29 novembre 2010
"L'ho scritta. E' andata bene. era giusta", così disse Bob Dylan della sua più grande canzone poco dopo averla registrata nel giugno 1965. Non esiste descrizione migliore di Like a Rolling Stone – della sua struttura e della sua esecuzione rivoluzionarie – né dello stile del ragazzo di 24 anni che l’aveva creata.
Al Kooper che suonava l’organo in quella sessione di registrazione, ricorda: «Non esisteva spartito, era tutto totalmente a orecchio. Una session disorganizzata, scalcinata. E improvvisata».
La cosa più sorprendente di Like a Rolling Stone era la sua originalità: il voltaggio impressionista del linguaggio di Dylan, l’intenso e personale tono accusatorio della sua voce (“Ho-o-o-ow does it fe-e-e-el?”), il carico apocalittico dell’organo garage-gospel di Kooper, le spirali affilate come stiletti della chitarra Telecaster di Mike Bloomfield, l’insolenza di quella registrazione di 6 minuti del 16 giugno. Nessun’altra canzone pop ha sfidato e trasformato tanto in profondità le leggi e le convenzioni artistiche del suo tempo, e per sempre.
Alcune settimane prima, mentre portava a termine il tour britannico immortalato poi nel documentario di D. A. Pennebaker Dont Look Back, Dylan aveva cominciato a scrivere un lungo testo – 20 pagine secondo una versione, 6 secondo un’altra – che era, così disse lui stesso, «soltanto una cosa ritmica messa nero su bianco, e dedicata al mio antico odio verso un certo tipo di onestà».
Tornato a casa a Woodstock, nello Stato di New York, a inizio giugno, in soli tre giorni Dylan inasprì quel magma primordiale adattandolo al coro conflittuale e a quei quattro versi tirati, pieni zeppi di penetranti metafore e di sintetica verità. «Le prime due strofe, quelle in cui “kiddin’ you” fa rima con “didn’t you”, le ho buttate giù senza pensare», ha confessato nel 1988 a Rolling Stone. «E poi è stata la volta dei “funamboli”, del “cavallo cromato”, della “principessa sul campanile”. Era fatta».
Il concepimento di Like a Rolling Stone può essere fatto risalire a un paio di offstage contenuti in Dont Look Back. Nel primo, l’amico Bob Neuwirth ascolta Dylan cantare un verso di Lost Highway, di Hank Williams, che comincia così: “I’m a rolling stone, all alone and lost / For a life of sin I have paid the cost”. In un altro, Dylan si siede al piano e suona alcuni accordi – nei quali non è difficile riconoscere l’architettura base del rock&roll; – che diventeranno il canovaccio di Like a Rolling Stone. Dylan avrebbe in seguito riconosciuto in quella progressione un richiamo alla struttura musicale di La Bamba di Ritchie Valens. Bob era tuttavia davvero ossessionato dal passo di marcia di Like a Rolling Stone. Prima di entrare negli studi della Columbia Records a New York, aveva convocato a casa sua, a Woodstock, il chitarrista della Paul Butterfield Blues Band, Mike Bloomfield, perché imparasse la canzone. Fu lo stesso Bloomfield (morto nel 1981) a ricordare l’episodio con Dylan che diceva: «Non voglio suoniate quella roba di merda alla B.B. King, niente blues. Voglio altro».
Dylan aveva ripetuto in seguito le stesse cose al resto della band, che comprendeva il pianista Paul Griffin e il bassista Bobby Gregg: «Ho detto loro come suonarla. Se non volevano suonarla in quel modo, beh, non potevano suonare con me». Così come aveva saputo piegare le radici e le forme della musica folk alla propria volontà, grazie al contenuto e all’ambizione di Like a Rolling Stone Dylan aveva trasformato la musica pop. E con quell’elettrizzante performance vocale, la sua migliore su disco, Dylan aveva dimostrato che quello che faceva era essenzialmente e decisamente rock&roll;. «Like a Rolling Stone è la canzone migliore che ho scritto», dichiarò sbrigativamente Dylan nel 1965. E lo è ancora.



LAemmy
8 luglio 2011
questa sarebbe la migliore??????????
endowie
1 febbraio 2011
La migliore canzone?