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Interviste


Liberi come Springsteen

03 Febbraio | Rolling Stone

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di Luca Garavini

Raggiungo telefonicamente, Chris Carabba, motore creativo dei Dashobard Confessional, idolo delle ragazzine emo nei primi anni 2000 e leader di alcune band, come i Further Seems Forever che anche in Italia hanno avuto un certo seguito, e non solo tra quelli che portavano ciuffi lunghi e piastrati sulla fronte. Chris sembra aver maturato con i Dashboard una consapevolezza dei propri mezzi che una volta non aveva, quando i dischi doveva venderli al banchetto da solo dopo il concerto e tutto era più genuino ma meno soddisfacente. Al telefono, ha il tono sommesso di un liceale che mai nella vita si sarebbe aspettato di ricevere una chiamata da Rolling Stone per un’intervista.

Per chi non li conoscesse, i Dashboard Confessional non sono la classica rock band americana a caccia di singoli, anche se molti in Italia li conoscono prevalentemente per il brano Belle of the Boulevard, pezzone tutto tastiere alla Killers che ha di certo aperto i cuori di molti. La loro storia musicale inizia nel decennio precedente e già nel 2000 avevano catturato l'interesse del pubblico con l'album The Swiss Army Romance, a cui sono seguiti altri quattro dischi di sincero e pungente rock acustico. Anche l'ultimo e sesto lavoro in studio Alter the Ending continua nel percorso "roots" intrapreso dieci anni fa.

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Proprio in questa versione li vedremo stasera a Milano alla Salumeria della Musica, quando presenteranno il loro show intitolato "An Evening with Dashboard Confessional", dal cui titolo possiamo già intuire la natura acustica e intima che Chris Carrabba (voce e chitarra) e John Leffler (chitarra e pianoforte) daranno al concerto.

Nonostante un ritorno, in un certo senso, al sound del passato, Carrabba dice che non sa dove quest'ultimo album lo porterà. "Penso che nei prossimi 5-10 anni sarò ancora occupato ad ambientarmi, a imparare come reggermi in piedi", dice. "E penso che sia tutto ciclico. Prima o poi tornerò ad essere solo io e la mia chitarra. Ma spero che la gente capisca quello che sto facendo ora, qualunque cosa sia, e che accetti queste nuove idee. Sono sempre io; sto solo prendendo una strada diversa per arrivarci".

Sei un grande ammiratore di Tom Petty, Springsteen e Pearl Jam perchè loro sono riusciti nel corso degli anni a poter fare quello che vogliono, a lavorare solo col cuore, senza scendere a compromessi artistici.Ora che siete arrivati ad un certo livello, ti senti di poter confermare che anche tu riesci a far tutto col cuore?
"Sceglierne uno è difficile, soprattutto perchè si tratta di artisti estremamente differenti gli uni dagli altri, e mi riferisco a Neil Young e a Bruce Springsteen. Di certo condividono un’ideologia, se così posso dire: non scelgono il passo successivo da compiere in base al successo raggiunto con una canzone o un disco. Al lavoro successivo fanno comunque quello che pare a loro, seguono semplicemente la loro musa. Lo ammiro molto, per chi come me vive in una prospettiva differente. C’è il business musicale con cui io, inesorabilmente, mi confronto, e a volte non rema verso l’innovazione musicale. Loro possono permettersi di innovare, mantenendo inalterato il loro stile".

In merito alla questione discografica, hai un passato onorabilissimo con alcune etichette indipendenti e non hai avuto paura di autoprodurti i dischi, se necessario. Che idea ti sei fatto dopo così tanti anni di carriera alle spalle?
"All’inizio facevo tutto in casa, scrivevo i pezzi, li registravo, masterizzavo e li vendevo, così devo dirti che rispetto agli esordi tutto ovviamente è cambiato. Oggi mi ritrovo in una major ma il mio modo di comporre non è cambiato per niente rispetto agli esordi. Il cambiamento più che altro è mentale, cerco anch’io di ragionare più in grande. Ed è logico, dato che prima la vendita del disco era una delle tante cose che seguivo, un piccolo aspetto forse marginale all’interno dell’autopromozione e dell’autoproduzione".

Ascoltando Alter The Ending ho avuto l’impressione che molto sia cambiato rispetto a quei tempi, che tu sia cresciuto, che il tuo modo di comporre abbia acquisito spessore. Mi riferisco a Get Me Right, che prende interessanti direzioni melodiche rispetto alle tue vecchie canzoni.
"E’ interessante che tu mi chieda di Get Me Right, nel senso che Get Me Right è arrivata in un momento particolare del disco. Avevo scritto già cinque o sei pezzi, e non appena finii di scriverla ho provato una sensazione estremamente positiva. Sono cose che capitano di rado a noi musicisti, nel senso che non sempre riusciamo a metabolizzare in fretta questi cambiamenti repentini. Con Get Me Right successe esattamente il contrario: mi aprì la mente, e tutto ad un tratto capì quale fosse la direzione da seguire per il disco. Buttai via tutto quello che avevo fatto in precedenza, e mi rimisi a scrivere tutto. ‘Quella sarà la canzone d’apertura del disco’, pensai".

E da quel momento i disco ha presto tutta un’altra direzione...
"E’ successo qualcosa di molto intimo e personale. E come cambiare puzzle, perchè quello che stavi facendo ti ha stancato è troppo complicato e non ti appartiene. E il puzzle di Alter the Ending inizia proprio di lì".

Ho letto da qualche parte che con i Dashobard Confessional sei riuscito a far uscire al meglio i tuoi sentimenti. Ti esprimi meglio ora con i Dashobard che con le tue precedenti band (Vacant Andys, Further Seems Forever)?
"Meglio o peggio... davvero non so. Con tutti gli alti dei Vacant Andys e dei Further Seems Forever sono ancora molto amico, ci troviamo praticamente tutti i weekend a suonare dal vivo o a buttar giù canzoni. Non siamo più band in senso stretto, ma lo facciamo per puro divertimento. Con i Dashboard riesco a scrivere pezzi che con le altre band non sarei in grado di fare, vuoi per attitudini, vuoi per differenti situazioni che si sono create all’interno. E’ un mistero, ma succede tutte le volte che faccio qualcosa sotto il nome di Dashboard".

Assistendo ad un vostro concerto, si ha l’impressione che non ci siano confini netti fra I Dashboard e il pubblico che vi guarda. Puoi descriverci meglio le sensazioni che provate quando siete davanti al pubblico?
"Ti confermo che non ci siano di fatto confini fra me e il mio pubblico. E’ un momento magico, che mi spinge a fare cose impensabili, io che tra l’altro sono abbanstanza timido in abiti borghesi. Non so, non riesco a spiegartelo con parole chiare. E’ semplicemente l’estasi dei sensi e del proprio ego per un musicista".

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Come vivete il passare degli anni sul palco e il fatto che il vostro pubblico sia cambiato, sia anche cresciuto rispetto ai vostri inizi, sicuramente più teen oriented come audience?
"Mah, in definitiva non ci dispiace, nel senso che comunque noi siamo cresciuti negli ultimi dieci anni e allo stesso modo il nostro pubblico non è più quello teen o emo degli esordi, se è a questo che ti riferisci. Senza dimenticare il fatto che tutti cambiamo, crescendo. Poi, per quel che mi riguarda, mi interessa principalmente del mio modo di scrivere canzoni più che del modo in cui il pubblico reagisce”.

Detto ciò, cosa ti ha ispirato maggiormente nella creazione di Get Me Right?
"Sinceramente mi accorgo di quello che mi ha ispirato soltanto dopo, quando tutto è già conlcuso. Ascolto musica voracemente prima durante e dopo aver fatto un disco. Solo che mentre lo faccio non me ne accorgo. Una volta pronto, ascolto l’album in uno stereo di qualità e solo un quel momento penso: ‘Ah, ma senti come somiglia al cantante X o all’artista Y. Se ci penso bene, mi vengono in mente soprattutto cantautori, più che band. Lo si può apprezzare anche dal disco".

Che rapporto hai con i Couting Crows? Avere come backing vocals Adam Duritz non deve essere stato male, con la voce che si ritrova...
"Sono fan da sempre dei Counting Crows in generale e in particolare della voce di Adam. Da bambino li ascoltavo praticamente in loop, ero fissato con la loro musica. Ovvio che crescendo anche i miei gusti sono cambiati, fondamentalmente ascolto punk rock e hard core".


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