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			<description>RollingStone - musica, cinema cultura ed eventi.</description>
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	    	<title>
				<![CDATA[
					Adriano Olivetti, l'utopista: intervista a Riccardo Cecchetti				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Riccardo Cecchetti e Marco Peroni, Foto Stampa</p> Di Luca Pakarov</p>
<p>Alla Fiera del libro di Torino, il fine settimana passato, in due date diverse (quindi due presentazioni), ci sono stati due autori che lavorano insieme: sono Riccardo Cecchetti, illustratore, e Marco Peroni, sceneggiatore. Le opere in questione si intitolano Gigi Meroni, il ribelle granata e Adriano Olivetti, un secolo troppo presto, pubblicate da il Becco Giallo. Olivetti ha vinto da poco il “Premio Micheluzzi” per la sceneggiatura al Comicon di Napoli, il salone internazionale del fumetto. </p>
<p>Un attimo. Già che ci sono apro una parentesi grossa come una casa per un mio amico giornalista (di quelli conosciuti, eh!). Saltate pure qualche linea. Iniziano così gli articoli “giusti”? E quando mi dici “quelle robe che scrivi te”, che vuoi dire? Ti spiego una cosa: “quelle robe che scrivo io”, ma credo buona parte (non tutto, ovvio) di quello che trovi su RS, è artigianato, si usa pialla, sgorbia, saetta, e certe volte la livella (adesso dirai: che ruffiano! Ma potrei risponderti con quello che penso di tua moglie). Un po’ di pratica, certo. Tu sei costretto in fabbrica, con un portatile in mano. A te l’ispirazione non serve mentre io ogni tanto devo pregare, buttarmi il vino addosso, fare camminate e se necessario darmi al randagismo. Ma stanne certo, il giorno che mi daranno un calcio in culo non verrò a bussare alla tua porta. Chiusa polemica. </p>
<p>Quindi ricominciamo da capo. A causa di un insalubre pomeriggio alcolico, dopo essermela tirata il giusto, aver detto no no, non lo voglio fare, all’ennesimo giro, crolla il muro e mi ritrovo con delle promesse e un impegno. Presentare un tizio: Cecchetti. E chi è? Io conosco solo (di nome) Claudio e (per il conto da saldare) Marco; ma non credo che abbiano bisogno di presentazioni. No, Riccardo. Affare fatto, senza sapere né che affare né perché. È la stessa impietosa dinamica di quando da piccolino regalai l’Arsenal del Subbuteo al mio compagno di banco. Pensavo me ne sarebbe venuto qualcosa. 
Ma ritorniamo all’incipit da giornalista serio: come mai allora Riccardo Cecchetti e Marco Peroni, autori a quattro mani delle due opere sopracitate hanno due giorni alla Fiera del libro di Torino, in aggiunta per dei fumetti? Un po’ perché la casa editrice è il Becco Giallo, da poco entrata nella sacra famiglia Fandango (quindi tutt’altra potenza di fuoco), un po’ perché queste due graphic novel, due biografie (anche se il sostantivo “biografia” non dice il vero), sono dei veri gioielli. I personaggi narrati si stagliano, prima di ogni altra considerazione, per le loro idee e per i loro valori, con un surplus di malinconia che ricorda quanto essi siano unici e lontani, rilegati nell’ombra del passato remoto. 
Ma soprattutto (qui parla il mio lato didattico) sanno incuriosire un pubblico trasversale (metti dai 12 ai 100 anni – 101 già no) proprio per non essere vere biografie disegnate, ma fumetti ispirati in stilnovo metropolitano, in cui la raffinatezza stilistica di chi ci ha lavorato e l’elevazione spirituale (magari non l’amore) dei protagonisti non sono un intruglio amaro, ma un congegno umano, frutto di un perfetto compendio fra la loro storia e i loro pensieri.
Gigi Meroni era un calciatore ribelle, Adriano Olivetti un industriale utopista; del primo, Emiliano Mondonico ha scritto che “fu profeta del futuro come nessun altro nel calcio italiano”, del secondo, lo storico Giorgio De Santillana disse “un  Proudhon che ti compra la Underwood”. Visti i tempi bui e che Adriano Olivetti, un secolo troppo presto è l’ultimo uscito (ottobre 2011 ristampato aprile 2012) l’attenzione per ora rimane su questo bel volume. Oltre perché me l’hanno commissionato, certo. 
Il libro è un’intervista immaginaria ad Adriano Olivetti ambientata nel futuro, precisamente nel 2061, che una laureanda propone ad Olivetti in quel treno dove, da solo (più di una metafora su tutta la propria esistenza), perderà improvvisamente la vita, anche se, all’atto pratico, Olivetti venne ucciso prima del tempo proprio con il suo isolamento. Esperimento: pensate allo stile Montezemolo, al verbo Della Valle o peggio al pragmatismo Marchionne, ed ascoltate queste parole (riprese dal libro) di un imprenditore scomparso nel ’60: "Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare... un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande". 
Il passato e il presente, sentite come stride? Al di fuori della retorica che uno può trovarci si deve considerare che Adriano Olivetti fu il primo a ridurre l’orario di lavoro da 48 a 45 ore, mantenendo gli stipendi più alti della media nazionale. Olivetti nelle sue aziende lasciava degli spazi agli operai dove organizzavano riunioni, concerti, incontri letterali nella pausa pranzo, lo stesso Pasolini andò a parlare in una sua fabbrica. Negli stabilimenti c’erano biblioteche, di cui tutta la comunità poteva usufruire. 
Olivetti si occupò dell’urbanistica di Ivrea costruendo un quartiere tuttora considerato unico, perché la comunità era sempre al centro dei suoi pensieri, non volendo creare quelle che sono oggi le nostre comunità: un’accozzaglia d’invidiosi pronti ad armare le mani per un posto macchina. Nelle fabbriche c’erano grandi finestre. Olivetti che fu un intellettuale, un politico, un antifascista, un operaio (lavorò da giovane nelle sue aziende), un editore, riuscì a trovare quella che viene chiamata la terza via, fra le posizioni socialiste dell’Unione Sovietica e quelle capitalistiche degli Stati Uniti senza cercare il compromesso ma la sintesi, unendo valori che solitamente si considerano agli antipodi come profitto e solidarietà, produzione e stile, etica ed economia, industria ed agricoltura. Egli era tutte queste cose eppure, anche quando sognava, rimaneva sulla crosta terrestre, con gli uomini. 
Immaginatevi che Olivetti assumeva a “terne” di laureati, prendendo un economista, un tecnico ed un umanista proprio per valorizzare l’interdisciplinarità. Dico “immaginatevi”, perché oggi sarebbe un discorso completamente fuori di testa. E costruire questa storia nel futuro come ci propongono Cecchetti e Peroni significa essere ottimisti, sperare in un piccolo rinascimento italiano in cui l’opera di Adriano Olivetti possa essere attualità.
Dopo pochi minuti che sono a pranzo con Riccardo Cecchetti e discettiamo di questi affari, capisco che è innamorato del proprio lavoro e scopro che entrambi siamo dei borderline, il che mi mette di buon umore. Quindi, come tutti i borderline, abbiamo bisogno di barriere. Allora beneficiamo di un senso di responsabilizzazione per il quale ci si deve prendere cura uno dell’altro. "Questo è l’ultimo mezzo di bianco", dico categorico (senza crederci), ma ecco dall’altra parte la responsabilità, "ok, mi risponde, "facciamo questa maledetta intervista".</p> 

<p>Perfetto. Senti, non è stato un po’ ostico tradurre un personaggio come Olivetti in un fumetto? È un tantinello inusuale...
"Il papà di Marco Peroni ha lavorato alle fonderie Olivetti, Marco oltre ad essere un bravissimo sceneggiatore è uno storico. Il libro su Meroni (Gigi Meroni, il ribelle granata, Becco Giallo, 2010, N.d.R.) per me è stato abbastanza facile, visto che sono un tifoso del Toro, e Gigi Meroni era un personaggio che si ricorda oltre per la sua classe, per esempio, anche per aver, nel 1966, rifiutato un miliardo dall’avvocato Agnelli. Considerando quello che sta succedendo ora nel calcio, un vero anticonformista come Meroni non poteva che andare a pennello. Olivetti in maniera diversa è un marziano dell’imprenditoria e soprattutto oggi, con l’attuale situazione economica e politica, abbiamo considerato lui come un esempio da far conoscere".</p>

<p>Che difficoltà grafiche hai trovato nella rappresentazione? Forse sbaglio ma i tuoi disegni mi richiamano molto il tratto dei futuristi...
"Devo dire che ho avuto molte difficoltà. Se Gigi Meroni è facilmente rappresentabile perché indossa la maglia e fisicamente era caratterizzabile in quanto magrissimo, capello lungo e baffo alla tartara, Olivetti invece, se entrasse ora nel ristorante, nessuno lo riconoscerebbe. Anche per questo ho disegnato molta urbanistica ma non potevo farlo nel modo classico, altrimenti avrei ottenuto (con tutto il rispetto) una Londra o una New York della Bonelli. Ho fatto questa scelta di usare matita e collage. Io mi sono sempre ispirato a Magdalo Musso, al suo discorso della pittura materica e della ricerca. Al di là del futurismo che in qualche misura ci potrebbe rientrare come effetto del razionalismo, ho voluto creare una sorta di materia facendo varie sovrapposizioni al computer e usando pastelli grassi, acrilici con un azzurro fortissimo che doveva richiamare la speranza".</p>

<p><p>La cover di Adriano Olivetti, un secolo troppo presto, Foto il Becco Giallo</p>Io ne sapevo qualcosa dai tempi dell’università, ma Olivetti, mi rendo conto oggi, è stato forse volutamente oscurato. Leggendo il vostro fumetto mi sono incuriosito e il giorno dopo sono andato in biblioteca a prendere qualche libro sull’industriale di Ivrea. È un effetto che speravate?
"Sai, l’olivettiano è un intellettuale un po’ snob e l’utente medio del fumetto è giovane (non me la chiamare per favore graphic novel, non ce la faccio ancora). Tutti lo conoscono per sommi capi, c’è molta superficialità. Ultimamente nel bar sotto casa a Torino (Riccardo Cecchetti vive a Torino, N.d.R.), quando raccontai che stavo facendo un libro su Olivetti si erano innervositi perché da commercianti lo associavano ai registratori di cassa... Sinceramente io ero scettico ma le mie previsioni sono sempre sbagliate... mi sono ricreduto quando ho visto alla fiera del fumetto di Lucca ragazzi di 20 anni comprare Olivetti. Devo ringraziare Marco Peroni perché, insieme, siamo riusciti a proporre un argomento difficile. Ho deciso di farlo quando Marco mi ha portato sulla tomba di Olivetti; è un prato ben rasato con una croce di legno, senza foto. Quella sobrietà nella morte mi ha impressionato, perché è la stessa che poi ho ritrovato nella sua vita. La famiglia Olivetti mi ha invitato nella sua casa, non c’era nulla di fuori posto, nulla sopra le righe, poche foto, una casa semplicissima, di una persona molto rigida e determinata nelle sue idee".</p>

<p>Che rapporto esisteva fra quello che era il modo di fare impresa di Olivetti e quello degli altri industriali? 
"Pensa che perfino la CGIL si agitò quando dal ’55 Olivetti cominciò a pagare i propri operai il 20 percento in più del contratto collettivo. Ma te lo posso spiegare con delle immagini. Ivrea e Torino, due città vicinissime, con due realtà industriali molto importanti ma diverse. Olivetti fu il primo a domandarsi: perché il profitto non deve coincidere con l’estetica? La vecchia fabbrica di Olivetti è un’immensa vetrata perché la maggior parte degli operai erano contadini e, quindi, non voleva snaturarli rinchiudendoli nelle quattro mura di uno stabilimento. Tutt’intorno alla fabbrica c’erano boschi, giardini, un vero approccio estetico ed umano. Sono andato a vedere l’Ivrea olivettiana, le case degli operai – che ho anche disegnato – sono meravigliose, in cui vedi insieme natura, architettura e design, sembra un film di fantascienza bella, niente Blade Runner. Oggi si parla di impatto ambientale, ma già in quegli anni Olivetti diceva di costruire case al massimo di due piani. Aveva una visione della vita a dimensione d’uomo. Invece, se vieni a Torino a fare un giro in zona Lingotto vedi la triste rappresentazione del mastodontico, con la peggiore edilizia popolare. Anche se non mi piace la parola, vedi la fatiscenza. Le case di Olivetti sono piccole ville con orto e giardino, l’eccellenza dell’architettura razionalista di quegli anni".</p>

<p>Non a caso egli parlava di smart city, non troppo grandi né troppo piccole...
"Infatti, il principio era far integrare l’alto dirigente con l’operaio nello stesso tessuto urbano e con l’ambiente. Oggi il modello olivettiano dovrebbe essere rivisto a partire dalla visione della comunità, in rapporto con la propria storia (nel caso di Ivrea, le radici contadine) e con la bellezza. Qualsiasi essere umano vive bene se circondato da cose belle, su questo sono assolutista".</p>

<p>Con la morte nel ’60 di Olivetti c’è stato un rapido declino che raccontate nel libro, puoi dirmi qualcosa?
"Nel 1962, guarda caso, le azioni Olivetti hanno un tracollo. L’alta finanza decide che Olivetti deve sparire. La casa editrice venne assorbita da Mondadori. Basta dire che Valletta, quando svendette il reparto elettronica, disse: 'finalmente abbiamo estirpato il neo dell’elettronica', nell’indifferenza dello Stato la cedettero alla General Electric ed era un fiore all’occhiello dello sviluppo italiano. I soliti noti, i Cuccia e i Valletta, fecero il lavoro sporco".</p>

<p>Qual'è secondo te l'eredità di Olivetti e se c'è qualcuno che in qualche modo, fra gli imprenditori, ti ricorda la figura di Olivetti?
"Triste a dirsi, Olivetti dovrebbe essere il punto di riferimento di almeno una buona fetta degli imprenditori ma, ahimé, in questa perversione del capitalismo bancario (come ti dicevo, post mortem Olivetti fu vittima del peggiore aggiotaggio, IMU, Mediobanca, FIAT), non vedo nessun imprenditore di quel tipo... o almeno... non per tirare l’acqua al mio mulino, ma ci sono piccole realtà come i ragazzi de il Becco Giallo che sono paragonabili per stoicismo ed eroicità ad Adriano Olivetti. Una cosa veramente avvilente fu l’ex ministro – omino di burro – Sandro Bondi che in un libro ha paragonato Olivetti a Berlusconi. Ti dico tutto". (Riccardo parla di Il sole in tasca. L’utopia concreta di Adriano Olivetti e Silvio Berlusconi, Mondatori, 2009 – imperdibile).</p>

<p>Mi racconti qualcosa della vita di Olivetti che non è finita nel libro?
"Mi sembra nel ’55 o nel ’56, venne una delegazione sovietica in visita alla fabbrica di Olivetti, videro come funzionava, gli spazi, parlarono con i lavoratori, e se ne andarono convinti che fosse un bluff, cioè che si erano organizzati per quei due giorni per mostrare qualcosa di non vero. L’azienda invece a tutti gli effetti funzionava così. Cure mediche gratuite, cure psichiatriche (di fronte alla fabbrica c’era un consultorio per quegli operai che potevano risentire dello stress lavorativo), asili gratuiti in cui il figlio dell’operaio della fonderia era con il figlio del dirigente. Come direttori del personale Olivetti assumeva scrittori, filosofi, disegnatori. Diceva: 'per me la cultura è un’arma'... Marco Peroni, mentre montavamo questa storia, mi ha detto: 'Ci pensi, Olivetti avrebbe assunto uno come te a direttore del personale...'. Poi si è ricreduto: Forse uno proprio come te no'".</p>

<p>Beh, in effetti caro Riccardo...
Chiudo con una delle impressionanti frasi di Olivetti che trovate nel libro di Cecchetti e Peroni: "Il benestante si accorge che la città è inadeguata solo quando la sua auto è ferma in coda... non sa che era già inadeguata per l’operaio che trova lavoro solo a due ore di distanza da casa. Il bello e l’utile anziché conciliarsi, si presentano ancora come strade opposte. Questa divisione va respinta come un ostacolo alla creazione di una vera civiltà". Non so a quante ore di strada avete il vostro lavoro, ma questa si potrebbe chiamare Rivoluzione. Ora, se vi pare poco, il vostro Olivetti finisce qui, altrimenti fate come me, andate in biblioteca e leggete qualcosa su l’imprenditore utopista. Poi magari rischierete di scriverci articoli lunghissimi come questo, ma sarà solo perché ve ne sarete appassionati.
</p>		          	]]>
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				<![CDATA[
	          		La vita dell'imprenditore in un libro a...fumetti. Con l'invito ai supermanager di casa nostra a comprarselo... Magari serve loro davvero				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-16T18:20:15+02:00</pubDate>
				        
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	    	<title>
				<![CDATA[
					Milano, Macao è stato sgomberato!				]]>
			</title>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Macao, Foto Zoe Vincenti</p> Giusto ieri sera avevamo dato la notizia che Macao, il collettivo di creativi, intellettuali, artisti era sotto sgombero. Detto fatto. Ieri mattina, alle 6.30, le forze dell'ordine hanno sgomberato (senza incidenti!) la Torre Galfa, l'edificio nel centro di Milano, a due passi dalla stazione centrale, di proprietà di Ligresti, che per pochi giorni è stata una bella brezza primaverile su un'Italia grigia e prostrata. 
I giovani del collettivo Macao sono rimasti fuori dalla loro "fortezza espugnata" e hanno convocato un'assemblea pubblica per discutere su cosa fare, a cui ha parecipato anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Perché un fatto è certo: l'esperienza di Macao non può e non deve finire! Giuliano Pisapia, il giorno prima durante una visita alla Fabbrica del Vapore, aveva spronato i ragazzi di Macao a concorrere a uno dei uno dei bandi del Comune per la concessione di spazi pubblici. Dopo l'invito, non è mancata la strigliata del sindaco al gruppo Ligresti: "Sicuramente", ha dichiarato Pisapia, "una proprietà che lascia degradare un immobile così importante per la città non fa gli interessi propri, nè della città stessa".</p>

<p>Un video sullo sgombero del nostro Niccolò De Mojana...

</p>

<p>Guarda le gallery fotografiche sullo sgombero e sulla giornata... </p>

<p>Questo il comunicato del collettivo Macao, dopo lo sgombero:</p>
<p>Stamattina alle 6.30 la polizia in tenuta antisommossa ha sgomberato la Torre Galfa a Milano. Contro il potere illegittimo del denaro, invitiamo tutta la cittadinanza, unica in diritto di decidere le sorti di Macao, a partecipare all'assemblea pubblica che si terrà stamattina di fronte alla Torre, dove stanno già accorrendo in molti.

Riportiamo la dichiarazione del Prof. Alberto Lucarelli Assessore Beni Comuni del comune di Napoli, in merito alle occupazioni della Torre Galfa di Milano, del Teatro Valle di Roma e del Teatro Garibaldi di Palermo. "I casi del Teatro Valle, del Garibaldi, di Macao ci impongono di ritornare ad interrogarsi sull’annosa distinzione tra legalità e legittimità. Non tutti gli atti legali, ovvero conformi ad una legge, ad una regola scritta sono legittimi (quante leggi circolano indisturbate nella società pur contenendo norme in contrasto con la Costituzione e i diritti umani?), così come non tutti gli atti illegali, ovvero in contrasto alla legge, sono illegittimi. In sostanza vi sono occupazioni di proprietà pubbliche o private che oggettivamente sono illegali, in quanto in contrasto con le norme a difesa della proprietà, ma che tuttavia in alcuni casi trovano una loro legittimità attraverso forme di dissenso e di azione politica, in  particolare nei momenti di crisi della rappresentanza e di negazione dei diritti sociali. Talvolta la violenza legale delle regole può determinare l’insorgere di comportamenti illegali che tuttavia trovano la loro legittimità nel quadro politico, sociale ed economico, e nel recupero di unafunzione sociale degli spazi". (Alberto Lucarelli, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto
pubblico, Università di Napoli Federico II, dal 1999 Componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni)


La cultura non si sgombera.</p>

<p>...E questo, il comunicato del Teatro Valle Occupato su Macao:</p>
<p>Quello che sta accadendo in queste ore a Milano è la testimonianza che un'altra idea di democrazia, un'idea costruita sulla partecipazione attiva dei cittadini e sulla volontà di autodeterminarsi è possibile.

Un migliaio di persone sono riunite in assemblea permanente in via Galvani per difendere Macao, un progetto iniziato il 5 maggio con l'occupazione della Torre Galfa attraverso la costruzione di uno spazio culturale, artistico e sociale restituito alla città. L'occupazione della Torre Galfa è inoltre la denuncia contro le speculazioni edilizie che governano Milano. La proprietà dell'edificio di Salvatore Ligresti, un costruttore edile pluri-indagato e pluri-condannato, è di fatto illegittima mentre è lecita l'occupazione e la restituzione alla cittadinanza di un palazzo senza proprietà. Un migliaio di persone stanno resistendo e difendendo questo spazio dall'arroganza del potere che questa mattina ha mandato decine di blindati per sgomberare Macao. L'amministrazione milanese deve permettere a questa moltitudine di persone di determinarsi e di inseguire il sogno di un'altra democrazia possibile. La questione adesso è: chi governa Milano? il sindaco e i suoi consiglieri, oppure la finanza delle banche? 

Il Tetro Valle Occupato appoggia e sostiene l'indignazione, la resistenza, e la caparbietà dei cittadini milanesi ad affermare i propri diritti.</p>

		          	]]>
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				<![CDATA[
	          		Stamattina presto polizia e carabinieri hanno fatto evacuare l'edificio senza incidenti. E ora? 				]]>
			</short>
	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-16T16:10:34+02:00</pubDate>
				        
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				<![CDATA[
					Addio a Carlos Fuentes				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Carlos Fuentes (foto web)</p></p>
<p>"Ho sempre cercato di raccontare le mie critiche: non giudicatemi, leggete i miei libri. Sono uno scrittore non uno stile". (Carlos Fuentes)</p>

<p>Se n'è andato forse il più importante scrittore messicano dell'ultimo secolo. Carlos Fuentes aveva 83 anni ed era uno dei massimi esponenti della letteratura in lingua spagnola. Nato a Panama, figlio di un funzionario del corpo diplomatico messicano, si innamorò giovanissimo della letteratura grazie alle opere di due grandi scrittori italiani, Edmondo de Amicis ed Emilio Salgari, oltre che che a quelle del grande Mark Twain. Fu ambasciatore in Francia tra il 1972 e il 1978, ma dedicò la maggior parte del suo tempo alla scrittura. Tra i suoi libri più celebri: "La región más transparente", "Aura", "La morte di Artemio Cruz". Nel 1987 gli fu concesso il premio Cervantes, il più prestigioso premio per la letteratura in lingua spagnola. Il presidente messicano Felipe Calderon si è detto "rattristato" per la perdita del grande scrittore. E come lui, sono rattristati oggi migliaia di persone in tutto il mondo. </p>
		          	]]>
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				<![CDATA[
	          		Lo scrittore messicano ci ha lasciato all'eta di 83 anni. Il ricordo della rete				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-16T00:00:00+02:00</pubDate>
				        
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				<![CDATA[
					I duecento momenti che hanno cambiato il mondo				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Una sezione dell'infografica sui 200 momenti che hanno cambiato il mondo secondo il Time</p></p>


<p>Dal 1812 al 2012. Duecento anni, duecento momenti che hanno cambiato la Storia (quella con la S maiuscola). Certo, stiamo parlando solo del mondo occidentale, osservato dall'occhio soggettivo del Time. Ma l'idea è comunque molto interessante. Nel 1812, ci ricorda la redazione del periodico inglese, l'aspettativa di vita media era inferiore ai 30 anni, per attraversare l'Oceano Atlantico ci volevano settimane e la democrazia parlamentare aveva appena cominciato a essere discussa. Molte, davvero molte cose sono cambiate, a occhio e croce, fino a oggi. Ma quando sono cambiate, di preciso? E grazie a chi, o a che cosa? Sfruttando il noto gusto per le classifiche e le liste di moda sul web, il Time ha stilato l'elenco dei "duecento momenti che hanno cambiato il mondo". Si va dalle scoperte di Mendel al primo concerto di Bob Dylan, dall'invenzione della bicicletta all'attentato dell'11 Settembre, ecc... ecc...  </p>
<p>Buon viaggio indietro nel tempo: www.time.com</p>

		          	]]>
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			<short>
				<![CDATA[
	          		Dal 1812 al 2012. La Storia dell'Occidente secondo il Time				]]>
			</short>
	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-16T00:00:00+02:00</pubDate>
				        
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			    	    <item>
	    	<title>
				<![CDATA[
					Buona disoccupazione: un anno per rifarmi una vita/ 13				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Gianni Miraglia, Disegno di Karin Kellner</p></p>

<p>Di Gianni Miraglia</p>

<p>Capitolo Tredicesimo.
In viaggio per Roma</p>

<p>Di spalle anche Marco Carta è uno qualunque. Nella sala d’aspetto mica l’avevo notato. Ha gli occhialoni da sole e sta al telefono. È accompagnato, forse il manager o un aiutante, un uomo che viene pagato probabilmente dall’etichetta discografica. Chissà come si diventa assistenti di una star: su google, non l’ho mai chiesto. Sembra comunque più soddisfatto del suo assistito. Forse è un altro cantante che piace a tutti e che mi vanto di ignorare. L’Italia dovrebbe chiedere scusa alle Nazioni Unite, per aver prodotto Emma e anche la Pausini, il sogno erotico di tanti nordici. La semiotica ghiandolare riserva sorprese devastanti. Un mio amico irlandese era contento, diceva che la sua fidanzata le assomigliava. Non m’intendo di celebrità di prima serata. Quando sentivo parlare dei Tenorini, ho creduto si trattasse di qualche nuovo biscotto gelato col fischietto. 
I miei supporter gridano il mio nome, ma si sa che solo Elvis e Johnny Rotten non verranno dimenticati. 
</p>
<p>Marco Carta, comunque, è vivo e si esibisce ancora, resiste aggrappato alla scena. Gli rimangono delle comparsate televisive, sta sparendo dalle luci. Ti rispetto, uomo che affondi nella stessa merda che t’ha creato. Nessuno ci ha presentati, io non sono al suo livello. Qualcuno ci divida, io è Marco Carta siamo differenti. Ma poi se lo conosco, scopro che la sua fama è solo un’attività e che ci paga il mutuo e magari ha dei figli e diventiamo amici. Ma che ne so io di cose importanti. 
Nella sua Sardegna si sta bene, le case costano poco. Intanto Salmo è scappato dall’isola e si sta affermando, ricambio generazionale. Salmo spacca, Salmo litiga con tutti e manda a fanculo: ridammi i miei diciott’anni, saresti il mio idolo di rottura, devo sopravvivere nella pancia dello squalo. 
 
Mi godo anch’io una sensazione nuova, pure io sono un esordiente. È la prima volta che prendo un aereo per questioni artistiche. Io, Valerio Millefoglie e Geppi Cuscito partiamo su voli separati, come i Metallica che ormai si odiano. Invece noi siamo amici. Sono pure stato a casa di Millefoglie, tiene i suoi libri nel frigo che non usa da anni. Geppi, invece, suona qualsiasi cose, pure la mia voce orrenda. Stiamo portando “Il grande Show Senza Balletto” a Roma. </p>

<p>La serata del 16 maggio alle Mura sconvolgerà l’immaginario stanco, verremo adottati da quelli che a letto pensano troppo. Indosserò i capi griffati a tre strisce, perché mi porto avanti con le trattative. Lo sponsor Adidas Originals ha solo da guadagnarci, perché io sono un agonista sociale, perché io sono il primo disoccupato felice. Tra poco esce la nuova collezione, ma le signorine del marketing non mi costringeranno a parlarne bene. Io devo incarnare quei prodotti, io non faccio più la pubblicità persuasiva. 

Tutto sotto controllo, stai calmo Gianni. Ho anche superato la perquisizione elettronica. Ogni volta mi innervosisco, quel suono vuol dire che ho peccato, che come sempre avrò sbagliato qualcosa. Non so perché, mi viene da levarmi le scarpe, la cintura che non c’è, i pantaloni e mostrare l’unico aggettivo che mi rimane. Al momento del controllo, avevo in mano i fogli coi testi dello spettacolo. Ho dovuto poggiarli nel cestino sul nastro a raggi X. Il guardiano vestito da corpo speciale, ma senza il lucido da scarpe sulla faccia, non li ha letti. Mi ha palpato il busto e i quadricipiti da energumeno e poi mi ha fatto passare. Avrei voluto un parere, un commento, un apprezzamento, un cazzo di Like. 

Se la polizia mi avesse fermato, forse un addetto alle indagini avrebbe letto il testo ad hoc per la performance, una pièce che cambierà la vostre vite, nessuno ci può fermare.  </p>

<p>Marco Carta si è alzato, all’unisono col suo assistente, una coreografia collaudata per sedurre le pianure in fase digestiva. Camminano come se fossero abituati, fai come se fossi nel tuo aeroporto.
 
Anni fa, ci ho incontrato Franz Di Cioccio e Mussida della PFM, con le bandane in testa, due sopravvissuti alla guerra civile americana. Una notte invece ho riconosciuto Vittorio Gassman, alla stazione. Aspettava un treno notturno e sembrava dio, pure senza le parole. Continuo a leggere, a bisbigliare, a pensare alla mia grandezza in divenire e alle contraddizioni necessarie. 
I miei fogli sono gli unici strumenti che suono: 
“Siamo quelle persone che non credono nelle altre persone, siamo quelle persone che guardano alle altre persone, siamo quelle persone che giudicano le altre persone, siamo quelle persone che non ne possono più delle altre persone, ma vorrebbero essere come quelle altre persone. Siamo quelle persone che fanno la cosiddetta amicizia con altre persone, per raccontare che non credono alle altre persone, che non ne possono più delle altre persone, ma che vorrebbero stare con altre persone, più altre delle altre. Siamo quelle persone che non riescono più ad essere una persona di persona”. Marco Carta è sparito, qualche passeggero guarda verso di me.</p> 

<p>Leggi qui i capitoli precedenti... </p>


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	          		Ti rispetto, uomo che affondi nella stessa merda che t’ha creato...				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-15T10:49:05+02:00</pubDate>
				        
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					Shepard Fairey in mostra a Milano				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Immagine: Shepard Fairey</p></p>
<p>Shepard Fairey, il giovane street artist americano, classe 1970, che con lo pseudonimo di OBEY ha raggiunto la fama internazionale attraverso le locandine per la campagna elettorale di Obama e le copertine di Time magazine arriva a Milano. La galleria Federica Ghizzoni di Milano espone dal 15 Maggio fino a metà giugno 60 opere di Fairey, per lo più edizioni, provenienti da una collezione privata. E' la prima volta che una galleria milanese riunisce tante opere tutte insieme di Fairey e vista la caratura dell'artista sarà difficile perdersi l'evento. Per gli amanti del genere non mancheranno immagini di teschi, simboli pacifisti, icongrafie del sub-comandante Marcos ecc. </p>
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	          		Milano, 15 maggio-15 giugno 2012 @galleria Federica Ghizzoni				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-15T00:00:00+02:00</pubDate>
				        
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					Bill Viola, 'Reflections' 				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Bill Viola - Reflections</p></p>
<p>Dal 12 maggio al 28 ottobre 2012, il FAI rende omaggio all’artista Bill Viola, simbolo della video art,con la mostra Bill Viola - Reflections. Luogo: la prestigiosa sede di Villa e Collezione Panza a Varese. Dodici videoinstallazioni in mostra che documentano la ricerca artistica di Viola dalla metà degli anni Settanta a oggi, pensate e scelte dall’artista appositamente per Villa Panza.</p>
<p>Nelle Scuderie della Villa è esposto il sorprendente Nantes Triptych (1992) che documenta la ricerca di Bill Viola attraverso concetti esistenziali quali la nascita, la morte e la trascendenza. Nell'installazione Reflecting Pool (1977-79) l'artista disamina i temi della purificazione, della dissoluzione e della rinascita. Il percorso continua nell'ala padronale con The Darker Side of Dawn (2005) dove la natura è protagonista, e con altre installazioni ancora. </p>
<p>Questa sera inoltre (14 maggio) Bill Viola terrà una lezione all'Università Bocconi (Milano), presentando la sua ricerca artistica e illustrando le sue opere principali. Partecipazione gratuita, iscrizione:  per iscriversi, qui .</p>		          	]]>
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	          		Il video artist in Italia: una mostra a Varese e un incontro pubblico in Università Bocconi				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-14T17:49:04+02:00</pubDate>
				        
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				<![CDATA[
					Pechino, una città molto...underground				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Alain de Bacquer, Pekin underground
</p></p>


<p>Alain de Bacquer è un fotoreporter che da più di dieci anni si occupa di raccontare e documentare l'emergere della scena artistica indipendente di Pechino. Non un compito facile, visto il grado di repressione poliziesca esercitata dal regime. Nonostante le difficoltà, Alain è riuscito a comporre un vero e proprio ritratto generazionale che ha preso la forma di un documentario di 26 minuti, girato interamente nella capitale cinese. Un racconto straordinario e assolutamente inedito di un lato nascosto e a tratti assolutamente sconosciuto: una dimensione "underground" nascosta nelle pieghe della città narrata attraverso le interviste ad artisti e creativi che ne descrivono il cambiamento in atto.</p>
<p>Il documentario è online in streaming. Lo trovate a questo link</p>

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	          		Un documentario online di Alain de Bacquer, "Pekin underground", mostra il lato nascosto della Cina di oggi				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-14T17:36:39+02:00</pubDate>
				        
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				<![CDATA[
					Prime scene da 'Reality', il nuovo film di Matteo Garrone				]]>
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									<![CDATA[
		          		<p><p>Un'immagine da Reality di Matteo Garrone (foto courtesy Festival di Cannes)</p>Si avvicina la data della proiezione ufficiale di Reality, il nuovo film di Matteo Garrone (già sulla croisette con Gomorra), che il 18 maggio verrà finalmente mostrato alla stampa al Festival di Cannes, dove sarà l'unico film italiano in concorso. Nel frattempo sono arrivate online tre scene della pellicola, pubblicate dal sito ufficiale del Festival, un assaggio della fotografia di Marco Onorato e della colonna sonora dell'instancabile compositore Alexandre Desplat. Il film, coprodotto da Rai Cinema, Fandango e Archimede, segue le vicende di un pescivendolo che partecipa al Grande fratello. "Da quel momento", indica la sinossi ufficiale, "la sua percezione della realtà non sarà più la stessa". Il protagonista del film, Aniello Arena, non dovrebbe partecipare alla prémiere del film a Cannes perché è detenuto nel carcere di Volterra, dove sconta la pena all'ergastolo, ma appartenendo al gruppo di attori teatrali Compagnia della Fortezza ha ottenuto i permessi per girare il film. Ecco le tre clip. (a cura di BadTaste.it) 

<p>Real1 di SpaggyPalermo</p>

<p>real2 di SpaggyPalermo</p>

<p>real3 di SpaggyPalermo</p>		          	]]>
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				<![CDATA[
	          		Diramate dal Festival di Cannes tre clip del film in concorso				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-14T17:06:20+02:00</pubDate>
				        
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					Alec Baldwin al lavoro con Woody Allen e Russell Brand				]]>
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		          		<p><p>Alec Baldwin in To Rome With Love di Woody Allen (foto courtesy Medusa)</p>Alec Baldwin torna a collaborare con Woody Allen. Ma anche con l'attore Russell Brand. Come noto, la star della serie tv 30 Rock ha partecipato l'anno scorso alle riprese di To Rome With Love, la commedia di Woody Allen girata nella capitale e campione d'incassi al botteghino italiano delle ultime settimane. Baldwin è attualmente in trattative per entrare nel cast dell'atteso ritorno di Allen negli Stati Uniti: il suo prossimo film, una commedia, dovrebbe essere infatti ambientato a San Francisco. Per i due si tratterebbe della terza collaborazione (la prima era stata Alice, nel 1990). Non sono stati ancora confermati, ma dovrebbero essere nel cast anche Cate Blanchett e Bradley Cooper.</p>
<p>L'altro progetto di Baldwin (la fonte è Deadline.com) si chiama Man That Rocks the Cradle, una commedia della New Line Cinema su un marito e padre che si affida a una specie di "super tata" per risolvere i suoi problemi in famiglia. Solo che la tata in questione è un uomo: per la parte è infatti in trattative Russell Brand. I due hanno preso parte entrambi a Rock of Ages, adattamento del musical di Adam Shankman, con Tom Cruise, Paul Giamatti e Catherine Zeta-Jones, in uscita il prossimo 22 giugno. Intanto, ecco il trailer in cui la rockstar Stacee Jaxx (Cruise) offre una performance alla Bon Jovi (a cura di BadTaste.it).</p>

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				<![CDATA[
	          		L'attore in trattative per entrare nel cast dell'atteso ritorno di Allen negli States: una commedia ambientata a San Francisco				]]>
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	        <category domain="http://www.rollingstonemagazine.it">cultura</category>
							<pubDate>2012-05-14T00:00:00+02:00</pubDate>
				        
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