29 novembre 2010
A metà del 1965, l’allora 32enne James Brown era ai ferri corti con la sua etichetta discografica, la King Records. Intuito che tirava aria di fallimento, però, Brown non ci pensò due volte e decise di salvare la label (e il suo contratto...) pubblicando questa hit a colpo sicuro che teneva da qualche mese nel cassetto. Fu quindi grazie a una quasi-bancarotta che il mondo conobbe questo pezzo, che in molti considerano l’origine stessa, il Dna del funk. Di certo, lo spazio quasi cosmico tra i beats, le gelide pennate di chitarra di Jimmy Nolan e (soprattutto) le urla di Brown, sono serviti – e ancora servono – come modello per centinaia di migliaia di altri pezzi venuti dopo. In un classico colpo di genio, poi, durante la post produzione Brown decise di eliminare l’introduzione e di partire subito con un vigoroso suono di sax che colpisce come un diretto al volto, aumentando la velocità del brano a livelli quasi impossibili e trasformandolo in una specie di dichiarazione futurista. La versione originale è stata recuperata nel box set del 1991 Star Time.


