20 dicembre 2011

Locandina americana di 'Le idi di marzo'
Di Peter Travers
★★★½
L’uomo che predisse a Giulio Cesare di “guardarsi dalle Idi di marzo” non diceva stronzate. Fare campagna elettorale è diventato solo un gioco più sporco dal 44 A.C., quando gli amici politici di Cesare lo pugnalarono in Senato. Cesare avrebbe potuto imparare molto sul pugnalare alle spalle dalla visione di Le idi di marzo di George Clooney, un racconto morale ampio e amaramente divertente, stampato nell’acido e nella disillusione rispetto a Obama.Nel suo quarto film da regista, dopo Confessioni di una mente pericolosa, Good Night and Good Luck e Leatherheads, Clooney esprime con fermezza le sue opinioni nella forma di un thriller frenetico. Mossa intelligente. Clooney interpreta Mike Morris, governatore della Pennsylvania, nel bel mezzo di una campagna presidenziale delle primarie in Ohio, che lo vede contrapposto al senatore Pullman (Michael Mantell). Nessun vaticinatore potrebbe spaventare Mike, scaltro politicante che da molto tempo ha perso contatto con i suoi veri ideali. È il suo addetto stampa Stephen Meyers (Ryan Gosling) che si candida a perdere, in questa competizione. Stephen fa l’errore madornale di scambiare per idealismo il tono schietto e affascinante del governatore. Una coscienza vigile è la prima cosa ad andarsene, nella politica di oggi. E Stephen si ritrova in conflitto con Paul Zara (Philip Seymour Hoffman), il responsabile della campagna di Mike, e Tom Duffy (Paul Giamatti), stratega che cerca di portare Stephen nel team di Pullman. La seducente stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) costituisce un’altra tentazione, soprattutto quando Stephen capisce di non essere l’unico con cui lei va a letto.
Molti si sono lamentati del fatto che il crollo degli ideali non è un tema nuovo, nel genere del dramma politico. È vero. Ma se si dà uno sguardo meno superficiale a Le idi di marzo si capisce che Clooney sta puntando a un obiettivo più grande. Gratta la superficie di ognuno dei suoi personaggi imperfetti per capire quando abbiano messo per la prima volta in vendita le loro anime. Quale lavoro non è legato a questo tema, specialmente oggi, in tempi di crisi economica? La fonte del film è Farragut North, testo teatrale del 2008 di Beau Willimon, che ha lavorato alla campagna del 2004 di Howard Dean. Willimon sa cos’è il cammino accidentato di una campagna elettorale e apporta dettagli precisi alla sceneggiatura incisiva che ha scritto insieme a Clooney e al suo partner produttivo, Grant Heslov.
Vorrà dire qualcosa, credo, il fatto che Mike non appaia mai nel testo teatrale, concentrato sull’uomo dietro le quinte. Ma dando corpo a Mike nel film, Clooney rende il suo ruolo da coprotagonista rivelatore e sgradevole. Una scena, ambientata sui sedili posteriori di una limousine, mostra Mike che rassicura la moglie (l’eccellente Jennifer Ehle) sulle voci di uno scandalo sessuale con tutta la suadente convinzione del politico che sa come portare un discorso da tribuna elettorale alla giusta nota di intimità fasulla. Se esiste l’arte di mentire a se stessi, Mike la padroneggia alla grande. L’eccezionale performance di Clooney è un saggio ipnotico di slealtà, messo in pratica con garbo.
Tutti gli attori meritano grandi elogi. Hoffman e Giamatti ti ricordano quanto sono bravi, scavando nei dialoghi migliori della sceneggiatura. E Marisa Tomei spicca nel ruolo della reporter del “New York Times” che solo Stephen pensa di rigirarsi. In un confronto crudo e affascinante dentro la cucina di un hotel, Mike e Stephen si chiariscono su questioni che sono davvero di vita e di morte. Clooney sa come far scintille e costruire un climax. E offre al bravissimo Gosling un ruolo ai limiti del possibile, una sfida sotto ogni profilo – il suo volto devastato traccia il segno di demarcazione tra il compromesso e la corruzione. Le idi di marzo colpisce dove fa male. Shakespeare ha scritto: “Il male che gli uomini commettono sopravvive loro”. È un’eredità sentita nel distretto lobbista di Washington, Farragut North, dove tutto ha un prezzo. Clooney intravede ancora barlumi di umanità, ma il suo film, sempre avvincente, è più rovente quando rivela il caos che emerge quando la perdita degli ideali si associa alla perdita di vergogna. Che dite, è attuale?

Locandina italiana di 'Le idi di marzo'
Di Raffaella Giancristofaro
★★★½
Un racconto morale, sospeso tra cinismo e idealismo, che ambisce alla secchezza e al dialogo intelligente del migliore cinema politico anni ’70: Schlesinger, Lumet, Pakula. Non lo si ricorda mai abbastanza: Clooney è figlio di un giornalista, cresciuto nello show business, abituato a fare pierre e a tenere buone relazioni fin da bambino. E ha sempre respirato politica. Sia quando sorride a comando per gli spot o per le sue interpretazioni gigione o glamour, che quando mette la sua firma come regista, il suo super controllo dei significati si tiene costantemente altissimo. Intanto, come avevo già riportato qui, ha fatto uscire il film molto dopo l’ascesa politica di Obama, per non rovinare quel momento di speranza, oggi ridimensionato. Poi, con correttezza tutta statunitense, ha prestato la sua faccia morbida, da basset hound elegante, a un democratico, non un repubblicano.Se dovessi definire il film, non userei l’aggettivo “cinico”. Piuttosto, “realistico”, come può esserlo una rappresentazione tragica e sintetica di una realtà ben più articolata. Perché nel mio modo di vedere la politica non ci sono anime belle, ma solo persone – più o meno preparate – che nel migliore dei casi cercano contemporaneamente di mantenere la posizione e risolvere i problemi del cittadino. Che le promesse elettorali vengano puntualmente smentite o per lo meno ridimensionate dai fatti, è una conseguenza del fare politica. Facciamocene una ragione. Non ci sono salvatori (Obama), non ci sono puri liberali, astratti dai propri interessi (Mike Morris), non ci sono giovani subalterni che non ambiscano al potere (Ryan Gosling), non si dà politica senza scontro, guerra, sgambetti, alleanze sciolte e poi riannodate. A seconda della convenienza del momento.
Anche per questo, visto in un cinema italiano, Le idi di marzo è quasi un film di fantascienza. Non c’è bisogno di ricordare quanti e quali (non) scandali sessuali negli ultimi anni hanno nutrito i media per poi essere stati simpaticamente metabolizzati. E invece gli americani sono così: investiti della missione di essere i migliori, s’illudono che la loro democrazia sia la più ispirata ed efficace. Salvo poi, ogni tanto, tirare fuori un film (il primo, come hanno giustamente ricordato altri, è stato Mister Smith va a Washington di Frank Capra) che mette in dubbio, incrina la purezza programmatica degli ideali. Costruire un film sul sillogismo che “chi tocca la politica si corrompe” è come dire che a mettere le mani nell’immondizia ci si sporca le mani. Certo, qui c’è di mezzo la vita di una persona, ed è questo l’unico motivo per cui Le idi di marzo si salva da un totale qualunquismo (non dal puritanesimo). La sorte della stagista che rimane incinta del governatore è il discrimine, la svolta drammatica che consente a chi è in sala di dare un proprio giudizio netto. Il twist narrativo che permette e favorisce una facile indignazione. Tutto sommato, una via dignitosa e gratificante, per chi è in sala. E anche un sollievo, per chi, come noi, è più abituato a toni e figurine da operetta buffa, che ai personaggi grandi – autorevoli, con una statura, per quanto giochino sporco – del film. Insomma, Le idi di marzo, visto da qui, nel Belpaese, mi sembra proprio un altro pianeta.
Per quanto riguarda la qualità del film, è sbalorditiva, e grazie a un cast meraviglioso: pensate a un Le idi di marzo recitato da attori di casa nostra – ammesso che si potesse fare un film così, da noi, una tragedia classica recitata in doppiopetto e impermeabile, tra palazzi del potere, comitati elettorali, alberghi e auto di servizio. Farete fatica. Non perché in Italia non ci siano interpreti all’altezza (come Pierfrancesco Favino in L’industriale di Giuliano Montaldo, in uscita a metà gennaio), ma perché non c’è nessuno in grado di convincere un produttore a formare un cast di soli attori bravi, e non un paio di bravi e un corollario di garanti di credito presso i finanziatori quando non “imposti dalla produzione”. Vogliamo parlare di politica nello spettacolo? Meglio di no.


