Testo
Alessandro Cavallini
Foto
Clara Tortato
Esperimento interessantissimo e (almeno in parte) riuscito, quello svoltosi il 21 e 22 luglio nel verde del Circolo Magnolia, all'Idroscalo di Milano.
Un festival di respiro europeo, di quelli con tre palchi dove avviene quasi sempre qualcosa d'interessante, da scoprire, da provare dal vivo dopo la compulsione della ricerca del nuovo nome segnalato dal nuovo blog. Come a dire, dopo mesi di accumulo nel tuo hard disk, al
Parklife i gruppi finalmente ti escon fuori e li puoi anche toccare.
È martedì e son le sette e venti di sera, e chi fa un lavoro normale non lo biasimi se accorra alla per-quanto-valida kermesse con un minimo di calma: è per questo che i promettentissimi
Zeus!
hanno innanzi a se solo uno sparuto manipolo di curiosi. Il bassista dei Calibro 35 e il batterista del Genio prendono il largo dai loro progetti-madre tra assalti a metà tra il grind e il matematico che lasciano ben più che l'acquolina, dopo il fugace assaggio.
Sul palco principale,
Joe Gideon & the Shark
ci lasciano spiare da dietro la tenda il loro menage di coppia in cui lui, chiaramente, tiene in mano le redini del gioco e lei le bacchette della batteria.
Gli italiani
Ah, Wildness!, finalmente, convincono un po' più del loro solito. I pezzi, che ti piaccia o no, ormai li hai in testa, dopo un anno in cui te li han piazzati in ogni festival, e non li ricolleghi istantaneamente al tendone della Festa della Birra.
All'interno del Magnolia, intanto, gli inglesi
This City
attirano l'attenzione coi loro scatti tra l'hardcore e l'indie più danzabile.
Le luci che si abbassano e il calore che inizia a salire dal terreno dopo la sua permanenza diurna creano intanto l'atmosfera desertica perfetta per l'uno-due
Arbouretum
e
Pontiak.
I primi, all'esterno, ci assorbono per tre quarti d'ora in mantra quantomai americani, rilettura odierna e molto poco pacificata del suono della
Summer of Love.
I Pontiak riprendono il discorso da dove la band di Baltimora l'ha lasciato in sospeso e affondano ancor più il pedale nel fango
sludge.
I tre fratelli della Virginia (fisicamente, una sorta di prole inquietante di Will Oldham) utilizzano l'interno del Magnolia come un calderone dove rimestare le loro tre voci, l'incedere stratificato di chitarra e basso e una batteria implacabile, raddoppiata poi in alcuni frangenti, con due fratelli Carney a fronteggiarsi ai tamburi nella cosa più simile a un film di Peckinpah che sia possibile vedere oggi su un palco.
Il set di
Caribou, a seguire, è quasi un
"… e quindi uscimmo a riveder le stelle".
Per quanto non meno
drogato, la sensazione è comunque di un viaggio meno claustrofobico. I visual si accompagnano alle note dell'ultimo
Andorra (di ormai due anni fa) e l'attesa di un nuovo lavoro del progetto dell'ex Manitoba Dan Snaith si fa sempre maggiore.
È quindi il momento dell'intelligentissimo frullato punk-funk-dance degli eterogenei
The Chap. Come
la rivista inglese dalla quale (forse) prendono il nome, i quattro sono l'ennesima declinazione di quello che i Monty Python sono stati per il cinema e la televisione. Quattro figuri bislaccamente assortiti, figli dei Talking Heads come dei Flying Lizard più sperimentalmente divertenti, sono un gruppo che, se avrete la fortuna di incapparvici, non potranno che farvi ballare dall'inizio alla fine rapendo al contempo i vostri sguardi e lasciandovi con poco più che un sorriso ebete al termine della performance. Provateli e poi ditemi.
In una programmazione che, omai è chiaro, ha voluto fare del sincretismo la sua bandiera, il capitolo seguente è affidato alle lugubri danze degli inglesi
The Horrors.
Anche i più scettici rispetto al loro primo disco
Strange House si sono dovuti ricredere dopo esser stati loro malgrado contagiati dai paludosi miasmi
black lagoon dell'ultimo
Primary Colours. Dal vivo se la cavano anche senza la
longa mano produttiva di Geoff Barrow dei Portishead, seppur rimangano le fisiologiche perplessità per un gruppo passato in un soffio dal primigenio amore per il sixties garage catacombale a quello che un paio d'anni fa si spacciava per nu rave per approdare, oggi, a un revival kraut goth c'è da dire sempre reintepretato con una certa personalità. Ma, si sa - nonostante non all'opera prima -
sono ragazzi.
Dopo il nero dei londinesi, lo spettro visivo offerto dal palco subisce un ulteriore stravolgimento col caleidoscopio afro-burlesue di
Ebony Bones!.
Un po' Tina Turner al sambodromo, un po' M.I.A.
fag hag, la Ebony e il suo gruppo allestiscono il loro falò sonoro in faccia a un pubblico che viene immediatamanete conquistato. Sfrontatezza, gipsy terzomondismo e grinta da vendere: non ci si stupisce della recente nomination di miss Ebony Thomas come uno dei
best new acts of 2009 all'influente festival South by Southwest.
Con quasi esclusivamente
pro e una buona risposta di pubblico si conclude così la prima serata del Parklife Festival, un evento che ha saputo - finalmente in Italia - molto più proporre che consacrare.
E il secondo giorno? Scoprilo nella
seconda parte del report!
Nessun commento per ora.