02 agosto 2011

Depeche Mode
Di DAVID FRICKE
Dave Gahan è una delle più grandi pop star al mondo. La voce baritonale dei re dell'elettro-pop inglese angosciato, i Depeche Mode, e in modo particolare del principale songwriter del gruppo, il tastierista e chitarrista Martin Gore. «Ecco quello che sono stato per anni, ed ero assolutamente felice in quel ruolo», ammette Gahan durante una pausa delle sue vacanze estive con famiglia, seduto nel salotto di una casa d'epoca coloniale sulle rive dell'Oceano, nella cittadina di Southampton, Long Island, stato di New York. «Ma stavo anche nascondendomi da me stesso. Oggi ne sono consapevole. Era il luogo perfetto. Mi nascondevo in modo da non scoprire quello di cui ero veramente capace». Ora Gahan sa di cosa si tratta e può scriversi le canzoni da solo. E firmarle. Nel 2003, dopo 23 anni nei Depeche Mode, Gahan ha realizzato il suo primo disco solista, Paper Monster. E può contribuire alla storia dei Depeche, con tre sue canzoni – scritte con il batterista Christian Eigner e Andrew Phillpott, che è stato programmatore della band – nell'album del 2005 del gruppo, Playing the Angel.Oggi, a 45 anni, Gahan pubblica il suo secondo album, Hourglass, letteralmente “clessidra”, un possente disco di blues futurista, contenitore di emozioni schiette e talvolta aggressive, che riflette l'imperituro amore di Gahan per Muddy Waters e John Lee Hooker e la sua più recente passione per i White Stripes e i Grinderman, la nuova band di Nick Cave. Gahan parla di Hourglass con un entusiasmo e un'energia che stridono con l'elettronica grigio-ghiaccio e l'eleganza dark dei dischi dei Depeche Mode. «Sono un chiacchierone», dice a un certo punto ridendo, cosa che fa spesso. Confessa anche che registrare Hourglass gli ha insegnato molto su cosa significhi non essere solo una voce, ma essere una canzone. «Era la mia strada», confessa, «non potevo più nascondermi dietro ai Depeche. Con Paper Monsters ho fatto il primo passo, adesso devo andare fino in fondo e lasciare libere le mie canzoni». A 18 anni, nel 1980, Gahan aveva fondato, nella cittadina inglese di Basildon, i Depeche Mode assieme a Gore, Andy Fletcher e all'incontrastato autore delle canzoni del gruppo all'epoca, Vincent Clarke. L'infanzia di Gahan era stata irrequieta e difficile. Aveva perso due padri (il primo, quello biologico, abbandonò la famiglia quando Gahan aveva due anni, il secondo, il patrigno, morì otto anni dopo) ed era diventato in tenera età l'uomo di casa, proprio negli anni in cui il suo carattere si inaspriva a contatto con la vita di strada. Anche il breve percorso dei Depeche Mode veniva ben presto turbato dall'abbandono di Clarke, a un solo anno e tre singoli dal debutto della band. Da quel momento in poi è stato Gore a incaricarsi di scrivere le canzoni e lo ha fatto con assoluta competenza, mentre il gruppo si è affermato in modo duraturo a livello internazionale e Gahan è sopravvissuto al suo tormentato rapporto con alcol e droghe pesanti, un rapporto che ha raggiunto il climax nel 1996 con un'overdose quasi fatale. Da un decennio Gahan è pulito e sobrio.
Dave sostiene che i Depeche Mode – un trio dal 1995, quando il sostituto di Clarke, Alan Wilder, se ne è andato – sono un gruppo di uguali, nonostante le tensioni che rivelerà in questa intervista: «Abusiamo spesso del termine “democrazia”. Diamo retta a tutti, anche se l'idea è un po' ridicola. Fletcher continua a entrare in studio dicendo: “Non abbiamo abbastanza pezzi veloci”. In effetti il nostro processo di registrazione è abbastanza comico», continua Gahan, ridendo. «Chi ci frequenta da anni ormai strabuzza gli occhi quando ci vede scazzare per l'ennesima volta. In 25 anni non è cambiato niente».
Come e quando hai iniziato a lavorare a Hourglass?
«Ho iniziato a lavorarci concretamente mentre stavamo finendo di registrare Playing the Angel con i Depeche. Avevo scritto gran parte del testo di Saw Something e avevo in testa la melodia. Per un attimo ho perfino pensato di andare dai ragazzi e dire: “Ho questa canzone. Penso sia veramente buona, non so da dove esca, ma dobbiamo registrarla”. Ma all'epoca la session era terminata e ne avevano piene le palle di me (ride). Ho pensato: “La metterò da parte. Se vale qualcosa verrà fuori da sé”. E così è stato. È diventata la prima traccia di Hourglass, perché è una canzone indicativa di dove questo album voglia arrivare. Ogni canzone affronta un aspetto di me, ad esempio, il lato più brutto che emerge in Deeper and Deeper e Use You. Una parte di me è sensibile e altruista. Sono sposato e padre di famiglia. Ma sono al tempo stesso il classico Toro, il maschio furioso che si manifesta all'improvviso. Se mi rompi il cazzo, allora stai certo che, senza che me ne renda conto, finisce a botte. È una forma di difesa che mi sono costruito negli anni e che mi spinge all'isolamento. Era una forma di protezione perfino all'epoca in cui bevevo e mi facevo. Ho capito quanto mi sia stata utile solo molto tempo dopo aver smesso. Mi ha aiutato a sopravvivere in un'epoca nella quale pensavo che sarei impazzito».
Già, c'è mancato poco. Ti sorprende pensare di essere sopravvissuto?
«Certo. Mi ci è voluto tutto questo tempo per capire che mi ero ficcato in trappola: “Non ho nessun altro posto in cui andare. Non voglio andare in nessun altro posto”. Con quell'atteggiamento le cose erano destinate a finire male. Non ne sono uscito di mia spontanea volontà, e non è stato facile».
Al centro di Hourglass, nel titolo e in canzoni come Insoluble e 21 Days c’è il tema della scansione del tempo che passa...
«Adesso so che in qualunque momento posso girare la clessidra e riempirla di nuovo. Posso ricominciare. L'ho scoperto scrivendo e registrando queste canzoni. Pensavo: “Aspetta un minuto, non sta crollando tutto, non finirò a terra di nuovo”. Sto invecchiando e l'idea di essere una rockstar mi sembra sempre stia diventando un po' ridicola finché non esco di nuovo sul palco e allora mi dico: “Certo, questo è il posto in cui devo stare”. E poi c'è quell'altro desiderio, che mi porto dietro da tutta la vita: la mia famiglia, una famiglia che ho cercato tante volte. E oggi, ironia della sorte, è diventata la cosa più importante per me. Il motivo all'origine di un disco come Hourglass è avere lo spazio mentale necessario per dire a te stesso: “Ok, sono pronto per qualcos'altro”».
Ciò che più colpisce nel disco è la semplicità nella scrittura e nell'attacco della batteria e delle chitarre che non sempre ho trovato nei dischi dei Depeche Mode...
«Quando stai in una band tanto quanto sono stato io nei Depeche, entri in studio con una serie di regole, sfortunatamente. Abbiamo creato degli schemi, e romperli non è facile. Il mio cruccio è quello di spingere le canzoni in direzione diversa. Mentre Martin è il classico songwriter. Si siede e tira fuori una canzone, ed è difficile fargli cambiare un accordo o convincerlo a lasciarmi tentare qualcosa di insolito sulla melodia originale. Sta lì in un angolo a storcere la bocca. La tipica espressione: “Non è la nota che volevo”. Allora si avvicina al piano e dice: “Questa è la nota”. Io gli rispondo: “Martin, non è quello il modo in cui la sento io”. Ogni volta è la stessa storia».
La sua è la frustrazione dell'autore che non può cantare le sue canzoni...
«Me ne rendo conto solo ora che faccio dischi da solo e devo confrontarmi con gente che mi propone le sue idee. Per Playing the Angel, sono arrivato con 15 canzoni. Sapevo fin dall'inizio che sarebbe stato meglio metterne tre o quattro sull'album e non di più. Questa è la politica. Ma dovevo darci dentro a muso duro. All'inizio avevo l'atteggiamento tipico di chi pensa: “O scrivo almeno la metà delle canzoni per l'album, oppure niente disco dei Depeche Mode”. Abbiamo litigato al telefono per mesi. Alla fine Daniel Miller, il capo della Mute Records, mi ha convocato e mi ha detto: “Ok, qual è il succo della questione?”. Ho risposto: “Daniel, anch'io come gli altri ci tengo a fare un disco dei Depeche Mode. Ma ho iniziato un percorso come autore di canzoni, e non posso fare finta che non sia così”. Ma in fondo, la cosa più difficile per me era accettare di suonare le mie canzoni con la band, cantare i miei testi e stare ad ascoltare Martin che faceva le sue critiche».
Magari devi pensare che stava facendo con te quello che tu avevi sempre fatto con lui...
«In parte mi stava ripagando con la stessa moneta. E così facendo, mi ha aiutato per la prima volta a capire quale eccezionale autore di canzoni fosse e per quanti anni si era trovato in quella posizione, con tutta quella pressione addosso. Nessuno della band si sente sicuro. Martin fa affidamento su di me per il carattere delle canzoni. Io ho bisogno di lui per trovare la melodia. E sul palco, per quanto strano possa apparire dopo tutti questi anni, sento ogni volta di dover dimostrare qualcosa. Non al pubblico, ma ai ragazzi».
Un’insicurezza che deriva dalla tua infanzia? Hai avuto un'adolescenza molto complicata...
«Sono cresciuto in una piccola città, Basildon. Per lo più ci vivevano famiglie operaie, e ogni giorno, crescendo, quel posto era lì a ricordarti che nella vita non avresti mai ottenuto niente. Qualunque cosa diversa ti passasse per la mente, di fare o di essere, faceva a pugni con la tua famiglia o con i tuoi amici. Sono cresciuto con due fratelli più piccoli e sentivo di dover essere protettivo nei loro confronti. Mi sono assunto un ruolo paterno a dieci anni, ma, non avendo avuto la fortuna di sperimentare a mia volta cosa volesse dire avere un padre, ho fatto molti errori. Unirmi alla band mi ha dato, per la prima volta in vita mia, quella sensazione di cameratismo. Agli inizi dei Depeche, per i primi 15 anni, facevamo tutto assieme. Mi ero inventato quella storia: “Questa è la mia famiglia”. Ma attraversavamo anche brutte fasi, lunghi periodi senza rivolgerci la parola. Seduti ognuno nel suo angolo... (fa un'espressione scontrosa)».
Come in Dark Side of the Moon dei Pink Floyd: «Una calma disperazione, è il modo di fare inglese».
«Proprio così. Una delle cose che mi ha colpito dell'America quando mi sono trasferito qui è stato rendermi conto che la gente parlava delle cose che le stanno a cuore. È stato scioccante. Ho vissuto a Los Angeles sei anni e ne ho passati dieci a New York. Adesso quando torno a casa a trovare mia madre, mia sorella e i miei fratelli, mi sento strano. Sono cambiato, adesso sono capace di comprendere quello che succede dentro di me».
Ti ricordi un momento esatto con i Depeche in cui hai avuto un flash che ti ha fatto dire: “Sono una pop star”?
«All'inizio del 1989, subito prima di trasferirmi a Los Angeles, prima del Violator Tour. C'era qualcosa nel fare quel disco, nell'essere on the road con la mia band, tornare a casa da mia moglie di tanto in tanto, un bambino piccolo, il cane, un paio di macchine in garage e una casa di campagna... “Non posso fingere qui. Il Sussex non è il luogo in cui vivono le rockstar” (ride). Invece c'erano... Roger Daltry viveva nella casa a fianco».
Ma lui l'aveva già vissuta quella vita sregolata da rockstar...
«Aveva già attraversato tutto questo. Alla fine decisi di andare a Los Angeles e passai cinque anni a sperimentare quell'idea. E per un po' mi sono divertito. Poi non è più stato così. Ricordo il giorno in cui ho incontrato Pete Townshend in uno studio televisivo in Germania: i Depeche Mode dovevano parodiare una canzone in uno strano programma e io e Pete stavamo parlando in corridoio. Ero ubriaco e fatto come una bestia, di coca probabilmente. Lui mi guardò con quello sguardo di chi sa... Uno sguardo che diceva: “So quello che stai attraversando. Ci sono già passato”. Mi aveva visto dentro, glielo leggevo in faccia».
Hai avuto un altro flash improvviso quando hai scoperto che il divertimento era finito?
«Quando ho lasciato la mia casa in Nichols Canyon e ho affittato un piccolo appartamento a Santa Monica. Di fatto mi stavo rimettendo nella stessa trappola nella quale ero finito tanto tempo prima. Pensai: “Oh Cristo, sto rivivendo la stessa situazione”».
Come essere di nuovo nell'Essex, a Basildon, ma questa volta con il sole...
«Proprio così, con quell'insopportabile bel tempo tutti i giorni. Avevo perfino oscurato le finestre per impedire che entrasse la luce. Uscivo solo quando calava il buio. Abbracciai il ventre molle di Los Angeles. Sotto lo sfarzo e il glamour, c'era tutto quello che hanno raccontato gli Stooges nei loro dischi. L'ho provata quella vita al punto da dimenticarmi la vita vera... Trasferirmi a New York è stata la svolta. Strana cosa ripulirsi a New York, no? La maggior parte della gente ci va per il motivo opposto (ride). Oggi ho un piccolo studio lì, solo una stanza con un pianoforte. E ci vado per lavorare. Quando sono lì mi sento come da bambino, quando scappavo da tutti. Ora mi piace dedicare del tempo al lavoro, anche se non riesco a terminare una sola canzone. Mi guardo indietro, seduto in quell'appartamento di Santa Monica con un ago e un cucchiaio. Cristo santo, quanti anni persi... Dal punto di vista creativo non c'era futuro».
Nel disco, in Miracles, canti «Non credo in Gesù». Non pensi che finirai per trovare guai? La maggior parte degli autori contemporanei che contrastano la religione, non hanno osato arrivare a tanto...
«Quella frase ha creato scompiglio nella casa discografica. Ma devi ascoltare la canzone fino alla fine. Subito dopo quella strofa dico: “Prego in ogni caso”. Perché io prego costantemente qualcosa; un'idea, qualcosa più grande di me. Ma quell'immagine dell'icona mi è sempre apparsa falsata, fin da quando ero bambino».
In casa tua erano religiosi?
«Ero obbligato ad andare in chiesa. Quell'atteggiamento apocalittico fece effetto su di me. La mia famiglia, dalla parte di mia madre, era devota, gente dell'Esercito della Salvezza. Quello che mi attraeva in chiesa era la musica, gli inni. Dover restare in piedi e cantare non era un problema. Ma essere costretto ad ascoltare le scritture, conoscere l'ordine esatto dei libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosué, Giudici, Rut... Ce li ho ancora stampati in testa. Quando in questa epoca la gente parla di cristianità come dell'unica via giusta... Per me, Gesù era semplicemente un uomo di grande carisma capace di trasmettere messaggi importanti. Ma nel corso dei secoli tutto questo è stato falsato. Io voglio credere in qualcosa, ma non sarò dei vostri in questa battaglia. Credo nell'intervento divino, cose concrete che si possano vedere. Ma che non derivano necessariamente da una figura iconica».
Tuttavia, visto che in qualche modo ci sei passato, crederai almeno nella resurrezione...<br /> «Ci credo assolutamente. So che qualcosa di superiore mi ha risvegliato dicendomi: “Hey, non sarai tu a decidere dove andare”. Era quello il messaggio più evidente di tutti e che mi ha reso umile. E quell'umiltà mi ha consentito di tornare a parlare, con le mie canzoni».
Hai idea di quando potremmo aspettarci un nuovo disco dei Depeche Mode? Come avrà inizio?
«So che Martin sta scrivendo in questo momento. Io, Christian e Andrew abbiamo parlato della possibilità di passare qualche mese assieme a comporre. L’idea è quella di metterci a scrivere pensando a un disco dei Depeche. Ma non ho intenzione di entrare in uno studio con chicchessia a registrare un disco prima della fine del prossimo anno. Scrivere è una cosa, fare un album dei Depeche Mode è tutta un'altra esperienza. Ci sono appena passato (scoppia a ride). Non sono ancora pronto...».


