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Simona va veloce

07 Gennaio | Rolling Stone

simonagretchen2

Intervista via email Luca Garavini


Quando e qual è stato il primo approccio alla musica?
"Non potrei mai risalire alla prima volta che ho sentito un disco. Uno dei primi è stato di certo un album di Simon & Garfunkel, mia madre li ascoltava (e li ascolta) spesso. Risentire The Sound of Silence mi fa tutt'ora venire le lacrime agli occhi.
A suonare invece ho cominciato a 11 o 12 anni, non ricordo con precisione. Ero attratta da chitarre e tastiere".

In quali band suonavi in precedenza e che ruolo ricoprivi? Quanto contano quelle esperienze allo stato attuale della tua arte?
"Sono stata chitarrista di band indie-rock e punk. Poi bassista dei Karmica*, con i quali ho anche registrato un disco. Quelle esperienze mi hanno tantissimo: suonare molto dal vivo mi ha sicuramente temprato e dato le risorse per affrontare con maggior cognizione di causa ciò cui mi dedico ora. Ovviamente, non trattandosi di progetti di cui fossi io la mente, quel che non avevo mai fatto prima di decidere di diventare Simona Gretchen era scrivere testi. O sostenere un palco sola (cosa che poi mi sono trovata a fare nella stagione 2008/2009, portando nei pub e in qualche locale le mie canzoni e accompagnandomi con la chitarra)".

Se dovessi dirci un'artista al femminile che ammiri e di cui ti piacerebbe seguire le orme e una invece che non "senti tua", quali nomi faresti?
"Diciamo che le mie icone al femminile sono Nico, Pj Harvey e Patti Smith. In Italia la Carmen Consoli degli esordi e Nada.
Ma non è questione di seguire le orme di nessuno: certamente mi hanno influenzato ma non sostengo, dicendo questo, che la mia musica o qualche aspetto in ciò che scrivo e canto mi avvicini a loro è idea presuntuosa e fuori luogo.
Un percorso artistico che nel suo svolgimento negli anni mi ha deluso è stato per esempio quello di Alanis Morissette (senza nulla togliere a ciò che di buono e interessante ha prodotto: ho sempre pensato che il suo secondo disco sia un piccolo capolavoro)".

Ti senti femminista nel tuo modo di pensare?
"Sì. Ma nel rispondere mi trovo in uno stato assolutamente conflittuale, in quanto so perfettamente che questa risposta, comunque scegliessi di porla, potrebbe provocare infiniti fraintendimenti.
Nei confronti di numerose donne sarei molto più spietata di tanto mondo maschilista. Penso che le donne dovrebbero preoccuparsi meno di difendersi dal mondo degli uomini e prendere maggiore coscienza di sè. Quando si combatte una battaglia per ottenere le stesse possibilità e lo stesso potere di un'altra parte (che, peraltro, non è un nemico) penso sia buona cosa partire da un lungo, infinito esame di quelli che sono stati -e a volte continuano ad essere- i propri errori. E sento l'eco di troppi luoghi comuni per pensare che questo sia mai stato fatto a sufficienza. Sono una 'femmi-cinica'".

Che rapporto hai con l'altro sesso?
"Adoro gli uomini. E mi sono accorta via via che il mio modo di ragionare, sia pure per sommi capi, si avvicina molto più al loro che a quello di gran parte del mondo femminile. Non sarà un caso che me ne sia sempre circondata anche in ciò che faccio artisticamente".

Dove nasce questa tua vena scura e ricca di tensione nei tuoi testi, nel senso, nasce una o più esperienze personali o è più frutto di un'osservazione della società di oggi?
"L'esperienza personale ha decisamente dato vita a gran parte di ciò che ho scritto e registrato in questo mio primo disco.
Non mi piace parlare esplicitamente della 'società', preferisco farlo implicitamente, per immagini. Preferisco evocarla che tentare di descriverla. Fockus è una scheggia impazzita di appena due minuti di durata che, all'interno di Gretchen pensa troppo forte, rappresenta un perfetto esempio di ciò che tento qui di esplicitare: a modo suo costituisce un'invettiva, un episodio di critica sociale, che va al di là di questioni prettamente personali".

Cosa ne pensi dei tuoi coetanei e dei giovani d'oggi e come pensi vivano questa situazione di crisi?
"Mi viene da sorridere. Leggo: giovani d'oggi, e la tentazione di citare Manuel Agnelli e troncare qui (vedi traccia 18 di Hai paura del buio?) è forte, bisogna ammetterlo.
Ma farei dell'ironia facile e mentirei, vendendo per semplice una questione che non lo è affatto.
Vedo in realtà una spaccatura netta: da un lato una massa informe di invertebrati, con difficoltà nel capire cosa vogliono/cercano e insicurezze spaventose, cosa che li trasforma in caricature di se stessi (come succede a certi artisti che non vogliono suicidarsi -artisticamente, s'intende-, o a certi uomini di potere che mai lascerebbero la poltrona); dall'altro giovanissimi individui che mi sconvolgono con la loro lucidità (e ne parlo unicamente in termini di vivacità mentale/intellettuale una mente lucida può essere anche la più tossica), e che lottano beautiful losers? -, a modo loro, per non soccombere al vuoto".

Il tuo modo quasi declamatorio di cantare è stato a volte associato a quello di Giovanni Lindo Ferretti, altre a Vasco Brondi. Cosa ammiri dell'uno e cosa dell'altro?
"Di Giovanni Lindo Ferretti: l'eleganza e la raffinatezza che in sé univa all'attitudine punk; l'incisività della voce e dei gesti.
Di Vasco Brondi: la capacità e l'intelligenza che serve a parlare a molti, senza scendere a compromessi; l'efficacia di certe immagini che ha saputo evocare con fiumi di parole irruenti".

Ha senso per te oggi distinguere fra musica indipendente e mainstream? Quali sono per te oggi i canali in cui è possibile trovare spazio per la propria musica.
"Ha senso, ma riguardo a questioni prettamente funzionali. Le differenze stanno al limite fra due circuiti differenti, uno mainstream e uno detto degli indipendenti. Offrono possibilità diverse e ciò dà all'artista l'opportunità di scegliere quali modalità siano le più consone a portare avanti il suo personalissimo percorso. Il fatto che queste differenze esistano, per quanto la separazione a livello teorico dei due ambiti si consideri ormai superata, può costituire un valore aggiunto, non per forza una questione cui porre rimedio.
Io, il mio canale, l'ho trovato grazie all'incontro con un'etichetta indipendente che stava nascendo (Disco Dada Records). L'autoproduzione in senso totale e priva di supporti può condurre davvero solo in un caso su un milione a buoni risultati, né il supporto di una sovrastruttura, d'altro canto, li garantisce.
Trovare spazio per la propria musica non dipende solo da strategie scelte a priori, ma da una serie di numerosi fattori che combinati in vario modo possono finire o meno per gettare luce su una novità".

Con quali musicisti ti piacerebbe un giorno suonare?
"Sono troppi. Farò qualche nome italiano: Jacopo Battaglia (Zu), Andrea Appino (Zen Circus), Luca Ferrari (Verdena), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35, etc.), Franz Valente (Il Teatro degli Orrori), Dino Fumaretto/Elia Billoni.
Ovviamente si parla di sogni, trascurando completamente la realtà.
Ma, esercizio della fantasia a parte, il vero sogno nel cassetto che avevo per il 2009 si è avverato: Nicola Manzan ha suonato nel mio disco. E al di là del valore aggiunto che ha dato a Gretchen pensa troppo forte, collaborare con lui è stato un vero piacere (e onore) per me".


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