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Pitchfork: la dura legge del forcone

22 Dicembre | Rolling Stone

Da oltre 10 anni Pitchfork, con le sue recensioni chilometriche e i decimi di voto, è la webzine musicale più letta al mondo. Abbiamo incontrato il suo creatore, che in effetti pare passarsela piuttosto bene

Testo Marina Pierri
Foto Giulia Mazza

Pitchfork

Nel mare in tempesta della musica in rete ci sono isole di tutte le dimensioni: blog, m-blog, profili di utenti su Facebook, artisti su MySpace, microblogger melomani e webzine. Non è un arcipelago accogliente, anzi: per imparare a muoversi servono mesi, e questo solo a condizione di possedere una bussola funzionante. Eppure in questa terra di tutti e di nessuno esiste un punto fermo da cui ogni viaggiatore sembra costretto a passare. Un gate, praticamente. La sua bandiera è un forcone, e nonostante tutto intorno imperversi il caos degli mp3 selvaggi e dei video embedded, qui nascono rubriche, televisioni, articoli, voti in decimi, cartelloni pubblicitari sfavillanti e celebrità dell'industria indie. È Pitchfork. E io sono andata a incontrare l'assai favoleggiato gatekeeper, Ryan Schreiber.

Gli uffici del mastodonte della critica musicale online si trovano a New York City, giusto sotto il ponte di Brooklyn, tra macchine in corsa, clacson e ferro. Scendo dal mio taxi e vedo un citofono malmesso con un'etichetta di carta. Suono.
Il Ceo di Pitchfork ha 33 anni: è dimesso, con due occhi piccoli e brillanti sotto gli zigomi paffuti. Ci sediamo a una scrivania desolata e piena zeppa di cd, nel bel mezzo di un'enorme open space bianco latte, da cui occhieggiano un milione di poster. Schreiber è nato in Minnesota e ha fondato il sito nel 1994 a Minnea-polis, appena finito il college. Gli chiedo come sia successo, come sia stato possibile: esistono milioni di webzine al mondo, ma solo una è riuscita a emergere come potenza economica. "Sarà che ero più nerd di tutti i miei amici", risponde. "Voglio dire, mi vedi: amo i film dell'orrore, i fumetti, la psichedelia. Negli anni '90 Internet era un'assurdità, ma io già nel 1993 stavo in Rete tutto il giorno. Mi ricordo quando ho intervistato Ian McKaye dei Fugazi. Era molto perplesso. “Webzine? hmm, vabbè, ok”".

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Chiedo a Ryan come si senta, oggi, a essere una specie di Cittadino Kane (come nel Quarto potere di Orson Welles) con la facoltà di decidere quali band funzionano e quali no, mentre il mondo intero ascolta. "Mi rende felice. Faccio il mestiere più bello del mondo. I miei musicisti preferiti sono diventati i miei amici, e ho una chance di dire la mia. È un momento straordinariamente positivo per la musica". Sul serio? "Certo. In passato il disco era la fine del processo, il punto d'arrivo; una fabbrica sfornava un prodotto e poi andava in vacanza. Oggi invece l'album non è che un biglietto da visita, ma sono il prima e il dopo a contare davvero. E le possibilità, credimi, sono infinite. Un contenuto qualsiasi procede di nicchia in nicchia: quando una lo esaurisce, l'altra inizia a consumarlo". Gli chiedo come sia possibile, vista l'altissima mortalità delle band, e dei fenomeni che nascono e muoiono alla velocità della luce. Molti dei quali peraltro (penso a Clap Your Hands Say Yeah, o di recente Vivian Girls e XX) confezionati ad hoc dallo stesso Pitchfork. "Se pensi alla moltiplicazione e alla simultaneità permessi dalla Rete, ti accorgi che la “mortalità” dei fenomeni è del tutto relativa. Mi hai fatto l'esempio delle Vivian Girls: tu forse le percepisci come finite, ma dati alla mano posso dirti che non hanno mai venduto tanto quanto oggi".
Poi, c'è il dato economico: Pitchfork è a tutti gli effetti un'azienda, con fatturato – pare – di milioni di dollari l'anno. Questo fa di Schreiber una delle poche persone al mondo riuscite nell'impresa folle di fare soldi con la musica indipendente. "I soldi vengono dopo l'autorevolezza. Tutto è legato. Oggi noi guadagniamo in tre modi: con la pubblicità, con delle piccole revenue legate allo streaming dei brani e con i festival. È facile vendere spazi pubblicitari a Gucci, se fai più di 250mila accessi al giorno. Quindi il punto non è il come, è il perché".
Mille domande si affollano nella mia testa: come funziona la redazione, perché le recensioni sono così dannatamente lunghe e, soprattutto, come funzionano i voti in decimi. "Alla base di tutto c'è uno standard qualitativo molto alto: per questa ragione su Pitchfork scrivono in molti, è vero, ma solo professionisti ben pagati". Uh, “quanto?”, gli chiedo con una curiosità non del tutto disinteressata. "Arriviamo a 100 dollari a recensione". Accidenti. "Sì, consideriamo fondamentale non usare la passione degli altri per arricchirci, cosa che invece è molto diffusa in questo ambiente". E le recensioni? "Sono lunghe semplicemente perché abbiamo molto da dire, e l'approfondimento fa parte della nostra identità. Quanto ai voti…". Ecco. Questo è esattamente ciò che tutti – me compresa – si sono sempre chiesti: cosa faccia sì che un disco sia un 8.2 piuttosto che un 8.4. Ryan ride. "Non esiste nessun criterio scientifico per i voti. Sono dati di pancia. Sta tutto al redattore. Devono essere professionisti, perché devo potermi fidare delle loro scelte. Ma la cosa funziona, evidentemente. Altrimenti non saremmo arrivati dove siamo, no?".


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