A 19 anni dal loro esordio esce il nuovo "Heligoland". Per combattere quella nostalgia del passato che è ormai una malattia
Di
Paolo Madeddu
Underground e mainstream, sinistri e suadenti, fondamentali negli anni '90, quasi ai margini negli '00. Basta guardarli, Robert "3D" Del Naja, minuto e bianco, e Grant "Daddy G" Marshall, enorme e nero, e si intuisce che tra due polarità così opposte, l'unica soluzione possibile è un perfetto equilibrio. Ogni altra ipotesi porta – come nei loro ultimi 10 anni – al caos.
Heligoland, nuovo album per un nuovo decennio, pare nato in un contesto migliore.
Finora nel nuovo disco non riconosco campionamenti. O avete messo cose che non conosco, oppure una volta usavate sample più famosi.
Daddy G: «No, abbiamo dato un taglio ai campionamenti».
Perché?
3D: «Ci hanno beccati a rubare!».
Chi?
Daddy G: «I giudici».
Su incarico di chi? Mi pare ci fosse una causa di Manfred Mann…
Daddy G: «Non parliamone, per piacere».
Con i campionamenti voi facevate pure un'operazione di cultura musicale.
3D: «Beh, ne faremo altre».
Daddy G: «Potremmo aver finito i tributi».
Uhm. Nel decennio concluso siete stati molto a guardare. Non vi è piaciuto?
3D: «È stato un decennio con poca personalità. E molte distrazioni. E veloce, anche. Sembra ieri che eravamo lì a menarcela col millennium bug. Socialmente e politicamente non siamo progrediti. È stato il decennio in cui Internet ha riplasmato il nostro pensiero, ma nel farlo forse ha bloccato altri progressi. Perciò si è guardato molto al secolo precedente».
Un revival permanente.
3D: «Soprattutto degli anni '80. In modo distorto. Alterando, manipolando la superficie e ignorando la natura profonda di quel periodo e dei precedenti. Sto vedendo la serie
Mad Men. Brillante. Una foto dell'America che ha qualcosa di raro: non è per nulla nostalgica. La nostalgia è una malattia della parte civilizzata dal mondo».
I campionamenti, inclusi i vostri, non sono a loro volta una forma di nostalgia?
3D: «Quando nel rock ci si ispira a un sound, se ne fa una copia carbone, vivendo quindi di vita riflessa. Nell'hip hop un campionamento è il punto di partenza per andare in profondità, esplorando direzioni cui l'autore originale magari non aveva pensato».
C'è qualcuno di cui diresti che ha colto il senso degli Anni Zero?
3D: «Damon Albarn. Non lo dico solo perché è un amico. Che poi, se è un amico, è anche perché lo stimo come persona».
Pensate che il vostro sound sia invecchiato bene?
3D: «Non riascolto mai i nostri dischi. Non mi vado a risentire, che so,
Blue Lines. Non voglio dire che non mi piaccia più: è solo che è stato fatto come andava fatto in quel momento, e da allora sono successe un sacco di cose, nella nostra vita come nella musica».
Però dal vivo lo suonate.
3D: «Appunto, ma visto che non siamo dei juke-box, se suoniamo un pezzo nato 20 anni fa almeno proviamo a dargli un senso che sia attuale».
Daddy G: «A me è capitato di risentire
Blue Lines. Certe volte sono ospite a casa di persone che, per una specie di cortesia, mettono su i nostri vecchi dischi, specialmente
Blue Lines. Penso sia ancora un buon disco. È aperto, nel senso che lascia molto spazio all'ascoltatore. Con
Heligoland abbiamo cercato di recuperare quell'apertura, in modo che chi ascolta non sia preso per mano e portato in un posto preciso. Del resto è il nostro obiettivo sin dai tempi di
Protection».
Parlavamo di suonare dal vivo. Durante gli ultimi live italiani alle vostre spalle sono apparse varie scritte sulla vita qui, tra cui: "Verità e giustizia per Stefano Cucchi". Come decidete queste cose?
3D: «Le scritte sullo schermo sono uno specchio. "Questo è quanto sta succedendo qui", diciamo. È come un campionamento: rubi da una parte e rimetti in circolo. In genere, prendiamo l'ispirazione leggendo i giornali del posto: la storia di Stefano, ad esempio, l'abbiamo scoperta dal quotidiano
La Repubblica».
Che idea vi siete fatti dell'Italia dai giornali?
3D: «Sembra che viviate in mezzo a uno strano misto di notizie preoccupanti e notizie stupide».
Daddy G: «Ma l'Inghilterra non è diversa. Paparazzi, sensazionalismo, notizie frivole… E anche da noi c'è un uomo, in alto, che orchestra tutto. Solo che Murdoch non lo fa per questioni politiche, ma per soldi».
3D: «Oh, davvero?».
Torniamo per un attimo ai vostri esordi. All'inizio vi chiamavate Wild Bunch, il Mucchio Selvaggio. Era anche il clima di quell'ondata creativa di inizio anni '90.
Daddy G: «A cavallo, coi soprabiti, alla carica…».
Vi manca un po' quel clima? O ce n'è ancora traccia, in qualche ambito?
Daddy G: «Eravamo un collettivo anarcoide. Ed era un periodo in cui sembrava possibile fare molte cose, e farle arrivare alla massa. Ora il mainstream pare del tutto chiuso alle idee alternative.
3D: «Non sono d'accordo. Grazie alla tecnologia questo è uno dei momenti più intriganti di sempre per fare e sentire musica».
Daddy G: «Però manca la ribellione. Oggi la gente non si oppone. Non vedo spirito combattivo. Allora, ce n'era persino nel fare le feste! La disgregazione delle comunità ha influito. Una community virtuale che unisce gente a Bristol, Rio e Nairobi è interessante, ma è solo col tuo vicino che puoi fare cose più vicine a te».
Bristol: mai pensato di lasciarla?
Daddy G: «Bristol è grandiosa».
3D: «Io in realtà ogni tanto non ne posso più».
Daddy G: «Non ne potresti più di Londra, se vivessi lì».
Fareste musica diversa se viveste altrove?
Daddy G: «Molto probabile, ma viviamo lì».
Per finire: le vostre liti erano proverbiali. Che cosa è cambiato?
3D: «Che quando lui dice le sue cazzate, io vado in stand-by».
Daddy G: «E quando lui dice le sue, io mi concentro sulle stringhe delle mie scarpe».
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