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Interviste


Delphic, la Factory di Manchester

07 Marzo | Rolling Stone

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Intervista Luca Garavini

Delphic, secondo la definizione dell'Oxford Dictionary, significa ambiguo, enigmatico: in realtà, tutto sembra la musica del trio di Manchester tranne che indefinita, anzi Acolyte, il loro primo lavoro, è forse la miglior cristallizzazione della scena dance rock di Manchester: un suono, quello creato da Matt, James e Rick - tutti e tre di vent'anni o poco più - che riverbera la migliore tradizione elettronica della città, da New Order a Joy Division e lo passa al setaccio dei loro idolo,da Radiohead a Kraftwerk, ma che riesce a strizzare l'occhio all'indie rock nell'accezione meno onnicomprensiva del termine. Non chiamatela rave però, ci spiega Matt, perchè di quei suoni, di quel profluvio di colori fluo non c'è praticamente nulla. "Le nostre canzoni possono riferirsi alla musica dance anni 90, ma ci piacciono anche Bjork e Xenomania". Appena arrivati da Monaco di Baviera, Matt ci racconta dei problemi di condividere un appartamento con la band e stare a contatto 24 ore su 24, della deoasissazione della scena musicale di Manchester e del cottage dove è stato composto questo primo album.

"Veniamo da Monaco - ci spiega Matt - è stato un viaggio piuttosto da paura onestamente, nevicava ma siamo dovuti partire il tourbus già dalla notte. E' freddo ovunque in questo periodo, anche nella nostra Manchester,dove sì, fa molto freddo, ma così tanta neve era da tempo che non si vedeva lì...".

Partiamo dal fatto che vivete assieme, nello stesso appartamento. Non vi rompete le scatole a vedere sempre le stesse facce,praticamente 24 ore su 24, sette giorni su sette?
“A volte penso: ‘Merda ancora loro’. Litighiamo spesso, è inevitabile. Ma in fondo ci vogliamo bene”.

Prima del progetto Delphic eravate tutti in band differenti. Come vi siete conosciuti e come vete iniziato?
"Eravamo molto stanchi e disillusi di quel che favevamo con le vecchie band... non vedavamo più prospettive. Tutti noi avevamo capito che stavamo facendo musica non per noi ma per gli altri, in fondo ci interessava semplicemente che un'etichetta ci mettesse sotto contratto. In più, nei nostri progetti non c'era di fatto un concetto generale, un'idea di fondo. Creavamo una canzone alla volta, senza un 'ombrello' che comprendesse il nostro lavoro. Sembra una cosa ovvia, ma non è semplice da realizzare. Poi, con Delphic, abbiamo capito di voler fare qualcosa che suonasse come Daft Punk, o Bjork, o anche i Radiohead, semplicemente qualcosa che suonasse fresco".

Il vostro album d'esordio, Acolyte, sembra condividere due anime che contano per Delphic allo stesso modo: una più dance e una più punk/rock/indie, se ha senso utilizzare questo tipo di categorie. Come cercate di far convivere queste due entità? Alcuni di voi sono rock e altri più elettro?
"E' difficile da spiegare... per trovare quest'alchimia però, noi tre ci siamo trasferiti in un cottage nel lake district, che è un parco nazionale nel Regno Unito, nel mezzo di un bel niente. Non soltanto eravamo isolati, ma senza contatti con l'esterno, senza riscaldamento autonomo, senza tv e senza internet. Le uniche cose che ci siamo portati erano i nostri strumenti: alcuni sintetizzatori e la chitarra. A quel punto è iniziato un lungo lavoro per capire quel che sarebbe stata la nostra stada musicale. Poi, quasi a getto continuo, abbiamo iniziato suonare, senza uscire quasi mai, abbiamo passato il nostro tempo rinchiusi nel cottage per quasi un anno. E' stato un modo per fondere la nostra alchimia e caricarci per i live. A questo punto, il secondo disco rischia di essere più complicato da scrivere, c'è sempre meno tempo quando lo si scrive. Ora che ci approcciamo ai live stiamo lavorando molto per rendere il suono qualcosa di compatto e potente. C'è sempre una sfida nuova da affrontare, soprattutto ora che siamo agli inizi".

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E' già da qualche anno che c'è un movimento di giovani artisti di Manchester, penso ai Whip o agli Health, che portano la propria musica sui dancefloor e non disdegnano l'elettronica come veicolo per far da volano alla propria musica. Credi che Manchester sia ad oggi la capitale inglese di questo nuovo tipo di sonorità?

"Penso che la scena di Manchester si stia ridefinendo di anno in anno, che sta forgiando la propria identità. E' anche vero che già da qualche tempo ci siano delle ottime realtà, come gli Health, ma anche Everything Everything che stanno preparando il terreno in maniera differente rispetto a quel che è stato la realtà definita dai fratelli Gallagher... quel tipo di suono ormai ha vent'anni. E' importante reintendere Manchester come una Factory, per produrre musica di nuovo intelligente e interessante. Bisogna che i musicisti sappiano guardare avanti e non contunuare ad impantanarsi nel passato, per spingere Manchester nell'avanguardia del nuovo decennio, per essere di nuovo un luogo importante per la musica mondiale".

Leggendo alcune vostre interviste su internet, sembra quasi che una parte della critica inglese vi affianchi - chissà per quale motivo, mi chiedo io - vi metta sullo stesso piano dei Joy Division, anche loro peraltro di Manchester. Non siete un po' stanchi di tutti questi paragoni celebri? Vi sembra corretto mettervi su quel livello?
"Sinceramente non so perché escano certi paragoni celebri, fra l'altro i Joy Division non sono nemmeno fra le band che ascoltiamo di più... non abbiamo controllo di quel che i giornali scrivono, ma giusto così, ci preoccupiamo di fare il nostro lavoro così come i giornalisti. Ci interessa semplicemente che ci accettino come Delphic, con la nostra identità. D'altra parte, essere considerati i New New Order può in un certo essere accettabile. E' normale per un gruppo, se ha un minimo di successo all'inizio, che sia considerato come i nuovi x o i nuovi y, per dare un'idea di quel che piace ai giornalisti. Allo stesso tempo però vogliamo forgiare la nostra identità... ed essere accettato per quel siamo".

La vostra etichetta francese, la Kitsuné, ha avuto nel suo rooster alcuni dei primi singoli di band che poi hanno avuto successo e credibilità, inoltre - anche loro, viene da dire in questo punto - sembra che siano come una vera e propria factory. Come vi siete trovati a lavorare con loro?
"Ci è piaciuto molto lavorare con loro. C'è un'atmosfera speciale, è come una famiglia che sa esattamente come comportarsi con le giovani band. Lavorare con loro è stato semplice. Abbiamo diversi contratti in Europa, in Inghilterra con un'etichetta, in Francia con la Kitsuné e nel resto d'Europa con Cooperative Music. E' interessante perchè in ogni realtà europea abbiamo una differente percezione di come stiamo andando, abbiamo più punti di vista sul nostro lavoro".

Sembra anche che fare parte delle giovani band e artisti da tenere d'occhio per il 2010 scelte dalla BBC porti molto bene. Siete più spaventati dalle aspettative che questo porta o interessati a quel che può succedere da oggi in poi?
"In realtà viviamo entrambi gli stati d'animo. Ovviamente da una parte è qualcosa di molto carino, ma d'altra parte ci spaventa, non poco. Su di noi escono sia cose sia positive e negative, anche se a dir la verità le cose che ti rimangono in testa e non se ne vanno più sono solo quelle negative. Comunque, noi cerchiamo di non leggere e di tenerci fuori dalle polemiche, perchè sono molto deleterie per una band agli inizi come noi. E' quantomeno bizzarro, in fondo noi abbiamo scritto soltanto alcune canzoni in un cottage vicino a Manchester, poi all'improvviso ci siamo trovati al centro di un piccolo ciclone mediatico, ed ecco che Rolling Stone Italia ci contatta per un'intervista, poi andremo in Giappone poi in Australia, ora la viviamo come una situazione piuttosto surreale. Ora come ora stiamo prendendo con positività tutto quello che viene. La cosa più importante è che ora come ora sia uscito il nostro primo disco e che la gente smetta di cogliere solo l'aspetto di hype che ci circonda e che inizi ad ascoltare sul serio la nostra musica. Magari su iTunes o Spotify, ma l'importante è che ascoltino Acolyte".

Torniamo quindi al disco. Dopo più di un anno a registrare barricati all'interno del cottage,siete contenti del risultato ottenuto con Acolyte? E' stato un vero e proprio parto artistico...
"Sicuramente se riaprissimo le piste dell'album ora, ci rimetteremmo mano, ma questo non significa che lo cambieremmo alla radice. Un album è in fondo la cristallizzazione di un momento. Ora che è passato un po' di tempo, è ovvio che stiamo ascoltando altre cose e che certi dettagli magari li cambieremmo. Ma in quel momento era il risultato migliore possibile che potessimo raggiungere. Siamo molto orgogliosi del nostro risultato. Siamo però molto orgogliosi del risultato ottenuto con Acolyte, è stata una fatica immane farlo, poi da quando è uscito non è più una creatura nostra, ma di tutti quelli che ci vogliono ascoltare. Alcuni ci supporteranno, altri ci manderanno affanculo".

Quando i discografici sono arrivati nel vostro appartamento a chiedervi di firmare il contratto, qual è stata la vostra reazione?
"Come ti dicevo in precedenza, tutti noi abbiamo fatto parte di diverse band che non avevano futuro. Avevamo perso le speranze, in quel senso. Quando abbiamo firmato con i Delphic... siamo usciti a far festa e a sbronzarci. Per me la più grande emozione non è stato firmare il contratto, ma entrare negli uffici di un'etichetta. Non capivo nulla. Ci hanno messo il contratto sul tavolo ed avevo la mente piena di pensieri. Mi ricordo che, mentre tornavo a casa, era leggero come se avessi vinto la lotteria. Un'emozione unica. Firmare il contratto non è la fine di un percorso, ma l'inizio di tutto, un vincolo che ti obbliga a produrre dischi per un certo numero di anni. Quando è successo, la prima cosa che ho pensato è 'Cosa succede subito dopo? Ora potrei morire felice, posso fare di quello che mi piace una professione".

Avete già visto qualche fan comprare i vostri dischi nei negozi?
“Di solito scappo via quando succede, mi vergogno un po’. Una volta sono passato davanti ad un’HMV store di Manchester, c’era tutta la vetrina tappezzata dei nostri dischi. Non volevo che mi riconoscessero e me ne sono andato”.


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