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Free to enjoy

14/07/2009 | Rolling Stone


Testo Luca Garavini, Alessandro Cavallini e Ignazio Setti
Foto Clara Tortato


Day 1/ - Come ogni estate a luglio, Traffic Torino Free Festival è un evento sfizioso, da tenere volutamente distinto dal calderone bulimico dei festival estivi che imperversano per la Penisola.

Questo per una serie di motivi: in primo luogo è da sempre sinonimo di gratuità, aggettivo tanto caro alle recenti generazioni di consumatori musicali che, complice la Rete, sono abituati a raggiungere i prodotti dell'entertainment quasi solo se ad esborso monetario zero (entrare aggràtis ai concerti, con accrediti o scavalcando, è il sogno proibito di molti), una questione che spiegano chiaramente i due insider Max Casacci e Alberto Campo nella videointervista introduttiva al festival. Un'edizione di successo, che conferma anche per quest'anno9 100000 presenze sul prato del Giardino della Reggia di Venaria.

Un punto di forza del Traffic quindi, così come lo è la location: il palco adagiato in mezzo al verde dei parchi cittadini, per respirare aria fresca e non subire gli ovvi problemi estivi creati dai deleteri effetti dati dal caldo col cemento dei palazzetti e degli stadi.

L'evento non ha perso fascino nemmeno quando, come quest'anno, è stato spostato per la sua parte musicale dal Parco della Pellerina, location diventata leggenda delle passate edizioni per aver ospitato Strokes, Franz Ferdinand, ma anche Antony & The Johnsons e l'astronave a bassi distorti dei Daft Punk, alla ancor più regale set dei Giardini della Venaria Reale a Venaria, poco fuori Torino.
Ottimamente collegato col centro città con navette e bus, il festival ha un certo impatto scenografico sullo spettatore. Il palco al centro con le platee montate ai lati non precludeva la performance al pubblico, occupato in un primo momento a rilassarsi e a 'scaldare i motori' per la serata con panini e birrette ristoratori. A poca distanza, la Reggia che si staglia dietro le transenne e le luci stroboscopiche del festival.

Studiandolo bene quindi, Traffic non ha perso negli anni interesse perchè ha saputo reinventarsi con formule diverse, e lo si capisce osservando il pubblico: dai più giovani hypster urbani che trovano figo venire qui fino alle famiglie che si muovono da Torino e dintorni per godere di un concerto gratis e in pace.
Le 'danze' vengono aperte da una serie di artisti torinesi come si suol dire indipendenti, come Vittorio Cane (con nutrito seguito di fan) Deian e L'Orsoglabro e Paolo Spaccamonti. Rapido cambio di palco ed ecco salire St. Vincent, paladina indipendente che sa intrigare. Un po' per la bellezza, un po' per il suo indie pop costruito su riff di tastiere e chitarre robotiche.

La prima giornata di Traffic Torino Free Festival si è chiusa con il pubblico che ha tributato scrosci di applausi ad uno straripante Nick Cave (in forma splendida) che con i suoi Bad Seeds ha commosso e fatto cantare, commuovere e ballare. Una set list variegata, dai grandi successi e con l'ultima hit Dig, Lazarus, Dig! subito ad inizio concerto. Nick Cave è in forma smagliante, molto meglio di quando passò in Italia lo scorso anno.

Day 2/ - Con una folla prevedibilmente ridotta rispetto alla serata precedente (ma solo inizialmente: durante il set degli headliner il pubblico sarà comunque numeroso e partecipe), ha inizio anche la seconda serata del Traffic Free Festival, nella splendida cornice della Reggia di Venaria Reale, con il palco invaso dai Ladytron.
La band ha un suono corposo e il loro synth pop irrobustito da una spina dorsale electro non fatica a coinvolgere. Un po' monocorde l'esibizione vocale, benché le due vocalist Helen e Mira giochino a palleggiarsi i pezzi (quest'ultima esibendosi anche nel suo originario idioma bulgaro).
L'hit Seventeen provoca il boato della folla, ma anche Black Car e Ghosts, dall'ultimo Velocifero, e Destroy Everything You Touch (dal precedente Witching Hour) hanno il loro successo.
I Primal Scream si presentano sul palco né più né meno che come fossero una rock&roll; band quali la storia della musica ne ha viste tante.
E il suono e l'appeal sono esattamente rispondenti all'espettativa.
Partendo dall'ultima fatica Beautiful Future, e per stare in linea con le premesse, non possono che lanciare il loro set che con la tirata Can't Go Back.
L'acustica - e qui va il nostro plauso a chi di dovere, dietro le quinte -, come già notato per Nick Cave la sera precedente, è perfetta. Il sestetto è perfettamente amalgamato (al basso, ovviamente, non mancava l'ex Stone Roses Mani) e, a un certo punto, la miscela di puro rock&roll; devia verso il crossover con l'elettronica acida che li ha fatti grandi: è infatti naturale sentirsi trasportare da una caciaronissima Country Girl fino al raffintao ipnotismo di Higher Than the Sun, passando in mezzo alle varie Miss Lucifer, Kill All Hippies, Movin' on Up e Suicide Bomb.
Bobby Gillespie è un perfetto ibrido tra Mick Jagger, un gentleman inglese e Joey Ramone e tiene alta la tensione per tutto il concerto senza dover fare troppa fatica.
L'accoglienza più calorosa del pubblico è per Swastika Eyes. E, dopo un bis, tutti a nanna.
Anche se l'Autobahn (66) per lasciare Torino attende in realtà molti di noi.

Day 3/ - Molti di loro sono qui per i grandi Underworld, che forti di un nuovo disco stanno girando i palchi di mezzo mondo per alzare di nuovo la voce dopo i loro storici successi, Born Slippy sopra tutte.
Ma prima di Underworld, a scaldare il palco sono stati i torinesi DID, nuova formazione che propone un genere di mescolanza dalle sonorità molto fresche.
Devo dire che l'enorme lacuna del non avere un cocktail stretto tra le dita, come la serata richiederebbe - al bar non potevi ordinare altro che Nastro Azzurro e Redbull - è stata colmata completamente dalla novità di questo gruppo che propone una miscela punk-funk assolutamente interessante.

Di Santigold, in scena subito dopo, non posso che tessere le lodi, non foss'altro per l'affetto che già provo per questa ragazza forte e decisa - a volte ricorda l'appeal di Missy Elliot - nonchè coraggiosa, visto che al microfono sciorina una bella oretta di pop-electro-afro-funk mescolati in modo del tutto personale e - diciamolo - potente e molto coerente. Luci e colori sparatissimi, un'invasione di palco (programmata) che ha affiancato alle due misogine voci d'accompagnamento una coreografia molto "people from the world", fatta di 10 ragazzi del pubblico.
Il pubblico si scalda con Santigold e la conclusione del suo concerto lascia tutti in trepidante attesa per the Big Ones, Underworld. Chi li ama rimane, chi era qui per vedere del nuovo se ne va.
In effetti, di Underworld, colonna sonora della mia acida giovinezza, non posso dire che abbiamo detto alcunchè di illuminante. La loro proposta è quella, miscelata con il gusto di allora: straight-beats, bassi ipnotici, la tender-presenza vocale di Karl Hyde, un flow che si snoda attraverso due ore e un quarto (!) di live. Karl è drogato come noi qua sotto. E come noi non ha voglia di smettere. L'adunata di gente sull'erba dondola con loro e in mezz'ora si torna al passato, quando computer, acidi, tramonto e sudore erano l'orizzonte definitivo. Bellissima nella sua semplicità la loro scenografia (unica vera di tutta la serata), ci lasciano stanchi e un pò malinconici. E' un era destinata al passato.

Dopodichè, senza altri indugi, Head Bangers fa irruzione, raccogliendo simbolicamente gli ultimi bassi di Rick Smith e continuando con la loro new-school, fidget house rottissima e schizoide che ripercorre nell'arco di 10 passaggi 10 anni di musica. Parlo di Crookers e The Bloody Beetroots, capostipiti di questo nuovo genere dilagato prima sui dancefloor milanesi, e poi partito per un viaggio che li sta portando ovunque nel mondo. Io li conosco come le mie tasche, e molti altri nel pubblico già li aspettano come star. Tutti gli altri, non fanno in tempo a riposare le membra che già il beat li trascina nuovamente in 2 ore abbondanti di fitness quadrato ed ipnotico.

Lascio il campo di battaglia che molti sono già knock-out, complici le sostanze - redbull compresa, altri aderiscono sciolti e contenti ai seggiolini sugli spalti tutt'attorno, la maggior parte è ancora là sotto a marciare.
L'anno scorso fu più elegante e interessante, quest'anno mi è sembrato un dancefloor tutto verde. E comunque, sorrido stanco come mi succedeva solo a 20 anni, in fase post-party, mentre avvio la Panda e torno ai Murazzi.


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