29 novembre 2010
Aprile 1962: al gerde’s folk city, nel greenwich village, new York, un Dylan appena 20enne presenta una sua nuova canzone introducendola con le parole: «Questa non è una canzone di protesta. E io non scrivo canzoni di protesta». Il brano in questione è una versione ancora incompleta di Blowin’ in the Wind – poi registrato, il successivo 9 luglio, per essere incluso nel suo secondo album, The Freewheelin’ Bob Dylan. Incidentalmente, è anche la più famosa canzone di protesta che sia mai stata scritta... In effetti, pure prima che Dylan se ne riappropriasse, il brano già era circolato nell’interpretazione del Chad Mitchell Trio e in quella di Peter, Paul and Mary (che ne avevano fatto un’enorme hit nell’estate del 1963). Ma la sua – con quella voce scabra alla Woody Guthrie e al tempo stesso pungente, quel modo veloce di muovere le dita sulle corde della chitarra acustica – era la versione definitiva. In aperta discontinuità con la cronaca “del presente”, tipica della canzone folk, qui Dylan allude alla crisi del mondo che lo circonda attraverso una successione in crescendo di domande, destinate a culminare in una requisitoria contro quello che lui ritiene essere il più grande crimine dell’uomo contro l’uomo: l’indifferenza.
In seguito, Dylan stesso confesserà di averla scritta «in poco più di 10 minuti, semplicemente aggiungendo le parole che avevo in testa a un vecchio spiritual, qualcosa che ho probabilmente ascoltato in uno dei dischi della Carter Family (secondo alcuni studiosi dovrebbe trattarsi di No More Auction Block for Me, ndr). È questa la tradizione folk. Usi quello che hai a disposizione».


