Intervista
Luca Garavini
Trencin, Slovacchia, luglio 2008. James Lavelle è una delle menti creative elettroniche più feconde della scena europea. DJ resident al Fabric di Londra - uno dei club più importanti e influenti al mondo, James è un veterano dall’alto dei suoi 14 anni di esperienza, ed ha da poco pubblicato come UNKLE
End Titles... Stories For Film, una raccolta di brani fatti appositamente per essere associati a film, spot, clip e chi più ne ha più ne metta. Durante la chiacchierata è emerso tutto il suo amore per il cinema e l’arte, intese come un tutt’uno organico in cui la musica è più importante. Nella miniera di spunti che offre il progetto UNKLE, che unisce James a Tim Goldsworthy, al lavoro con Hercules And Love Affair, la conversazione è finita sulle collaborazioni che hanno avuto con registi e filmmaker. Associare la musica al cinema e all’immagine in movimento è una grande passione di Lavelle, che ha trovato una brillante realizzazione in quest ultimo lavoro che comprende fra i collaboratori anche Josh Homme dei Queens Of The Stone Age.
Perché tre album a così breve distanza di tempo?
“Ho impiegato tantissimo tempo in precedenza e non volevo lavorare più in questo modo, così a rilento. Ora sto solo cercando di far venire fuori la mia musica al meglio e questo è un momento particolarmente creativo e brillante. Già ora sto lavorando duro sulla nuova musica per il prossimo album, che spero potrà uscire la prossima estate”.
Parlaci del vostro ultimo album End Titles... Stories For Film. Come mai avete deciso di raccogliere la vostra musica in un album?
“E’una raccolta di materiale che abbiamo scritto per diversi progetti, per la pubblicità, per colonne sonore di film, per il cinema. Il disco in definitiva è questo, più altre collaborazioni”.
Molti dei tuoi progetti sono strettamente legati all’immagine in movimento, la cui arte più celebrata è sicuramente il cinema. Qual è il tuo regista preferito?
“Stanley Kubrick è il mio regista preferito, ma non ho un film che adoro in particolare. Mi piacciono i suoi lavori più complessi e
Full Metal Jacket e
2001 Odissea nello spazio sono sicuramente fra questi”.
Hai lavorato con tutti i più importanti clip maker del mondo, fra cui Spike Jonze e Jonathan Glazer. Vi piacerebbe lavorare con Michel Gondry?
“Non abbiamo mai lavorato con lui ma ci piacerebbe sicuramente collaborare, prima o poi. Ho provato a contattarlo ma non ce l’ho fatta. Alcune volte le collaborazioni succedono altre volte invece no. Ho incontrato Gondry ad un festival ed è stato molto interessante anche se poi non ne è nato nulla”.
Cosa trovi di bello a lavorare con tutti questi registi? Pensi che possano esserci sviluppi sempre più fecondi fra musica e immagine?
“Sono una persona che ha attitudini visive spiccate, per questo il cinema è così importante nella mia musica. Per me l’arte è incorporare tutto, dal visual al suono. Non credo che la musica sia inferiore al cinema, è comunque l’elemento più importante nel mio modo di vedere le cose. I geni assoluti per me sono Kubrick, Vangelis, Marconi e John Williams (compositore, ha lavorato anche per l’ultimo
Indiana Jones,
ndr)”.
Fra le canzoni che hai composto ce n’è una che figura nel documentario sulla vita di Abel Ferrara di Alex Grazioli. Come valuti il lato artistico di entrambi?
“Alex ha un carattere fantastico, siamo diventati molto amici. E’un regista perfetto per i documentari perché ha la capacità di vedere le persone in profondità, una peculiarità quasi necessaria per questo tipo di pellicole. Di Abel apprezzo
Bad Lieutenant e il finale di
King Of New York. Adoro in lui il senso di colpa maschile che fa trapelare nei suoi personaggi, i loro demoni, i suoi personaggi estremi che maltrattano, che si arrabbiano”.
Nel tuo ultimo lavoro hai collaborato anche con artisti di Ed Banger Records. Cosa ne pensi di questa etichetta così chiacchierata ultimamente?
“Sono amico di Pedro Winter (proprietario di Ed Banger Records,
ndr), lavoriamo assieme da 10 anni. E’ stato intelligente perchè ha creato una comunità di artisti non troppo diversi l’uno dall’altro, tutti uniti da un visual sviluppato attorno a un concetto. E’ anche per questo che l’etichetta è diventata importante per la cultura dei DJ. Mi sento abbastanza affine a quello che propone”.
(si ringrazia Beat Magazine)
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