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05 Agosto | Rolling Stone

Cat Power di Manlio Benigni
Illustrazioni di Scarful

Cat Power
Cat Power è un nome astuto, che evoca eterno femminino, imprevedibilità, fascino. Charlyn Marie Marshall alias Chan Marshall ha scelto uno pseudonimo che le si attaglia come un guanto. Tanto Chan è ammaliante nella ricerca musicale e nella scelta di cover mai banali, quanto si mostra imprevedibile e talvolta irritante nelle esibizioni dal vivo. Inquieta, avventurosa, sfuggente, nomade, attraente, imprevedibile, morbida e graffiante insieme: sono tutti aggettivi felini che ben si abbinano a Cat Power, capace di passare imperturbabile da delizie acustiche a storiacce di alcol e droga. Del resto l’improvvisazione è praticamente nel suo DNA fin dalle prime esibizioni newiorchesi sotto l’alto patronato di Anthony Braxton. Life is miao, dopotutto.

arcticmonkeysArctic Monkeys
Ci vuole una bella faccia tosta – o un discreto ottimismo – a decidere di chiamarsi “Scimmie artiche”, quando si viene dalla fredda Sheffield. Più che nel regno dei primati, qui siamo in quello dell’ossimoro, tendenza evidente anche in titoli come “Il mio peggior incubo preferito”. L’ambizione a non farsi etichettare tanto facilmente è poi lampante nella scelta di intitolare il proprio primo album “In qualunque modo la gente mi definisca, io sono diverso”. Dispettosi come scimmie, Alex Turner e soci continuano a spiazzare fan e stampa fin dagli esordi su Internet, quando imposero alla discografia regole proprie, rifiutando l’etichetta di Next Big Thing e preferendo giostrare il proprio successo con un aplomb artico, ma in fondo molto British.

Eels
Il nome scelto da Mark Oliver Everett alias E per battezzare una band che è sempre stata al limite del progetto solista è tanto azzeccato da rasentare il cliché, vista la natura “anguillesca” della musica e soprattutto del carattere del suo leader. Capace di meraviglie melodiche e ruvidezze garage-blues, di dolore esistenziale e felicità creativa, di pacata serenità e profonda depressione, e perciò stesso sgusciante quanto un serpente di fiume. Gli stoici fan che, convinti di vedere gli Eels dal vivo, si sono prima dovuti sciroppare un’ora buona di documentario sui tanti meriti del padre scienziato di Mister E ne sanno qualcosa. Questa musica in fondo resta uno “splendido mostro”, un Beautiful Freak, come recita il titolo di una delle tante gemme del nostro, e bisogna meritarsela.

Brizzly BearGrizzly Bear
Nella pletora di misantropici progetti solisti camuffati dietro il nome di band, anche il Grizzly di Edward Droste ha un suo senso. Ma è davvero selvatico e pericoloso come l’enorme orso? Sì, sappiamo bene che in realtà “Grizzly Bear” era solo il soprannome di un vecchio amico di Droste, il cui progetto (poi allargato a quattro musicisti) farà da apripista negli anni Zero a tutta una scena freak-folk. Ma questa musica, magari inizialmente ispida e umbratile quanto un grizzly, tanto feroce non deve mai essere stata, se, oltre a vantare fan DOC come Johnny Greenwood dei Radiohead, è riuscita addirittura a mescolarsi alla Los Angeles Philarmonic Orchestra in una memorabile esibizione del 2008. Potenza ammaliatrice della natura, quando da selvatica si lascia felicemente addomesticare.

Modest Mouse
Dice: “Sì, ma qui, più che animalier, l’ispirazione è letteraria”, per un nome preso a prestito nientemeno che da Virginia Woolf. Se il topo è un animale astuto e che fatalmente sopravvivrà, per capacità di adattamento, alla presuntuosa razza umana, i Modest Mouse, zitti zitti, conservano l’aura di novità indie dal lontano 1993. Ma di “modestia” in questa band, a partire dall’ironica, wertmulleriana lunghezza nei titoli dei loro album, per finire con l’eclettismo della musica, che anticipa certo pop orchestrato alla Arcade Fire, non c’è poi molto. C’è invece tutta l’abilità roditrice di sfuggire alle trappole per topi delle facili etichette, fino a imporre l’inaudita bestemmia di un suono decisamente neoprog sotto dimessi abitucci indie.

Panda Bear
Noah Lennox alias Panda Bear è doppiamente degno di menzione in ambito animalier, in quanto colui che un tempo disegnava piccoli, teneri orsetti panda come artwork per le proprie incisioni fatte in casa si dà il caso che abbia fondato con l’amico Avey Tare un gruppo chiamato – guarda un po’ – Animal Collective. Una fattoria, se non degli animali, quantomeno dei suoni, vista la felice deriva hippy-folk della loro musica anche nella sua versione più elettronica. Non proprio Pet Sounds, magari, ma certo la predilezione per l’aspetto istintivo, quasi animalesco, delle loro chilometriche composizioni li avvicina a un’ideale ferinità creativo-musicale. Cantante, batterista, pasticcione elettronico, lo sperimentatore Panda Bear è l’amabile indie-orsetto per eccellenza.

The YardbirdsThe Yardbirds
Mike Bongiorno in fondo in fondo ci aveva azzeccato, a Sanremo 1968, quando in una delle sue innumerevoli, studiatissime gaffe descrisse la storica beat-band inglese come “i gallinacci” (da cortile), invece che riconoscervi una voce di slang Usa per “carcerati” (ma anche “spine”, nel senso di nuove reclute militari). Perché il lato ruspante, da cortile, insomma, era stato sempre molto presente nella musica degli Yardbirds, vedi i forsennati rave-up, quelle accelerazioni ritmiche improvvise che diventarono un vero e proprio marchio di fabbrica. Né erano mancati i tanti battibecchi da pollaio, i continui cambiamenti di formazione e le paturnie delle primedonne alla chitarra: Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page. Roba da gallinacci, appunto.

WhitesnakeWhitesnake
Dici Whitesnake, “Serpente Bianco” e ti sfugge immancabilmente un risolino ebete quanto salace. Qui infatti regnano impavidi l’allusione sessuale e il doppio senso, anzi, a giudicare dalle kitschissime copertine modello Lanciostory, imperversa il senso unico: come altrimenti interpretare lo sproporzionato serpentone bianco che avvolge pericolosamente le sue spire intorno alle pallide carni della succosa fanciulla sulla copertina di Love Hunter? O il rettile che guizza nella scollatura di Slide It In (“Infilalo dentro”: olè!)? Certo, l’allusione sessuale ha una lunga tradizione nel rock, prima ancora della sua nascita (vedi le canzonacce a squarciagola di Bessie Smith), ma nell’hard virile del gruppo dell’allupato David Coverdale il senso diventa uno solo. E obbligato.

Camel
Un semplice cammello, embe’? Il simbolo di queste glorie del progressive inglese anni 70, decantato nella sua variante più melodica e soave, evoca gli spazi remoti e gli interminabili silenzi del deserto, certo. Il logo però è ispirato inequivocabilmente alle celeberrime sigarette. E fin qui… Fatto sta che quel cammello evoca già a partire dagli “impegnati” anni 70 un certo gusto per l’avventura. E anticipa al contempo quell’individualismo virile sempre più edonista che diverrà caratteristico della febbrile ricerca di stimoli, pericoli, sport estremi (e chi più ne ha più ne metta) nei decenni successivi. Più che cammello, Camel Trophy, insomma: niente male per un umile, servizievole e placido animale da trasporto, niente male davvero.

CaribouCaribou
Mah, qui siamo nel regno della Serendipity, più o meno, cioè della scoperta felice di ciò che non si cercava, o del mero caso, probabilmente. Daniel Victor Snaith, costretto a mutare la propria ragione sociale in musica – Manitoba – in seguito a una causa per omonimia, sceglie questo maestoso cervide spesso confuso con la renna. Cornuto sì, quindi, ma con stile: innanzitutto per il caribù di maestosi palchi, trattasi, e non di semplici corna. Non per niente Mister Snaith ha studiato – e insegna – matematica, mica pizza e fichi. E poi, giusto giusto per salvarsi in corner, un certo gusto organico per i campanacci mescolato alla sua folktronica di tendenza evoca quegli spazi sconfinati del natio Ontario che piace immaginare alla base della sua musica.


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