30 giugno 2011

“Faber was a hero to most, but he never meant shit to me you see...” Ok: Chuck D (in Fight the Power dei Public Enemy) si riferiva a Elvis Presley, ma lo scambio con Fabrizio De Andre’ calza a pennello. Non sono in pochi a pensarla così: a Genova esiste da tempo immemorabile una nicchia di appassionati di black music, con dj, serate e collezionisti di dischi che se ne infischiano di De André e della sua musica priva di soul.
Negli anni '70 della contestazione giovanile, De André ha trovato un terreno assai fertile dove costruire la sua carriera. Volente o nolente condivideva il pensiero comune basato sull’impegno e la militanza ad ogni costo: un intrico di belle speranze, aria di cambiamenti radicali, fermenti culturali, festival e concerti, ma anche dicerie, luoghi comuni, frasi fatte. Si contestava di tutto e molti erano facile preda di fanfaluche infondate e spesso razziste. Ad esempio era convinzione comune disprezzare la musica funk e soul degli afroamericani: “disco music” era un insulto, tuttora – a volte – recepito come tale. Termini molto in voga come controcultura e underground erano però vuoti di significato perché non spingevano ad abbandonare i pregiudizi. (La popolare rivista musicale Ciao 2001 aveva rubriche come “La voce dell’underground “ e “Underground & Pop”). Il semplice ascolto di un disco era condizionato dal preconcetto, e potevi facilmente incorrere negli anatemi dei vari signor Bertoncelli. Più che abbattere certe barriere, l’avvento dei cantautori teorizzava un nuovo conformismo musicale.
Questa intransigenza ha reciso, verso lo svolgersi dei ‘60s, quel filo conduttore jazz, leggero e swing che contraddistingueva la canzone italiana sin dai suoi esordi (il Quartetto Cetra, Natalino Otto, Buscaglione, Modugno, Marino Marini), ha nascosto la preziosa musica da film catalogandola come sottoprodotto (Umiliani, Piccioni, Micalizzi) solo perché spesso era la colonna sonora di film molto popolari ma disprezzati dalla critica, ma soprattutto ha impedito di fatto la crescita di una club culture nostrana e di un’educazione musicale aperta e libera da pregiudizi. Di conseguenza la musica di De André e colleghi se ne infischia della ricchezza sonora prodotta in quel dorato ventennio 1960/70. Fabrizio prende spunto dai chansonnier francesi ma si rifugia in un manierismo folk privo di qualsiasi groove e ironia. Il beffardo Serge Gainsbourg al contrario non si prende mai sul serio ed esplora uno ad uno tutti i migliori suoni in circolazione, pop e reggae, r&b e jazz, latin-jazz e afro, senza mai perdere un colpo. De André invece parte da Jacques Brel ma poi pesca i suoi suoni nella tradizione paesana, dialettale, ed etnica, eliminando con superficialità la parte ludica e la ricerca sonora. Genova -Piazza Portello -1973 circa- una enorme scritta campeggia sul muro accanto all’ingresso della discoteca Babboleo: “Covo di fascisti“.
In quel presunto covo di fasci (che ora è un negozio di profumi) ho passato parte della mia adolescenza, assieme ai miei coetanei tutti provenienti dai quartieri più poveri e terroni come quelli della Val Polcevera(Rivarolo Teglia). Nei limiti del possibile, per l’occasione, ci piaceva vestire bene, in quello stile Inglese tipico dei genovesi: camice bianche di Oxford, cravatte regimental, jeans Levi’s, scarpe Barrows, Burberry e anche camicie di flanella, Camperos, Rayban e capelli lunghi. Ma soprattutto ci piaceva ballare la disprezzata disco music (il soul funk di James Brown, Van McCoy, il Philly sound di MFS&B ma anche il funk rock tipo Rare Earth). Avevo già la mia piccola collezione di dischi, tutta roba bianca ( King Crimson, EL&P, Soft Machine, Genesis, Stones, Tim Buckley etc.) perché la black music, dischi blues a parte (Son House, Robert Johnson)ci si vergognava a comprarla, era considerata robetta per menti frolle, spazzatura. Potevi passare per un povero qualunquista. Già era difficile fare l’adolescente e non vergognarti dei genitori immigrati, ma queste stronzate erano nell’aria e dovevi farci i conti.
“La disco music era la rivoluzione. La disco era la libertà, solidarietà, amore... La disco era segreta, spirituale, underground… Era emancipazione” (Bill Brewster e Frank Broughton, Last night a dj saved my life, Arcana edizioni 2007). Alla fine si scoprì che in realtà era la scena disco nata a New York alla fine degli anni '60 ad essere underground e contro-culturale. Creata da un manipolo di dj italoamericani e afroamericani prevalentemente gay che suonavano dischi funk & soul, per un pubblico in maggioranza nero e omosessuale. Nel Loft di Davide Mancuso a Broadway, archetipo di tutte le discoteche, il melting pot era una realtà e “Love Is The Message”.
Non c’è da stupirsi che poi molti freaks di quella generazione degli anni 70 abbiano poi sfogato la loro frustrazione annientandosi o con l’eroina o con la P38. O semplicemente, smesso il guardaroba hippy e il fardello dell’impegno ad ogni costo, cantando spensierati “Figli delle Stelle “in un candido completo alla Travolta. Così come se niente fosse .Non ho mai capito perché non si potesse fare entrambe le cose, sia andare alle manifestazioni e ai concerti rock che frequentare le discoteche. Fortunatamente verso la fine del decennio è il Punk a fare un po’ di pulizia.
Qualcuno intravide un paio di svastiche e senza neanche prendersi la briga di capire cosa realmente stesse succedendo, etichettò subito i punks come nazisti e la loro musica rumore, spazzatura al pari della disco che, nel mentre, stava spopolando. All’alba degli anni '80 Genova diede vita ad un piccola,agguerrita e misconosciuta scena punk fatta di decine e decine di band, dj e serate musicali dislocate in discoteche periferiche (la disco ben spolpata dall’industria discografica era ormai solo una parodia e stava ritornando underground ). Fu una vera lotta far comprendere ai reduci del movimento e ai fricchettoni più incalliti il valore del punk rock. Eravamo cresciuti, più consapevoli, non ci si vergognava e il punk aiutò ad aprire ulteriormente le orecchie: nuovi fantastici suoni erano in arrivo, la scena disco stava dando i suoi frutti così come De André ci ha lasciato la sua di eredità: un manierismo dilagante che ostenta il medesimo frullato di influenze: balcani e klezmer, tarantole e tarantelle, terzomondismo e un po’ di ska o la loro caricatura. Il palco del 1 maggio è l’avvilente passerella di questo indistinto polpettone, dei Jovanotti sdoganati e dei numerosi poeti e menestrelli.



mecky
21 febbraio 2012
Lasciate stare Fabrizio, per la dignità intellettuale che dovrebbe distinguere l'uomo dalle bestie. Lui vi risponderebbe : "la pietà che non cede al rancore", io non ce la faccio. Vergognatevi.
unodeimilioni
5 settembre 2011
E' davvero molto carino questo metodo sulla base del quale arriva un illustre sconosciuto che stabilisce per decreto che un artista adorato da milioni di persone non vale niente ed ecco che come per incanto i milioni di persone dicono: ....azzo ma lo sai che questo Robertino ha davvero ragione, adesso vado a casa prendo i miei 20 cd di Fabrizio e li butto nel cesso. Caro Robertino, se tu avessi una sola unghia della classe e del carisma di Fabrizio De Andre forse potremmo evitare di intasare tutti i cessi d'Italia.
caietanus
22 luglio 2011
"Il punto è che in realtà De Andrè non è mai stato di moda; e infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano." N. Piovani Chi esce fuori dal circolo della semplice " moda " , ha raggiunto il sublime. Checchè voi ne diciate, la realtà è questa.
NincoNanco
18 luglio 2011
Avete rivoltato la frittata alla grande...d'altronde da una rivista (mi riferisco all'edizione italiana), il cui direttore, dopo aver messo come rockstar dell'anno lo psiconano, ha risposto che "come giornale di stile rock'n'roll non siamo interessati ai profili morali di questa designazione. Ci interessa molto di più l'icona pop", ci si può aspettare di tutto...ah,credo anche che non siate per niente in grado di poter nominare cose "nobili" come tarante e tarantelle...
cnoccioli
17 luglio 2011
Io cambierei lavoro..
mariocobuzzi
15 luglio 2011
Sinceramente,dalla rivista che ha compilato i 50 migliori momenti della storia del Rock escludendo i Deep Purple ma includendo Eminem prima,e formulato una delle classifiche sui migliori pezzi rock più scandalose che siano mai state formulate poi,non mi aspetto più niente da molti anni...Però, con questo pezzo vergonoso su De Andrè siete davvero riusciti a stupirmi! Bravi,continuate così,non mi deludete!!
CicaleccioConti
14 luglio 2011
Buona sera, in merito a questo articolo, vorrei solo e semplicemente dir poche parole, utilizzando le stesse che De André incise nella canzone "La Cattiva Strada": "E quando poi sparì del tutto a chi diceva "È stato un male" a chi diceva "È stato un bene" raccomandò "Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c'è amore un po' per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada" Credo che dovremmo imparare a rispettarci ed a rispettare il prossimo, un po' tutti, nel nostro paese.
maurizio63
12 luglio 2011
MI sembra una polemica inutile da parte di chi vuole farsi pubblicità alle spalle di una persona che non è fisicamente tra noi da dodici anni. L'ultimo numero della vostra rivista (che penso non comprerò più), cerca di uccidere un grande della musica ITALIANA, andando a colpire la persona prima ancora che l'artista. Ricordando che Faber ha tradotto (Dylan, Brassens, Brel etc.) e/o cantato in molte lingue (Genovese, Sardo, Piemontese, Napoletano), mi sembra che sputtanarlo come avete fatto voi di questa rivista cosi piena di pubblicità (siete proprio solo da Disco music) roba da riviste di serie b (lo siete oh se lo siete). Quando in Italia si ascoltava "Fin che la barca va" o "Andiamo a mietere il grano", lui cantava di "Vangeli apocrifi" o "Edgar Lee Master", questo per farvi capire che era avanti rispetto a tanti. Suonava con Reverberi, I Quelli (poi PFM), Nicola Piovani etc. Forse colpendo Faber, avete voluto colpire i cantautori Italiani, invece vi siete dimostrati poveri. Del suo carattere non mi fregava nulla, ne che bevesse o che fumasse in gran quantità, se ascolto "Anime salve", penso che abbiamo perso un grande. Voi continuate con la vostra Disco-Music da tammarri da case popolari e le vostre recensioni del cavolo, resterete a livelli bassi x sempre, nemmeno da paragonare ai vostri cugini statunitensi. Maurizio
Ludovica
8 luglio 2011
Compositore dell'articolo sopra pubblicato, una sola cosa avrei da dire. Anzi, alcune cose vorrei metterle in evidenza, per il resto non sta a me giudicare. In primis, di certo, non è stato di certo Fabrizio, a trarre dalla corrente del periodo gli "spunti" per avvicinarsi fan e popolarità. Cantava la vita di chi veniva di continuo nascosto agli occhi della buona Società, si faceva finta che quelle situazioni di disagio così accentuate non scaturissero che da decisioni proprie di condurre una determinata vita. Mi dispiace, ma la contraddico volentieri rispetto a ciò: mi saprebbe mica dire chi, in quel momento, con DC e PCI che creavano guerriglia tra i loro candidati, con Neofascisti che volevano invadere spazi importanti della Genova democratica, con finti borghesucci che si atteggiavano a frequentare locali in stile Hollywood, poteva permettersi il lusso di far propri ideali che non gli corrispondevano?! De André, per lei, ha catturato solo ciò che gli faceva da tornaconto, no?! Caro Signor Roberto "The Dubmaster Spillus" Agus, una cosa di sicuro non è dalla sua ignoranza contemplata: Fabrizio, fino al '68, era totalmente sconosciuto, per via delle sue canzoni "SCOMODE" e inusuali. Fino al '68, Fabrizio dovette dedicarsi a fare il Padre di Famiglia per non gravare sull'economia dei suoi genitori. Fu così che, nel 1968, decise di ritornare all'università tentando di recuperare la strada ben intrapresa anche da suo fratello Mauro. Il padre sognava un futuro da avvocato per Fabrizio, e lui si rese conto che, forse, la musica non lo avrebbe fatto vivere. Se, nel 1968, Mina non avesse cantato la Canzone di Marinella di Fabrizio, oggi nessuno o quasi conoscerebbe Fabrizio. Quei pochi, e non mi ci metto anche io in mezzo con prepotenza, sarebbero davvero in grado di comprendere Faber. Se Faber è noto, però, non è di certo grazie ai suoi "Finti" ideali, cui gravarono all'epoca pesanti censure e, un paio di volte, anche denunce!!! Legga Fabrizio, legga chi lo ha conosciuto e chi lo apprezza. Legga l'Italia, non circoscriva il suo spazio culturale ad un ambiente sputtanato come il Soul americano. Fabrizio era ITALIANO, non aveva bisogno di musiche "poliglotte" su ORDINAZIONE.
guy_fawkes
8 luglio 2011
Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori... Se il letame secondo il diamante Agus è De Andrè, allora il dubbio è risolto almeno De Andrè ha contribuito alla nascita di qualche fiore, il diamante invece...
greenluis
7 luglio 2011
DISCORSO VALIDO ANCHE PER CHI HA DECISO DI METTERE DE ANDRE' IN COPERTINA.
greenluis
7 luglio 2011
AGUS CRITICA DE ANDRE' PER RICEVERE PUBBLICITA' DALLA SUA FAMA. NULLA DI PIU'... SE AVESSE PARLATO DELLA SCENA PUNK E DISCO MUSIC A GENOA NON L'AVREBBE FILATO NESSUNO. CRITICARE DE ANDRE' PER SFRUTTARNE LA POPOLARITA' E' UN'AZIONE BIECA E SENZA STILE. CHE TRISTEZZA
NancyHC
7 luglio 2011
Vorrei parlare dell’articolo sull’ultimo numero di Rolling Stone, lo trovo a dir poco vergognoso e che provochi a dir poco urti di vomito senza sosta. Sono un susseguirsi di paragrafi che dicono sempre la stessa cosa, quindi fanno diventare questa composizione da cerebrolesi, pure prolissa. L’articolo comincia con ““Faber was a hero to most, but he never meant shit to me you see...” detta da Chuck D nei confronti di Elvis e, invece, il giornalista la pone nei confronti di Fabrizio, beh io vorrei proporre la mia versione nei confronti di Roberto “The Dubmaster Spillus” Agus “You were not a hero to anyone, and you will mean shit to me you see…” non so se ho reso l’idea. De Andrè è da considerare tutt’ora, anche dopo la sua morte, uno, se non il più grande, anarchico di tutta Italia, solo una persona senza neuroni può affermare che seguisse ideali comuni, perché l’Anarchia non è un ideale comune. Poteva anche fumare e bere troppo ed essere irascibile, ma ciò di certo non gli ha mai tolto l’intelligenza, né la passione che poneva nelle liriche. Direi oltretutto che mi sembra piuttosto scontato il fatto che non tutta Genova ascoltasse e impazzisse per Fabrizio, beh, abbiamo scoperto l’acqua calda! Di certo una persona con ideali molto diversi dai suoi, trovo difficile che lo possa amare, come una persona che ascolta solo disco music non prediligerà certo per lui, ergo il discorso fatto a riguardo era assolutamente una delle più grandi idiozie che io abbia mai letto in vita mia (subito dopo l’articolo intero, ovviamente). Penso proprio che De Andrè si sia rivoltato nella tomba dopo queste affermazioni e sono sicura che se fosse ancora in vita si sarebbe fatto grasse risate da tanta pena gli avrebbe fatto il signor Roberto “The Dubmaster Spillus” Agus perché è proprio questo che fa: PENA. Provo pena per una persona ignorante, senza gusti musicali e direi, considerato come ha descritto il suo abbigliamento all’epoca, i vestiti era un simbolo politico, quindi doppiamente ignorante, oltretutto attaccare una persona che non c’è più è da ignorante ai massimi livelli, oltre che meschina, per cui le consiglio di andare a studiare, farsi una cultura, leggersi tutti i testi di De Andrè e capire cosa sia l’Anarchia, che di certo, caro mio, non è un ideale comune per gente stupida quanto Lei. Ah, dimenticavo oltre a tutto ciò le consiglio vivamente di ritirarsi il più lontano possibile per la vergogna che deve provare dopo la pubblicazione di un tale scempio e di andare a farsi una vita. Saluti anarchici
Luthien
6 luglio 2011
http://litskeight.wordpress.com/2011/07/06/che-bella-compagnia/ Ecco come la penso...l'ha scritto qualcun altro, ma va bene lo stesso. Tanti cari saluti.
pholas
6 luglio 2011
Senti un po' genoano do belin se vuoi parlare di calcio hai sbagliato sede. Di cavolate ne ha già scritte l'autore dell'articolo e mi sembra non sia il caso di supportarlo con altre bestilità che escono dalla tua tastiera. Se invece vuoi parlare di De Andrè sappi che io sono nato e vissuto con la sua arte e che non è certo il colore sociale di una squadra a farmi cambiare idea sulla grandezza di un grande.
pholas
6 luglio 2011
Senti un po' genoano do belin se vuoi parlare di calcio hai sbagliato sede. Di cavolate ne ha già scritte l'autore dell'articolo, e mi sembra non sia il caso di supportarlo con altre bestilità che escono dalla tua tastiera. Se invece vuoi parlare di De Andrè sappi che io sono nato e vissuto con la arte e che non è certo il colore sociale di una squadra a farmi cambiare idea sulla grandezza di un grande.
cells
6 luglio 2011
Caro marinaio69 non mi stupisce che tu non riesca a capire la poesia nella parole di De André, sono consapevole che la poesia non è per tutti, occorre anima e cuore. E poi vorrei farti una domanda, sei mai stato ad un derby? Non c'è partita che dalla nord non parta il coro "ma se ghe pensu". Dalla sud non l'ho mai sentita, anzi la fischiate quando la cantiamo. Magari, se la sentite vostra, potete provare con Calabrisella mia.
cabernet
6 luglio 2011
Non capisco il senso dell'articolo, De André può (ovviamente) piacere o non piacere, ma non ha nulla a che vedere con i molti strafalcioni scritti sopra. Lui si serviva della musica per raccontare l'uomo, la sua vita, le sue fragilità. Ha saputo portare al centro della considerazione chi da sempre era considerato e collocato ai margini della società. Probabilmente la sua musica poteva anche essere altra, soprattutto per il primo periodo era quasi un supporto a "servizio" delle parole. Beninteso per me era straordinaria, ma capisco che a non tutti potesse piacere. Ma nel suo caso non si può prescindere dal testo, da quello che voleva comunicare, della curiosità che trasmetteva, in modo silenzioso, portando l'ascoltatore, quasi senza accorgersene, a leggere Spoon River o i Vangeli Apocrifi o ad ascoltare Brassens, Cohen, Dylan.... a sostituire la parola "tolleranza" con la parola "rispetto". Quindi, si, tiriamolo giù dall'altare, sul quale lui per primo si sentirebbe molto a disagio, anche e soprattutto per evitare di parlarne a mente vuota.
carli30
5 luglio 2011
per prima cosa mi sembra d'obbligo dover chiarire che chiunque, indipendentemente da età, sesso ecc, definisca "superficiali" le scelte di fabrizio de andrè in ambito musicale di fabrizio de andrè non ha capito proprio NULLA. faber è qualcosa di talmente grande da trascendere il semplicistico e SUPERFICIALE discorso del genere musicale... parliamo di un uomo che ha scritto testi del calibro di "anime salve", "amico fragile". come si può anche lontanamente paragonare la musica disco ecc con questo? con quale coraggio? con quale udito??????? per carità sono sempre stata una fan della musica black ma per favore, siamo seri! definire il patrimonio che quest'uomo ci ha lasciato come un insieme di musichette paesane stile tarantella, tarallucci e vino.... è vergognoso e la dice lunga su come vadano le cose in questo paese. un suggerimento per l'autore di questo schifo: de andrè si sente e non si ascolta, non si tratta di una melodia orecchiabile, di un bell'assolo di chitarra (che comunque ci sono).... si tratta di te, di me, di tutti noi... "se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo". se presti attenzione ti rendi conto di quanto le storie da lui raccontate, le riflessioni ti appartengano. ti auguro di arrivarci un giorno.
marinaio69
5 luglio 2011
a me de andrè non mi è mai piaciuto! non ci trovo nulla di poetico nelle sue canzoni...ed ovviamente non critico coloro a cui piace ci mancherebbe.. vorrei rispondere al C1enuano che dice che de andrè lo fischiamo al derby per il solo fatto che di canzoni cosiddette genovesi ce ne sono molte come "ma se ghe pensu "e altre canzoni di bruno lauzi..tutte le volte si sente sta lagna tremenda che fa venir il latte alle ginocchia.... vantarsi di esser genovesi soprattutto per coloro che sono nati dentro un consolato britannico mi sembra DAVVERO arduo... ma l'importante è come si dice a roma, CREDERSELA...è stato anche secondo me SOPRAVVALUTATO sotto tutti aspetti...
diwa130
5 luglio 2011
Una analisi la tua che non ha ne' capo ne' coda ! Ti sei dimenticato Dylan, Woothrie , Joan Baez e tutta la tradizione folk americana cui molti cantautori italiani si sono rifatti, non ultimo De Andre'. E' vero che era un periodo di contestazione e la "disco" era considerata una roba da minorati, fino a quando non sono arrivati i Bee Gees, che hanno dato una svolta ad una musica che faceva schifo e l'hanno portata a livelli finalmente ascoltabili. Poi che cosa vuol dire che a Genova c'era gente che ascoltava altra musica. Ma dico, che cavolo di analisi e', cosa c'entra con i contenuti delle canzoni di De Andre' cui va anche dato il merito di aver liberato il dialetto dalle pastoie delle vecchie trite e ritrite ballate popolari per dargli un posto nella musica moderna. Approccio ripreso da Pino Daniele e da tanti altri molto tempo dopo. Nel parlare della tradizione musicale "ricca" ed "italiana" del Quartetto Cetra con lo swing (che nasce a New Orleans non a Pontecagnano), ti sei dimenticato della rivoluzione Beatles, la cui onda lunga ancora manda acqua alla musica di oggi !!! Questa "ricca tradizione italiana" e' stata spazzata via, non solo in Italia ma in USA, in UK. Poi hai superato te stesso parlando della pulizia portata dal Punk. Per dirla alla napoletana, dal punto di vista musicale "una chiavica !!!" Tolte poche eccezioni che hanno preso le distanze subito da quella specie di hard rock di peracottari (bastava mettere un distorsore alla chitarra, martellare due note sul basso e sparare improperi ed eri "punk). Infatti Police, Pretenders, Talking Heads, Clash, hanno poi dimostrato il loro valore suonando tutt'altro. Semplicemente Rock, con tutte le contaminzioni. Ti sei dimenticato di Marley, ma dico piu' leggo il tuo articolo per trovarci un senso e piu' trovo aspetti sconcertanti. Sembra quasi che il tuo scopo preciso sia quello di "sputtanare" De Andre'. Di che non ti piace e in due parole abbiamo capito tutti, senza ricorrere a ricostruzione pseudo-storiografiche sulla musica, perche' o non lo sai fare o hai la memoria molto corta.
cells
5 luglio 2011
Caro Agus, da genovese ti dico che De André a genova è amatissimo. Gli unici che non lo ascoltano e anzi, lo fischiano, sono i samBdoriani solo perchè Faber era genoano e loro non sono genovesi. Saluti anarchici.
MatteoStaffa
5 luglio 2011
Non capisco il senso dell'articolo. E soprattutto non capisco la critica fatta a De Andrè.. L'accusa è quella di non aver suonato musica disco?! E poi, davvero lei vuole sostenere che Faber non ha fatto ricerca musicale con i suoi lavori? Almeno ascolti i dischi prima di scrivere certe cose. Io penso semplicemente che il più grande poeta che l'Italia del novecento può vantare sia stato lui..uno che scriveva cose con un senso molto profondo: tutto ciò che lei ha meticolosamente evitato di fare con questo articolo.
valongo
5 luglio 2011
Mi commuovo anche a farne il copia&incolla;. Te la regalo, magari ti aiuta ad uscire dalla confusione. Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tritolo, è quasi indipendente ancora poche ore poi gli darò la voce il detonatore. Il mio Pinocchio fragile parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale di me non farà mai un cavaliere del lavoro, io sono d'un'altra razza, son bombarolo. Nello scendere le scale ci metto più attenzione, sarebbe imperdonabile giustiziarmi sul portone proprio nel giorno in cui la decisione è mia sulla condanna a morte o l'amnistia. Per strada tante facce non hanno un bel colore, qui chi non terrorizza si ammala di terrore, c'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo, io sono d'un altro avviso, son bombarolo. Intellettuali d'oggi idioti di domani ridatemi il cervello che basta alle mie mani, profeti molto acrobati della rivoluzione oggi farò da me senza lezione. Vi scoverò i nemici per voi così distanti e dopo averli uccisi sarò fra i latitanti ma finché li cerco io i latitanti sono loro, ho scelto un'altra scuola, son bombarolo. Potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani, io vengo a restituirti un po' del tuo terrore del tuo disordine del tuo rumore. Così pensava forte un trentenne disperato se non del tutto giusto quasi niente sbagliato, cercando il luogo idoneo adatto al suo tritolo, insomma il posto degno d'un bombarolo. C'è chi lo vide ridere davanti al Parlamento aspettando l'esplosione che provasse il suo talento, c'è chi lo vide piangere un torrente di vocali vedendo esplodere un chiosco di giornali. Ma ciò che lo ferì profondamente nell'orgoglio fu l'immagine di lei che si sporgeva da ogni foglio lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo, ma in prima pagina col bombarolo.
Paolo21
5 luglio 2011
Allora, qui è d'obbligo lasciare un commento. All'articolo in particolare e al numero in generale. Nessuno intende santificare De Andrè. Ma il vero snobismo è di chi vuole sempre, costantemente, rileggere la storia. Se così fosse, dovremmo presto arrivare a smitizzare anche la disco music, il punk, il soul, l'emancipazione, ecc.. Il mito puro non esiste - e nessuno vuole elevare de Andrè a mito puro. Solo gli ingenui non sanno (ma è poi una nozione così ovvia) che non esistono uomini privi di errori, confusioni, contraddizioni, difetti, oscurità, ecc.. Credo che, anzi, il loro fascino possa emanare anche da queste caratteristiche. De Andrè per primo si considerava un borghese, isolato, pieno di contraddizioni, e soffriva del suo non intervenire direttamente nelle cose della Storia, e di farlo solo (peraltro senza effetti) attraverso il medium culturale della canzone. De Andrè per primo - basta leggere qualche sua intervista - sapeva benissimo dell'incompatibilità di fondo tra vita-mentalità borghese e anarchismo - e conviveva in questa contraddizione, sopportandola. Nessuno, tantomeno lui, ha mai pensato alla sua perfezione di uomo - essendo, per altro, la perfezione preclusa all'uomo, ad ogni uomo, in quanto tale. (Ma non avete mai ascoltato veramente le sue canzoni? Non è proprio questo, in fondo, che vi si dice - la colpa come costituitiva dell'uomo, di ogni uomo, e l'impossibilità di redenzione, di santità, di trascendenza rispetto a questa condizione? E la conseguente superficialità del giudizio morale, su ogni azione che l'uomo compie? Questo, aldilà del fatto che il discorso sia condivisibile o meno.) In quanto alla sua produzione artistica, è vieppiù fastidioso il rinnovato snobismo contro i cantautori e il loro snobismo. Ma davvero tutta la canzone d'autore è solo accademismo e manierismo? Davvero non c'è nessuna differenza con le canzoni di Sanremo? Siamo arrivati a un punto tale da non riuscire più a distinguere l'artigianilità elegante, la parola ricercata, il contenuto più significativo, la voce più sofferta, del cantautorato in generale, di contro alla patina sentimentale di qualsiasi canzonetta? Il fatto che la canzone sia un fenomeno borghese non ne inficia minimamente la validità estetica e culturale. Anche Marx, se è per questo, era un borghese, e il Capitale era un libro borghese, scritto in una lingua borghese, letto da borghesi, ecc.. La cultura è borghese in quanto tale. Il popolo non produce cultura. Piantiamola con quest'idea della spontaneità ingenua del popolo (del non-culturale) che dà origine alla cultura fertile e vitale di contro al conformismo accademico della borghesia. Anche la canzone folk, che noi conosciamo, è la versiona e borghese e patinata, leccata, del vitalismo popolare originale. Il popolo è in quanto tale pre-storico, pre-culturale, e quindi se si vuole fare cultura bisogna essere borghesi. Altrimenti si scade nel vitalismo qualsiasi e nella ruspanteria priva di contenuti di qualsiasi manifestazione "spontanea" di pseudo-cultura. L'ufficialità e l'istituzionalità della canzone deandreiana - e di buona parte di quella del cantautorato italiano - deriva proprio dal fatto di voler fare qualcosa di pensato, con una forma, un valore, un'artigianilità, un'estetica, che si riallacciasse, in un qualche modo, magari da figlia "minore", alla grande tradizione culturale (poetica, letteraria, e - perchè no? - filosofica) non solo italiana ma addirittura europea. Anche de Andrè perlava id un "filo rosso" che congiungesse questi due mondi (la contemporaneità culturale (essenzialmente pop) e il passato della tradizione). Questo, per quanto mi riguarda, lungi dall'essere un limite, è uno straordinario segno di libertà. Il resto è giovanilismo d'accatto, buono per qualsiasi periodo, lui sì veramente conformista, in nulla differente dallO "yo yo" di un qualsiasi rapper di Mtv o dalla finta ribellione priva di ideali, di senso, e di serietà. Questa non è emancipazione, ma vacuità e menefreghismo. In quanto all'assenza di ironia, evidentemente non consocete de Andrè, che ha scritto molte canzoni ironiche, satiriche, dissacranti, e conosceva benissimo l'arma dell'ironia e il suo effetto. Non c'è bisogno di ricordarle perchè sono di ovvia conoscenza. Ma l'ironia, lo scherzo, il lazzo, ecc., non sono affatto la negazione della serietà, il divertimento imbelle, la disco music che se ne frega di tutto (e in cui la libertà secondo questa concezione consisterebbe). Sono al contrario una cosa serissima e di altissimo valore, per produrre e comprendere la quale occorre intelligenza e sensibilità, e dunque cultura, e dunque borghesia. Non se ne esce. Quindi, tutto ciò che si dice su de Andrè come suo lato negativo, è proprio il motivo per cui bisognerebbe adularlo, lui e pochi altri, e finirla di voler sempre riscrivere la storia e liberarci dei miti e dei punti di riferimento. Anche questo è un mito di cui liberarsi, forse il primo di tutti.
maxygroove
5 luglio 2011
Caro Dubmaster, devo dire che il tuo bell'articolo sulla genova a cui non glie ne frega niente di de Andrè ha scatenato le ire degli adoratori del culto Faberiano. Io da genovese/genoano/anarcosituazionista non posso che capirli visto che è dall'adolescenza che mi nutro dei versi del fighetto albarino. Di certo non mi aspetto che i lettori della rivista "rock'n'roll" possano capire la tua sardità e la tua nota parentela con i rapitori della coppia vip in supramonte. Ma del resto ognuno ha i suoi miti: chi Graziano Masina, chi Wess e Dori Ghezzi (anche se dovrai riconoscere la lungimirante blackitudine della Biondina). Del resto i lettori di Rs non possono sapere dei retroscena che stanno dietro a questo numero, l'attrito tra la Vecchiazza e Cristiano D.A. relative alla presunta ingerenza nelle questioni Eridania o la nota connivenza di FdL con oscure frange degli Ultras Tito Cucchiaroni. Comunque io ne sono certo De Andrè se ne fotterà di RS, come se ne fotteva di suo padre e di tutti i benpensanti. Una questione del tutto genovese è come se la rivista avesse intitolato "Clamoroso De Andrè è un albarino" (nda Albaro quartiere residenziale di Genova), una questione che interessa solo i genovesi con il loro proverbiale invidioso livore. Perchè poi quel che rimane è l'arte e non è colpa di nessuno se DA cantava quello che sentiva, quel luvego salmastro che accompagna la vità genovese, quel clima di sconfitta di un popolo che ancora oggi contrappone un atteggiamento stupidamente orgoglioso e proletariamente snob nei confronti di chiunque. Vogliamo buttarlo giù dall'altare? echissenefrega. Vogliamo far vedere le sue ville e i suoi natali e facciamolo, rimangono le parole e le visioni, la capacità di rappresentare la confusione, il cinismo e l'anima di una classe sociale che come sempre è stata materializzata da un appartenente di una classe "superiore", ma DA si sentiva cosi dalla parte degli ultimi non passava il suo tempo nei salotti della borghesia genovese/italiana/internazionale ma a spaccarsi il fegato dove gli capitava, non era felice, si sente in ogni suo verso, ma per questo è tanto amato perchè anarchicamente si è posto nella terra di mezzo della non appartenenza..........ah cmq......anche se vi sentite assolti siete per sempre coinvolti.........
costellodm
5 luglio 2011
L'eredità di De Andrè è fatta di testi che sono veri e propri testi poetici..oltre al fatto che era un grande sperimentatore anche sul versante musicale..io non ho parole trovo questo articolo senza senso..semplicemente delirante..dopo aver dedicato una copertina a berlusconi questa è la goccia che fa traboccare il vaso..questo giornale è indegno di essere letto..per favore occupatevi di altro e non di musica e cultura..parlate di gossip che forse vi riesce meglio..
pholas
4 luglio 2011
Rimango abbastanza basito nel leggere un articolo di simile livore verso un gigante della nostra cultura, uno dei pochi cantautori italiani, forse l'unico con Guccio, a finire direttamente, e per meriti enormi, nelle antologie dei licei. Anche io ho vissuto direttamente quegli anni ed anche io sono sempre stato musicalmente onnivoro non vergognandomi, né ieri né oggi, di ascoltare una moltitudine di generi che mal si amalgamano tra loro ma privilegiando comunque la qualità ed infischiandomene delle tendenze. Ad esempio del punk, forse il filone cui sono più distante per affinità, apprezzo comunque il suo ingenuo tentativo di rottura, per altro riuscito, su un movimento musicale che andava fossilizzandosi, ma sempre nel fenomeno punk posso tranquillamente affermare che c'era gente incapace di suonare e con poche idee, come ad esempio i Sex Pistols, e personaggi di enormi potenzialità e di ottima tecnica quali ad esempio i "Dead Kennedys". La tua acredine contro Faber, peraltro ingiustificata se non da elementi personali ed opinabilissimi, è invece senza alcun spiraglio e senza alcun distinguo. Dice bene webmichi se uno non capisce la statura di De Andrè e lo bolla come "insignificante" è meglio che stia zitto o che argomenti in maniera netta ed inequivocabile quello che afferma. Ovvio che solo un pazzo potrebbe argomentare "plausibilmente" l'assoluta inutilità di uno dei grandi del novecento italiano e soprattutto con conclusioni banalmente arroganti che certificano unicamente quanto poco il "giornalista" comprenda delle opere di faber. E come se io filosofeggiassi sulla meccanica quantistica pretendendo di essere credibile e non contento di ciò pubblicassi anche un articolo su un giornale specializzato. Forse il sig. Agus, nel suo peregrianre alla ricerca del suo nirvana musicale, non ha mai provato a sedersi intorno a un tavolo insieme ad amici, quando l'uscita di un LP importante era un evento e non un fastidio, ad ascoltare in religioso silenzio le due facciate del disco, a rimirarne la copertina, ad annusarla, quasi per prenderne pieno possesso fisico, ed alla fine dell'audizione ad esternare le proprie impressioni rimarcando, per esempio, se era cambiata la musica o se piuttosto i testi avevano preso una direzione "ostinata e contraria". Mi è successo la prima volta con "Storia di un impiegato" nel 1973, tempi felici di critica costruttiva ma anche precursori di feroci processi, vedi De Gregori, tuttavia sicuramente onesti nelle intenzioni se non nella forma. Un'onestà che davvero non riesco ad intravvedere nemmeno in una frase dell'articolo pubblicato. Grossa occasione persa per parlare, come si converrebbe, di Faber.
Fayenz
3 luglio 2011
Capisco che i giornali si stanno trasferendo su internet e che gli articoli siano immessi a una velocità quasi istantanea, ma questa velocità non può andare a discapito dell'ortografia e della sintassi. Sui giornali che il signor Agus disprezza -Ciao2001- il suo sfogo spocchioso sarebbe finito a malapena nella rubrica delle lettere al direttore, dopo la correzione della redazione. Su quei giornali popolari si faceva attenzione alle esigenze della lingua scritta, rispettando i lettori e gli artisti. Per fare critica bisogna essere competenti, non smargiassi.
ddarko
3 luglio 2011
Pienamente d'accordo con WebMichi. Parole sante (soprattutto il finale), ti stimo.
WebMichi
2 luglio 2011
A occhio dovrei avere la stessa età dell'autore dell'articolo. Io quegli anni a Genova li ho fatti tutti, e non certo restando chiuso in casa. Ho vissuto la mia città fino in fondo, e non sono restato sopra le parti, ne ho fatto parte con l'entusiasmo e le spese del caso. Avevo amici un po' ovunque, a prescindere dai luoghi frequentati e dall'abbigliamento scelto. Non ho mai apprezzato caste e sette di nessun genere, e credo che la trasversalità sia stata mia prerogativa certa: in musica questo ha significato per me spaziare dalla west coast al r&r più tradizionale, dal blues delle origini al cool jazz dei '50-60, dal southern rock al prog, dalla scuola di Canterbury al soul e r&B, dal country al Philadelphia sound. E di fronte ai vari taliban di questo o quello partivano dei sonori vaffanculo, a preservare il diritto e l'orgoglio di andare a pescare dove mi pareva e quello che mi pareva. E proprio per questo motivo che mi sorprende l'acidità e la superficialità della conclusione contro De Andrè, che io personalmente giudico un'enormità del nostro secondo novecento. Non piace? Legittimo che sia così. Ma parole quali "manierismo dilagante" e di "indistinto polpettone" non colgono neppure una virgola dell'eccezionalità di quell'esperienza. Curiosamente è proprio nel riferimento alla musica da film (anche a me è sempre piaciuta) che posso ricordare come uno dei suoi massimi interpreti, Nicola Piovani (ho avuto la fortuna di vedere il suo splendido il suo "Concerto Fotogramma"), sia stato colui che in maniera più deciso ha difeso la storia e la figura di Faber come uno dei capitoli ineludibili della musica italiana contemporanea. Che Agus possa ricordare con fastidio le "ghettizzazioni" (stupide) di questo o quel genere e di chi lo ascoltava è comprensibile, ma resta un problema suo che non dovrebbe portarlo a sputare gratuitamente veleno. Io per dire "viva Faber" non ho bisogno di dire "abbasso gli altri", lui per fare l'opposto evidentemente sì. E spiace leggerlo.
Santana
2 luglio 2011
Tutto questo livore per De Andrè e la sua città, forse perchè c'è anche una Genova che non frega niente di “The Dubmaster Spillus”?. Non puo' esistere una cosa insieme all'altra? A me sembra che anche De Andrè ha una grande anima come il rhythm and blues ha. Parli come uno che vuole fare parte a tutti i costi di una nicchia, di una elite. Ma sei mai andato a New York o hai solo letto il libro di Brewster? Io ho i capelli bianchi e fino al 1983 ho vissuto nel Village, Sixth Avenue, all'angolo della nona e ti assicuro che in quei locali dagli anni 60 i dancers suonavano dischi rock e soul e i dischi di De Andrè li trovavi anche lì mentre c'era la disco music. Sembra che tu parli per sentito dire. Non basta aver letto qualche libro, bisogna averle vissute certe esperienze e senza aver mai messo il naso fuori dal paesello certe cose non si possono capire. Evidentemente sei un italiano bianco, fattene una ragione.
emiliof
1 luglio 2011
Che ci azzecca dedicare una copertina a de André per poi denigrare la sua musica? Si tratta di una vile e bieca operazione di marketing? Dovete catturare attenzione per riprendervi fette di mercato perdute? Non che la cosa mi scandalizzi ma trovo questo spunto provocatorio anti-De André assai puerile per una rivista che ha fatto da sintesi e da stimolo a importanti decenni di storia della musica. Se poi si intende esprimere un giudizio critico su un periodo musicale italiano ricco di contraddizioni, allora sarebbe bene aprire un dibattito storico e sociologico per affrontare su un altro terreno il confronto (questione già riaperta e trita e ritrita negli anni 80 e 90). Ma lasciate stare De André, non perché sia intoccabile, ma perché ha insegnato ed ancora insegna a diverse generazioni che la musica è mestura tra diverse creatività, è incontro tra culture. E può essere di una sporca bellezza anche quando non è soul, anche quando non è rock, soprattutto quando non è Disco! La dignità si distingue quando pur nella critica si sa portare rispetto...
Rio
30 giugno 2011
"La disco music era la rivoluzione. La disco era la libertà, solidarietà, amore... La disco era segreta, spirituale, underground… Era emancipazione." Viene da pensare. Da allora quanta strada abbiamo fatto. All'indietro. :-/