30 novembre 2010
Quando erano ancora un gruppetto beat che batteva indefesso il circuito dei peggiori (e più sudici) bar della provincia inglese, i Beatles erano soliti dirsi l’un l’altro – per tirarsi su il morale – che, ok, ora le cose andavano così, ma comunque loro erano sicuramente predestinati a raggiungere “the toppermost of the poppermost”. Come dire: l’Iperuranio delle celebrità (il gioco di parole era con lo show tv musicale più in voga allora: Top of the Pops). Nel 1963, già famosi in patria, ma ancora lontani dall’essere i toppermost (specie negli Usa), decisero di dare a se stessi e al loro manager Brian Epstein un ultimatum: primi in classifica adesso, o mai più.
Paul McCartney e John Lennon si rinchiusero dunque in casa dei genitori di Jane Asher, allora fidanzata di Paul, e ne uscirono solo dopo aver scritto I Want to Hold Your Hand. Miracolosamente la band riuscì a conservare quel lampo di energia da cui era scaturita la canzone anche durante le session per registrarla, il 17 ottobre 1963. Il riff di chitarra alla Chuck Berry di Lennon, il sound asciutto della chitarra di Harrison, il ritmo sottolineato dal battito delle mani: ogni elemento della canzone sembrava fatto apposta per catturare l’orecchio dell’ascoltatore. Soppiantando She Loves You in cima alle classifiche inglesi, I Want to Hold Your Hand riuscì finalmente a far sfondare i Beatles anche sul mercato americano, dando l’inizio a quella che verrà definita la “British Invasion”. Il 3 febbraio 1964, I Want to Hold Your Hand fu ufficialmente certificato disco d’oro negli Usa.


