29 novembre 2010
Quando i capoccioni della casa discografica Rca misero sotto contratto un giovane Elvis Presley, quello che si aspettavano da lui era essenzialmente una lunga serie di hit rockabilly sulla scia di quelle che aveva inciso nel suo periodo alla Sun Records. Invece, per il suo debutto su major, Elvis tirò fuori questo cupo e malinconico lentone strappacuore, scritto insieme a Mae Boren Axton – sua ex addetta stampa – e ispirato (pare) a un articolo uscito sul Miami Herald che ricostruiva la storia di un suicidio in cui la vittima aveva lasciato un biglietto con una sola, lapidaria frase: “I walk a lonely street” (“Cammino lungo una strada solitaria”). Liquidata dal suo ex mentore alla Sun Records, Sam Phillips, come «un gran casino parecchio morboso», Heartbreak Hotel divenne in realtà la porta d’ingresso per la prima #1 in classifica di Elvis Presley, e sempre la prima a superare il milione di copie vendute. Merito della chitarra country di Scotty Moore, del basso di Bill Black e del brillante melodramma che Elvis riusciva a infondere a ogni strofa, certo. Ma, in fondo, anche del povero suicida senza nome...


