29 novembre 2010
The message ha rappresentato un vero è proprio salto quantico nella percezione dell’hip hop da parte del mondo esterno alla sottocultura nella quale era nato, portando quello stile, il suo linguaggio e la sua attitudine, dai “block party” (le feste di strada) del South Bronx alle discoteche alla moda – teorizzando al tempo stesso, per la prima volta, il rap come “blues del ghetto” (qualche anno più tardi i Public Enemy risplovereranno la frase rincarando la dose, e definendolo “la Cnn del ghetto”). Scritto in origine sotto forma di poesia dall’insegnante di college (e a tempo perso musicista di sala) Duke Bootee, The Message fu trasformato in rap grazie all’intuizione della sempre astuta Sylvia Robisnon, fondatrice dell’etichetta Sugar Hill Records. Con un testo che parla di degrado e paranoia urbana con un crudezza mai sentita prima nel pop (“vetri rotti / dappertutto...”), tenuto insieme da un riff di sintetizzatore visionario e futurista, The Message può a buon diritto essere considerato uno dei caposaldi della “modernità” nella musica.


