (s)parla degli altri, in una galoppata che attraversa anni, temi, lavori e sentimenti. Come lo definisce nella prefazione Francesco Alò, espertone dei MP, è un "flusso di incoscienza definitivo". Sfogliarlo è come trovarsi in mezzo ai sei, conoscerli da vicino, oltre e meglio che sullo schermo. Il secondo è il ricco apparato fotografico che ci restituisce sei uomini seriamente impegnati a fare gli stupidi per tutta la vita. Ipertrofico, multicolor, debordante (tre prefazioni: una di Alò, una dell'altro gruppo pytonesco della trasmissione radio <em>Hollywood Party</em>, un'altra di Maurizio Nichetti), è la perfetta strenna per sopravvivere alla bontà del Natale.</p>]]></description>
	        </item>
                  	    	<item> 
                  <title><![CDATA[Un Festival di Roma anche un po' punk]]></title>
		  <guid>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/un-festival-di-roma-anche-un-po-punk/43196</guid>
		  <link>http://www.rollingstonemagazine.it/editors-picks/rgiancristofaro/un-festival-di-roma-anche-un-po-punk/43196</link>
		  <description><![CDATA[<p><img style="margin-left: 3px; margin-right: 3px; float: left;" title="Red carpet Roma 2011" src="/assets/bloggerfiles/IMG103.jpg" alt="Red carpet Roma 2011" width="640" height="480" />Festival del Cinema di Roma edizione numero 6 (27 ottobre - 4 novembre): le immagini televisive riporteranno certo le camminate di attori e attrici che salutano con la manina e sfilano più o meno eleganti, ma basta fermarsi a guardare con più attenzione e si scopre il particolare. Questa è l'installazione - tutta di frutta e verdura, più metallo - dell'artista inglese Simon J. Lycett (già scenografo floreale per la famiglia reale), in collaborazione con il Chelsea Flower Show di Londra. Ricorda come il Festival non sia solo divismo, nostrano e internazionale, ma ospiti un prestigioso Focus Uk, con la videoinstallazione di Douglas Gordon all'AuditoriumArte, e proiezioni e incontri moderati dal critico Jonathan Romney, curatore della retrospettiva "Punks and Patriots". Una selezione di film britannici a cura di Haneif Kureishi, Tilda Swinton, Terence Davies, Michael Nyman, David Hare e Joanna Hoggs, in collaborazione con il BFI London Film Festival. L'esibizione di foglie e frutti è il piccolo ma significativo gesto, in parte punk in parte spiritosamente british, di un Festival iperbrandizzato dai (fondamentali) sponsor sostenitori. Chissà che il pubblico romano non la prenda come un invito al lancio di vegetali alla delegazione del film meno gradito. Questo sì, sarebbe l'apoteosi del punk. Anche se, a dire il vero, il red carpet dell'ariete merinos che figura tra i personaggi di <em>A Few Best Men</em> di Stephan Elliott - non a caso, produzione tutta australiana - si candida a miglior momento di irriverente oltraggio alla liturgia della passerella.  <br /><br /><img style="float: left;" title="Red Carpet Roma 2011" src="/assets/bloggerfiles/IMG104.jpg" alt="Red Carpet Roma 2011" width="600" height="450" /> </p>]]></description>
	        </item>
                     </channel>
</rss>

