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Dal rock on the stage

Francesco Mandelli: «Gli anziani non muoiono più»

Nonostante il make-up, il “padre” dei Soliti idioti è riuscito a parlarci dello sbarco al cinema della serie cult

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07 novembre 2011

Di Matteo Maresi

«Ma sa di soffritto, Eddài cazzooo!». La scena si svolge attorno a un tavolino del Bar Basso, storico ritrovo della Milano da bere. Francesco Mandelli aspira con la cannuccia il suo pranzo, del sugo (e non succo) di pomodoro servito in uno di quei bicchieroni dove si dice sia nato il “Negroni sbagliato”. Niente cibo solido, per il co-protagonista de I soliti idioti: masticarlo vanificherebbe quattro ore di make-up che hanno trasformato il Nongio in Ruggero, il vecchio papà puttaniere alle prese con un figlio nerd e perbene (Fabrizio Biggio). Approfittando della vicinanza alla nostra redazione, abbiamo invaso il set e, già che c’eravamo, abbiamo pure scroccato un lunchbox «gentilmente offerto da Pietro Valsecchi», ci dicono. Ovvero il produttore che – dopo i successi al botteghino di Checco Zalone – ha trasformato in film la serie di sketch partita in sordina su Mtv nel febbraio del 2009 ed esplosa in Rete con il passaparola (e qualche milione di contatti). Qui sul set, Francesco è totalmente calato nel personaggio – uno dei tanti che vedremo in scena – e mi sta spiegando in slang romanaccio l'origine delle gag “Padre-Figlio”, forse una delle rappresentazioni più tragicomiche e allo stesso tempo oggettive della società italiana degli ultimi anni. Con quella faccia, può lasciarsi andare: «Un tempo gli anziani morivano. Ti lasciavano la casa, i soldi e il lavoro. Ora non muoiono più. Perciò tu arrivi a 40, 50, 60 anni e non hai né la casa, né i soldi, né il lavoro, ma il vecchio sul groppone!». Ottimo.

E i tuoi genitori, che tipi sono? Nonostante abbiano una sessantina d'anni, lavorano ancora e ancora rompono le palle (ride). Solo in Italia è così. In America puoi avere 20 anni ed essere miliardario. A 20, qui, sei considerato uno che si deve pulire il latte dalla bocca. La coppia Padre-Figlio è nata fin da subito come parodia di un sistema? No, è stato tutto casuale. Avevamo fatto una puntata zero che aveva per protagonista un figlio e io facevo il padre, ma era una parte marginale. Da uno spin-off di questa gag, che poi non è mai andata in onda, è spuntato fuori il personaggio del padre – età presunta 60 anni, però è ridotto malissimo perché ne ha viste di ogni. Ha vissuto, ha fatto il ’68: appartiene a una generazione che si è drogata, ha scopato, è andata a St. Tropez...

E allora perché è così incazzato? Secondo me è più la noia di uno che adesso ha 60 anni, si sente inutile e non ha più un cazzo da fare. Così entra continuamente in camera del figlio a rompergli i coglioni. Quello lì si sta facendo i cazzi suoi e lui lo porta a rubare al supermercato, ha quest'ansia che il figlio non sia preparato, sia immaturo. Lui alla sua età era già sposato, aveva fatto quello che si doveva fare. E allora Ruggero sente questo vuoto e lo riversa sul figlio. Chiaramente i valori del padre sono un po' anche i valori dell'Italia di adesso: andare a puttane è un valore. Invece per il figlio fare sesso non è una cosa che si può imbrigliare in un meccanismo a pagamento. Gianluca non è un rincoglionito, ma in qualche modo è guardato come tale, e da lì non si scappa, per tutta la vita sarà così. Il papà puttaniere e il figlio che smanetta su Internet: è con questa seconda categoria che avete fatto il botto...

Sai che cosa succede in Italia, parlando di tutti questi nuovi fenomeni web? Che una Simona Ventura non ha idea dei giovani, delle novità, mentre in altri Paesi si parla sempre di quello che accade. Chi è nuovo è tenuto d'occhio da chi fa i soldi, dalle corporation, mentre da noi, se arriva un emergente, vuol dire che potrei essere io il prossimo a perdere la poltrona. Per me il web è quasi incomprensibile, ma i ragazzi di oggi ci sono nati, con la Rete, come noi con la tv.

Quanto ci mettono a conciarti così? Quattro ore e mezza. Prima mi mettono una calotta che mi appiattisce i capelli, per cui divento completamente glabro. Poi mi attaccano otto differenti pezzi di silicone, tenuti su con una colla speciale che poi si scioglie, senza danneggiare la pelle. I soliti idioti sono stati catapultati dall’underground al mainstream in pochissimi mesi. Ci sono almeno 15 camper della produzione, parcheggiati qui attorno. E uno staff di decine di persone.

Come fai a sentirti a tuo agio? La cosa più importante, per noi, era continuare a sentirci a casa, non avere paura delle pressioni, ma solo mantenere intatto lo spirito del programma. Di base abbiamo lavorato in modalità “indie”, ma con la possibilità di bloccare le autostrade per girare o avere i camper privati per farci di Lsd! (ride).

In uno sketch ci sono i Verdena. Com’è andata? Ci conosciamo da molti anni, e io li adoro. Un giorno siamo andati alle terme di Bormio insieme (sì, lo so che immaginare i Verdena alle terme è difficile!) e sapendo che guardano I soliti gli ho proposto un piccolo cameo. Una volta Alberto mi aveva detto che con questa serie ci eravamo inventati qualcosa di nuovo. Ed è il complimento più bello che potesse farmi.


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